Fondato a Racalmuto nel 1980

L’urgenza della parola e la necessità di tornare a scrivere versi

“In pura sospensione”, di Giuseppe Ivan Undari. Carlo Saladino Editore

Giuseppe Ivan Undari mi affida in dono la sua silloge, con il suo fare delicato e intenso, come è solito delle anime sensibili e al contempo mai eccessive, mai invadenti, mai sbilanciate nel troppo delle relazioni umane. Sono versi di mente e cuore, in calibrata armonia. Leggo la silloge anche io “in pura sospensione”. E’ questo il titolo delicato e suggestivo della raccolta, pubblicata da Carlo Saladino Editore nel 2022. Il poeta afferma che torna a scrivere dopo molti anni trascorsi dalla sua prima opera Col verso e la parola, che risale al periodo della sua giovinezza. Adesso da uomo e poeta maggiormente consapevole di quanto le parole possano creare mondi, direi, in punta di piedi, si dona ai suoi lettori. Qualcosa di imponente è accaduto perché l’urgenza della parola si tramuti in necessità viscerale di tornare a scrivere versi. Lui stesso, nella sua introduzione, afferma che la pandemia da Sars Covid-19 ha sovvertito perfino il normale e cadenzato svolgersi del tempo. Kronos e Kairos. Facciamo i conti intanto con queste due dimensioni. La dimensione cronologica e sequenziale del tempo nel suo svolgimento rituale e la dimensione quasi mistica di una grazia recondita che non sposa la quantità delle ore ma la qualità, l’essenza intima delle giornate.

La pandemia ha violato e tradito entrambe le dimensioni. I rituali, le abitudini, la normalità del tempo e la sua grazia intima. Tutto appare in sospensione. Facciamo adesso i conti con il titolo della silloge. Al poeta tutto appare e giunge come avvolto da un incantesimo o forse un sortilegio che ha inabissato l’intero pianeta in un silenzio che fa orrore perché riecheggia quello della morte. Il mondo intero è sospeso dunque e non ha più alcun riferimento spazio-temporale. Scivola nei rivoli dei ricordi, dei rimpianti, dei sogni, delle immagini che affiorano lentamente da notti insonni. E’ allora il tempo della parola. Una parola che è Logos ma anche Eros. Una parola che coniuga e abbraccia ragione e pulsione erotica verso la vita, la natura, l’altro. Una parola che rifonda un mondo in cui è possibile ancora riconoscere tratti umani. Una parola capace di essere radar come il poeta afferma, ovvero in grado di captare segnali di aiuto e allo stesso tempo, una parola che è relitto, ovvero tutto ciò che resta e a cui aggrapparsi per salvarsi. E ancora sul titolo voglio soffermarmi, perché i titoli di ogni raccolta poetica sono chiavi di accesso al mondo interiore dei poeti. Mai frutto di scelte casuali, sempre doni magici in grado di aprire porte segrete se sappiamo con sapienza farne uso da lettori sensibili e accorti. Accanto a sospensione vi è un aggettivo dalla ricchezza semantica infinita: pura.

Il poeta afferma che l’aggettivo è declinabile in svariati contesti così come il sostantivo. Pura può essere l’aria. Puro può essere lo sguardo attraverso cui guardiamo il mondo, i volti, le anime, la realtà tutta. Puro può essere ciò che è appena nato e creato, perché inalterato e incontaminato. Puro può essere il respiro di un neonato, un verso poetico appena concepito e donato. Puro è un sorriso che aggiunge qualcosa, quasi un filo alla tela brevissima della nostra vita, come diceva Sterne. Fin qui siamo ancora sulla soglia del titolo: In pura sospensione. Vi è una preposizione semplice “in”.

