“Voglio interpretare una Sicilia che non sia quella della cartolina turistica”

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Incontri. Nostra intervista all’attrice e cantante Laura Mollica. Inserita dal 2011 nel “Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia” REI-UNESCO, tra le  “Espressioni” dell’Identità culturale siciliana, Laura Mollica è considerata dalla critica l’erede spirituale di Rosa Balistreri 

Laura Mollica

L’attrice e cantante Laura Mollica è una voce storica della Sicilia. Quando era ancora giovanissima determinante è stato il suo incontro con i grandi nomi del panorama artistico e culturale siciliano: il poeta di Bagheria Ignazio Buttitta, la cantante di Licata Rosa Balistreri e il cantastorie di Paternò Ciccio Busacca, che ha affiancato in numerosi recital. Dal 2011 Laura Mollica è inserita nel “Registro delle eredità immateriali della Sicilia, Rei-Unesco, tra le espressioni dell’Identità  culturale siciliana”.

Quando hai iniziato a cantare?

Ho cominciato prestissimo. Già a tre anni cantavo in orchestra. Era il 1967. Ho partecipato allo Zecchino d’Oro con la canzone “La minicoda”. In tanti ancora la ricordano. Attraverso le cartoline del “Corriere dei Piccoli”, il pubblico da casa poté votarla come la più bella canzone della nona edizione dello Zecchino d’oro. Da allora, ho sempre cantato e, per la mia famiglia fu da subito chiaro che la musica sarebbe stata la mia scelta di vita. Immediatamente dopo, sull’onda della celebrità televisiva, partecipai a numerosi festival per bambini, portando a casa anche tanti premi. Questo fino all’età di dodici anni. Poi, chiesi ai miei genitori di regalarmi una chitarra per il mio compleanno. Con pochi accordi imparai le prime canzoni in siciliano. Erano canti semplici. Bastavano solo due accordi. Così è cominciato il mio grande amore per la musica etnica.

Si può dire che sei l’ultima “cantastorie colta” della Sicilia?

Non mi sento una cantastorie, anche se canto le storie della mia terra. Credo di vestire meglio i panni dell’artista e dell’interprete. Colta? Non so. Non appartengo al popolo di cui canto la visione del mondo e della vita, la mia estrazione è borghese, ma mi sento profondamente siciliana, e sento forte su di me il carico di memorie che compongono la mia identità. E’ un bisogno che ho provato già da adolescente, quando mi sono avvicinata alla musica cosiddetta ”popolare”, in tempi in cui i giovani della mia età si accostavano al rock e al Jazz.

Cosa ti hanno lasciato Rosa Balistreri, Ciccio Busacca e Ignazio Buttitta?

Sono stata fortunata. Posso dire di averli conosciuti, frequentati. Sono cresciuta artisticamente osservandoli, quando sul palcoscenico si esibivano nelle piazze della Sicilia. Con Rosa abbiamo anche fatto insieme degli spettacoli teatrali, prodotti dal Teatro Biondo di Palermo. Era la Rosa che mi piaceva di più. Quella che, diretta dal regista Maurizio Scaparro, riempiva la scena con il suo canto potente. Tutto il suo piccolo corpo cantava. Da lei ho imparato che si canta con tutto il corpo, non solo con la voce. Ogni sera, durante la sua esibizione, la spiavo dietro le quinte. Mi piace osservare i grandi artisti. Ammetto che Rosa Balistreri è stata il mio modello, all’inizio della mia attività. Ho scoperto la voce di Rosa Balistreri grazie all’LP “Noi siamo nell’inferno carcerati” edito dalla Fonit Cetra, in cui erano raccolti esclusivamente canti della Vicaria. Me ne innamorai immediatamente. Sono davvero struggenti, raccontano le emozioni che provano coloro che perdono la libertà: rabbia, disperazione, sdegno, malinconia, vendetta… Ma al di là dei testi, bellissimi e sintetici, come solo la poesia popolare sa essere, mi innamorai delle linee melodiche, di quei modali che Alberto Favara ricondusse all’antica musica greca, al modo “dorico”, in particolare. Ho iniziato così, cantando questi meravigliosi frammenti nelle piazze della Sicilia, con la mia chitarra. E’ stato il mio primo repertorio. E’ normale. Poi, lentamente, ci si allontana dal modello e si cerca una nuova strada, lavorando sulla propria espressività e sulla voce.

La critica ti considera l’erede spirituale di Rosa Balistreri. Puoi raccontare un ricordo di Rosa?

Desiderosa di inserire nel mio repertorio i canti del Venerdì Santo, la chiamai al telefono, chiedendole di farmi da maestra. Lei non si fece pregare e mi invitò a casa sua, a Palermo, in Via Santissima Mediatrice, dove viveva con la madre. Mi chiese di portare il registratore. Quel pomeriggio cantò solo per me. Le fui tanto grata. Rosa fu generosa, per nulla gelosa della sua musica. Da quelle registrazioni, qualche anno dopo, trassi uno spettacolo dal titolo “Misteri, canti e leggende della Passione”, ma Rosa non c’era già più…

Hai musicato e cantato 10 poesie di Ignazio Buttitta, qual è il testo che ami di più?

