E andai

Vissi in quello che ora è un non luogo, che rimane soltanto un’idea 

Venerando Bellomo

Vissi. Vissi in quello che ora è un non luogo, che rimane soltanto un’idea. Tutto il contrario di come lo ricordavo avvolto, giá alle prime luci, in quell’aurora dalle dita di rosa. E nel verde dei prati sfumati nell’oro, qua e lá il mandorlo, ricurvo su se stesso, fioriva con petali caleidoscopici senza profumi. Questo ammantava quel cumulo di case, che come i gatti, si stiracchiava sulle dolci pendici del colle, giú dal crinale fino al vallone, per non farsi sfuggire nemmeno un raggio di sole, ora tiepido, ma poi, in estate, inclemente come un pazzo incendiario.

E i canti delle cavalcature mattiniere s’insinuavano, a farli respirare, per gli stretti vicoli, dove cominciavano appena ad affacciarsi i primi volti ancora gonfi di sonno.

E quei canti antichi, dei quali percepivo soltanto il metro e le assonanze, raggiungevano le campagne per poi, a sera, fare ritorno.

Vidi. Vidi com’è ora, un cumulo informe di pietre di gesso sotto una cappa plumbea, ché anche il cielo sembra essersi abbassato, quasi ad opprimerlo, se ancora ce ne fosse stato bisogno. Nubi spesse e grondanti, rendono gelido e pernicioso quel luogo malato, dove il soffio del vento spinge per le strade deserte gomitoli di sterpaglia che rimbalzano e si rincorrono. Alberi rinsecchiti e scaleni assecondano, senza vigore, le voglie di Eolo.

Credetti. Credetti che il sogno era stato sopraffatto dall’incubo. Ma era lì davanti a me ed io non trovavo e non volevo trovare soluzione e rimedio.

“Un uomo, basta un solo uomo, la fede di uno solo per salvare tutti gli altri”, ricordavo così, alla meno peggio, le parole del vecchio parroco.

Pensai. Pensai che non mi apparteneva più. L’altro, quello che sentivo mio, dove affondavano le mie radici era nella mia memoria: incorruttibile nella sua laica santità. Non potevo salvare ciò che non era più.

Andai.

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Ciao Venerando

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