Il poeta, non ha aggiunto questo monosillabo a caso. Questa sospensione è pura e si trova per così dire in uno stato che trascorre da dentro le cose, appunto in, ovvero dentro le vicende umane, dentro i sentimenti, le paure, le angosce, le attese, dentro le parole verso un Altrove che è atteso, invocato, desiderato. Siamo in uno stato di grazia onirica. Siamo sospesi in un sogno irreale che è sfumato nella realtà e in una realtà che ha assunto le connotazioni del sogno, restando appunto sospesa, indefinita, indecifrabile. Tra sogno e veglia, si gioca la partita, tra reale e irreale, tra sospensione e necessità viscerale e carnale di approdo per salvarsi. Vi sarà un sentiero, una via da percorrere per svegliarsi, destarsi da questo stato di pura ma innaturale sospensione, un modo per giungere e tornare alla vita di ogni giorno. Ciò che appariva scontato e logico è stato sovvertito e tradito da un virus, così invisibile agli occhi umani che è necessario attivare un’altra vista. Quella dei poeti. Solo la poesia dunque è la via maestra da seguire, l’unica possibilità di senso in un mondo che ha perduto il senso, la direzione, la sua normale e prevedibile scansione, il suo passo frenetico, spesso distratto. Credo di avere colto il senso del titolo dopo notti di riflessione profonda. Nella silloge, avendo trovato la chiave di accesso, sono scivolata sinuosa tra verso e verso.

Mi sono sentita anche io una scialuppa nella traversata e ho avvertito come il poeta, la sensazione angosciosa di annegare. Ho cercato anche io come lui un approdo, una cima, un ancoraggio: “Negli interstizi solitari di giorni di tempesta, quando avverto che stai per annegare e cerchi un approdo, una cima, un ancoraggio. Il mattino entra con una luce che mi copre.” Vi è un tu generico che ritorna come eco dal fondo del cuore del poeta. Chi è questo tu? Se non il riflesso del poeta stesso che si sdoppia in uomo di ogni giorno che cerca la salvezza, e in poeta che tenta di trovarla e indicarla, senza presunzione alcuna, timidamente quasi, con delicata e innata gentilezza.

Un tu che diviene l’umanità tutta. Un tu che abbraccia ogni uomo, donna, bambino, ogni essere vivente che cerca in giorni di dolore e sconforto, un abbraccio, una carezza, una mano amica, forse semplicemente ascolto, comprensione, presenza. In questa ricerca di approdo vi è ricerca al contempo di libertà. Una libertà dalle false maschere del vivere sociale, dai ruoli imposti dal sistema, una libertà che è sovversiva perché se vissuta a pieno può divenire consapevolezza e coscienza che sposano in ossimorico contrasto  “l’incoscienza, la non consapevolezza, il delirio.” Come questo possa avvenire, solo i poeti nella loro immaginifica e poliedrica visione del mondo sanno e possono fare. “Cerco di essere libero, in ogni istante, da ogni accanimento, da uomini e cose, da me stesso. Chi mi determina? Il demone del caso avverso?” Una ricerca dunque spasmodica quella della libertà, nella silloge del poeta, contro un demone, non caso o fato ma demone avverso, che conduce alla resa. Una resa docile? “La mia scelta è in sintonia con il paradiso. L’inferno bruciato, arde nel fuoco della felicità”.

Il cuore del poeta ha scelto con la ragione ed ogni argomentazione prova che ogni azione ha una sua logica motivazione. Eppure il suo cuore è un melograno aperto. Da questo suo cuore, che è il cuore di ogni essere vivente che si faccia carico del dolore altrui, si eleva un canto che è invocazione intima, preghiera, sussulto. Cosa arde nel fuoco della felicità? Il poeta si sente a suo agio nelle ore serali. Quando il giorno trascolora e forse indistinto, invisibile quasi, disincarnato, può svestirsi dagli abiti del dover essere per gli altri e può essere solo per sé. Un uomo come tutti gli altri, fratello di sventura come gli altri uomini, fratello e compagno di un viaggio a volte penoso, a volte nostalgico, a volte intarsiato di luce. “Mi sento a mio agio a quest’ora della sera, quando nella bruma scocca, il guizzo che m’avvampa.” Torna il fuoco, il guizzo, la vampa che arde sotterranea in una sera, in ogni sera, in cui tolti gli abiti talari si è nudo uomo. Chi mi ha generato? E se sia stato un algoritmo, un Dio di carne, un calcolo finito, non è dato saperlo a nessuno, neanche ai poeti che coniugano il dono dell’altrove con i loro versi a questa vita fatta di azioni, gesti, scelte, probabilità, errori, amori, illusioni, tradimenti. E allora ancora una volta davanti la disperazione, le parole tornano in soccorso, diventano “spari che rimbombano. Non riposano, fanno capriole, somigliano al saltimbanco, fuggitive in cerca di alloggio.”

