Fondato a Racalmuto nel 1980

Doralice

Il racconto della domenica

Ester Rizzo

Doralice era lì, di fronte al mare, in una tiepida sera di maggio.

Era inquieta, si sentiva a disagio, in mezzo a “tante divise” pronte ad affrontare uno sbarco di migranti.

Aveva un po’ di paura. La paura di non potere gestire le sue emozioni.

Ed ecco, pian piano, la visione infernale di un groviglio di corpi su un relitto di legno.

Doralice vorrebbe fuggire, si vergogna di sé, dei suoi agi, dei suoi stupidi problemi ma resta ferma, lì, sulla banchina che fa da ancora al vortice delle sue sensazioni.

C’è buio. Buio scuro come la pelle dei migranti.

Pelle mangiata dal sale, pelle ferita dal sole.

Scendono per prime le donne: alcune hanno indosso i vestiti più belli, messi su a strati…vestiti ormai logori che coprono atroci violenze, orribili cicatrici sulla schiena e dentro l’anima.

Toccano finalmente terra e, come per incanto, sprofonda in un gorgo il lungo viaggio di sterminati deserti di sabbia e di acqua.

Queste donne non hanno fame, non hanno sete, vogliono solo chiudere gli occhi e riposare.

Doralice osserva le piccole gocce che si rincorrono in questo sbarco. Gocce di sudore, di lacrime, di mare, gocce che danzano inafferrabili come l’arcobaleno.

La fetida e fradicia carretta del mare ha lasciato dietro di sé una scia densa di misteri e di paure che Doralice non riesce a decifrare, a decodificare.

Vorrebbe capire, conoscere…ma il borbottio del mare cupo e rantoloso glielo impedisce…c’è un baratro che divide il suo essere donna del loro.

E’ sicura Doralice che queste donne mentre navigavano sballottate tra le onde hanno sentito un canto, il canto delle sirene ammaliatrici o forse il canto di Teti, o forse il canto delle loro antenate.

Da quel canto hanno tratto la forza per continuare a sopravvivere.

Così strette e pigiate fra tanti corpi di uomini, in tante hanno protetto i loro piccoli figli tra le braccia stanche e smagrite.

Alcune si sono coperte il ventre gravido per attutire i colpi della disperazione.

I loro occhi hanno visto il terrore di chi non ce l’ha fatta, hanno visto spegnersi sul viso dei compagni di viaggio, il coraggio e la speranza, hanno visto avanzare sulla spuma delle onde la morte terribile ed ingorda.

Un alto muro di idiomi diversi si erge tra Doralice e le migranti ma lei con ostinazione inizia a frantumarlo a colpi di sorrisi.

E sguardi colmi d’amore sgretolano quella barriera che, pian piano ,crolla tramutandosi in polvere sottile che vola via alla prima brezza mattutina.

Non servono più le parole, né le coperte argentate, né le bottigliette d’acqua di plastica. Serve solo un abbraccio senza i guanti dei soccorritori, serve solo una carezza che non ha paura di contagio.

Benvenuta (أهلا بك )  scandisce Doralice ad ognuna di loro, ed è come se dalle sue labbra fuoriuscisse un pezzettino del suo cuore pronto a scaldare quei corpi dentro i vestiti bagnati, quegli occhi neri impauriti.

E’ quasi l’alba, le migranti sono tutte salite su un autobus blu che le porterà via.

Dove finiranno queste vite? Strade o pareti raccoglieranno i sospiri di queste donne? Ed i loro sogni? Danzeranno liberi o si tramuteranno in incubi?

Doralice non lo sa, le vede allontanarsi pian piano dalla sua vita quotidiana e non può fare più nulla.

Forse però può fare ancora qualcosa.

Guarda l’orizzonte. Poche nuvole danzano tra il mare ed il sole rosa che nasce.

Si incammina verso la spiaggia e si inginocchia sulla sabbia umida come i suoi occhi ed inizia a mormorare la sua preghiera:

Spero sorelle

che all’approdo troviate un sorriso,

                                una carezza,

la possibilità di costruirvi una nuova vita

lontana dalle guerre, dalla miseria,

                               dalla violenza.

Che le nostre gocce di solidaietà

Possano per voi formare

                              un mare calmo e tranquillo

                             ove cullare i vostri bambini.

 

 

 

 

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