Le parole si accampano sulla soglia dell’anima del poeta, in cerca pure loro di alloggio. Il mondo intero cerca riparo, alloggio, salvezza. Esse stesse sono creature potenti perché se lasciate libere, “si vendicano, di ogni abuso subito, di ogni falsificazione.” Le parole sono sigilli di verità. Se violate e violentate si vendicano. Il poeta lo sa bene. Non può che accoglierle nella loro carica sovversiva e liberatoria. Perché le parole urlano il vero. Vi è in tutta la silloge di Giuseppe Ivan Undari un appello forte sia etico che carnale ad incrociare agli angoli di questa vita la verità nella sua nuda essenza. Vi è anche un desiderio profondo di quiete, di pace, di riconciliazione tra sentimenti opposti. Il desiderio che la paura possa riposare nella quiete del silenzio. La notte è sempre madre, è sempre utero, è sempre sposa che si congiunge, ripara, acquieta, restituisce respiro autentico finché non filtra la luce che pur nella sua maestosa vitalità ed esplosiva carica vitale è avvertita invadente perché fa piombare violentemente nel delirio delle mistificazioni, delle recite, delle maschere, dei doveri, della solitudine inaccessibile di un uomo che ha compiuto scelte radicali e inviolabili.

Scelte che lo consegnano ad una vita “altra”. Vi è una poesia che sembra alludere se pur velatamente e compostamente proprio a questo. La poesia è Catapulta: “Che sforzo immane custodire per secoli menzogne tramandate nell’oppressione con vile costrizione. Si spegne la ragione. Si sprangano le porte, l’innocenza fatta prigioniera è torturata. Unica colpa aver scoperto l’inganno.” L’inganno è scoperto, l’innocenza è torturata. L’uomo carnefice del suo stesso simile. E’ necessario sancire una distanza incolmabile tra il poeta e gli altri uomini. Tra il poeta sacerdote di verità che svelano inganni e gli altri uomini che torturano l’innocenza perché l’inganno va perpetrato e non contestato. Pena il collasso del sistema. La silloge di Undari è sovversiva e radicale proprio per questo. Perché nel momento stesso in cui il poeta vuole svelare l’inganno, secoli di oppressione tramandata, glielo vietano e proibiscono. Come accedere al mondo interiore del poeta, custode di verità ammantate di inganni? Restando sospesi. E’ l’unica possibilità per giungere a lui e attraverso i suoi versi, al suo codice d’anima. Il suo codice si svela in sogno. Ciò che non può essere compiuto può essere cantato.

Ecco la meraviglia dei poeti. Possono vivere tutte le vite che desiderano, perché la parola è il regno del possibile che abbraccia e accoglie l’impossibile, coniuga gli opposti, risarcisce dai tradimenti patiti e dagli inganni vili. “All’imbrunire le vestali nel terebinto alimentano la fiamma. Da fuoco a fuoco. Da silenzio a silenzio. Entrano le amanti al fluire dei corpi incandescenti.” Quanta bellezza potente e disarmante in questi versi, quanto il non detto e il sogno si compiono nel linguaggio di corpi anonimi e universali. Anonimi eppure nella visione del poeta corpi incandescenti di passione primordiale e arcaica, quanto le vestali di un tempio, quanto un fuoco sacro.

Ecco l’eros che abbraccia il logos. Il miracolo sospeso si compie in una terra che appartiene alla dimensione dei sensi e della parola. Di una parola che è corpo e di sensi sacri quanto il fuoco delle sacerdotesse. “Non posso dormire, corri libera come un’anguilla dentro il mio corpo.” E se il poeta invoca la libertà che solo la parola può restituire all’uomo, vi è un sonno inquieto perché i corpi defraudati della loro carne, disumanizzati, rivendicano il loro diritto ad abitare i sensi. Un conflitto tra carne e spirito che non è mai scissione manichea nel poeta ma tentativo estremo e necessario di essere un conflitto sanato, ricucito, riparato attraverso la parola poetica, l’unica in grado di sovvertire secoli di menzogne e dire il vero, attraverso versi di potenza struggente. Quante teorie di grettezza, quanti fallimenti sulle spalle di ogni uomo di questa vita banale se non vissuta a pieno. “La scure impietosa recide silenzi, disarciona bastioni di arrogante sicumera.” Solo l’amore pare intravedersi come estrema ratio di salvezza, perché l’amore svela incaute meraviglie. La poesia che offre il titolo alla raccolta recita versi preziosi: “La vita occupa spazio dove c’è posto. Qui non c’è posto. Tu hai un piede e uno sguardo altrove. Abiti il giorno, quando la luce travalica le tenebre e ti apre una porta su altri mondi.” Eccole dunque le parole guida, il filo rosso di una silloge che da lettori abbiamo attraversato in pura sospensione: altrove, porte, altri mondi.

La vita dunque è una traversata e questo viaggio “non conosce soste”. Il poeta accede ad un altrove in cui si aprono porte su mondi altri. Lì, in quella purissima, indefinita sospensione, l’incantesimo si spezza e si compie allo stesso tempo. Lì “congiunto all’imbrunire, nella penombra, congiunto al fogliame, intravediamo un volto, quello umano e terreno dell’uomo e quello etereo e indefinito del poeta. Assistiamo ad una fusione tra l’uomo di carne e il poeta eterno che appartiene all’altrove di altri mondi e in quel volto cogliamo un invito intimo all’incontro con l’altro, chiunque esso sia: “Vediamoci nella laguna, dove gli steli sono parabole e i petali emisferi di luce.” La luce dilaga, avvolge, trasmuta, trasfigura. E’ la luce della bellezza dell’incontro con l’universo altrui. E’ la possibilità disvelata come corolla, di potere dire: sono qui. “Lascia che nello slancio ancora immobile del corpo possa dirti: ecco me.”

Abbiamo attraversato le poesie di Don Undari, con la consapevolezza che abbiamo sposato la bellezza come unico credo. Mi riecheggiano gli ultimi versi della sua raccolta, testamento che il poeta affida a ciascuno di noi: “Continua i passi del tuo viaggio lontano dal perbenismo, dall’ipocrisia, dalla borghesia, da un vivere senza meta. (…) Bruciano in questo falò le maschere dell’integrità.” Con un omaggio ad uno dei più grandi intellettuali del nostro novecento italiano, Pier Paolo Pasolini e con l’ultima poesia della silloge Linciaggio punitivo, si chiude il nostro fluire dentro orbite di profondissima bellezza: “Escono dalle labbra le ultime parole, si disperdono nell’oscurità.” Così In pura sospensione apre e non chiude il suo mistero, con quelle ultime parole che mai sapremo quali siano state, disperse nell’oscurità, ora complice di un linciaggio punitivo, di un massacro crudele e ingiustificato, come ogni crimine, come ogni sopraffazione dell’altro. La poesia è e resta mistero insondabile eppure sigillo di verità. Terra dell’altrove e bellezza che dilaga e vince il silenzio. La Poesia coniuga logos ed eros, ragioni e pulsioni. Abbraccia, avvolge, seduce, cattura, conduce, invoca. Tutto si compie in questa silloge di Don Undari sotto i nostri occhi trafitti da verità e bellezza, da necessità impellente di ascolto e rito sacro d’essere leggeri, puri, eterei come pulviscolo, come scie di comete, molecole di infinito. Cielo e terra. Silenzio e canto. Sospesi e avvinghiati a ciò che resta. La parola è l’ultimo approdo.

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