Molti anni fa, Ignazio Buttitta mi chiese di musicare le sue poesie d’amore. Glielo promisi, ma non fui in grado di farlo. Ero molto giovane e con i miei pochi accordi di chitarra non credevo di essere in grado di farlo. Qualche anno fa, la Fondazione Buttitta mi chiese di partecipare alla realizzazione di un CD dedicato al poeta. Fu allora che mi ricordai della promessa e, questa volta, di getto, musicai dieci canzoni, cominciando da “U mortu ca chianci”. Sono tutte belle. Raccontano l’amore, gli amanti e “i fimmini”. Mi diverte molto cantare “L’occhi di l’omu”. E’ una canzone in cui Buttitta racconta di come, agli occhi degli uomini, le donne sono sempre nude, anche quando le vedono passare ben vestite.

I fimmini sono contraddittorie, regine, sognatrici, amanti, ribelli e puttane. E l’omini come sono?

Nella canzone di Buttitta sono sempre padroni e porci, sempre desiderosi di carnalità. Nelle canzoni di matrice popolare, gli uomini sono invece descritti come eroi. Anche quando sono figure negative, come i carcerati e gli assassini, essi sono sempre figure romantiche: amanti impareggiabili, instancabili lavoratori, capaci di sopportare infinite sofferenze… Anche nell’arroganza, o nella rabbia, cioè sentimenti violenti, essi sono descritti come degli Dei. Le loro ragioni sono sempre assolute. Certamente questo disegna una cultura molto maschilista, che relega la donna esclusivamente in una sfera amorosa e casalinga…Non è certo un caso che l’interesse per la musica popolare sia nato nell’800, con il romanticismo e, in Italia, con il Risorgimento. Certamente le istanze del popolo incarnarono un certo bisogno di riscoprire i valori vicini a quel modo di vedere il mondo,  in quel particolare momento storico.

Un ricordo della grande coreografa Pina Baush con la quale hai collaborato nell’allestimento di Palermo- Palermo…

Sapevo che Pina Baush era a Palermo, ma mai avrei immaginato che, in quel noioso pomeriggio casalingo, proprio lei avrebbe citofonato per accomodarsi, due minuti dopo, nel salotto di casa! Proprio lei, la grande Pina Baush! Aveva con se un traduttore e un rappresentante del Teatro Biondo. Donna di grandissima sensibilità. Dovendo realizzare una coreografia su Palermo, voleva prima capire il senso di questa città, attraverso l’incontro con i suoi artisti. Cantai per lei anche canti di mare e d’amore. Volle registrare in teatro alcune canzoni da utilizzare nello spettacolo. Seguii le prove con i danzatori con immenso piacere e curiosità. Osservava molto i suoi allievi e ballerini e li lasciava liberi di improvvisare. Prendeva molti appunti. Ne ho un vivido ricordo.

Cosa mi puoi raccontare del Festino di Santa Rosalia?

Il Festino di Santa Rosalia è un momento tanto atteso dai palermitani, ma anche dagli artisti palermitani. La prima volta che cantai al Festino, credo che fosse il 1978. Allora, gli allestimenti dello spettacolo erano molto semplici, scarni, in linea col gusto fine anni settanta. La gente era felice di ascoltare il “Triunfo di Santa Rosalia”, bere vino e “sucarebabbaluci”. Nel tempo, il Festino è diventato sempre più spettacolare e gli apparati scenici, sempre più complessi. Ho partecipato a tantissime edizioni, ma lo spettacolo di Davide Rampello, con le musiche di Mario Saroglia, è stata un’esperienza esaltante. Uno spettacolo musicale con attori di fama, cantanti e corpo di ballo. Un vero musical, in cui centinaia di maestranze hanno contribuito alla realizzazione di un grande evento per la città. La mia voce si spandeva dal Palazzo Reale alla Marina, lungo tutto il  Cassaro. Nel momento della descrizione della peste, il mio canto era il commento alle scene del lazzaretto , il momento più toccante dello spettacolo. Mi piace ricordare che prima dello spettacolo fu chiesto a me di aprire i festeggiamenti, citando uno per uno tutti i quartieri di Palermo e augurando a tutti “Buon Festino di Santa Rosalia!”. Sul piano di Palazzo dei Normanni l’immensa folla di Palermitani scoppiò in un gioioso e allegro boato.

Sei una delle poche musiciste inserita nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, una delle più importanti espressioni dell’identità siciliana. Come vivi tutto ciò?

E’ un grande onore, credo il più alto riconoscimento al quale una artista possa aspirare. Vivo questa attribuzione con un forte senso di responsabilità. Lo considero anche un prestigioso biglietto da visita. Mi ha permesso di dialogare con realtà internazionali, ed essere invitata a festival importantissimi, come quello organizzato da M° Leo Brower, all’Avana, incentrato sulla voce umana, in occasione del quale, insieme al chitarrista Giuseppe Greco, mi sono  esibita nel teatro delle “BellasArtes”.  Ammetto che essere considerata “Espressione” della nostra cultura siciliana mi riempie di vera gioia. Nonostante ciò, devo purtroppo dire che la nostra Regione Siciliana ha scarsa attenzione per i Beni Immateriali censiti nel Registro delle Eredità, e la cosa assume caratteri grotteschi, se pensiamo che l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali è anche Assessorato dell’Identità Siciliana. Mah! Chissà cosa si intende, oggi, per Identità Siciliana! Ho l’impressione che tanti, e specialmente i giovani, non lo sappiano più.

Sei stata diretta da grandi registi italiani Calenda, Quartucci, i fratelli Taviani…

Sono un’attrice. Cantare e recitare è, per me, quasi la stessa cosa. Sono una interprete. Ho partecipato come attrice a molti spettacoli teatrali. I registi con cui ho lavorato spesso mi hanno fatto cantare in scena. Oggi, mi piace anche scrivere spettacoli dove recito e canto. In “Cialoma”, per esempio, sono di volta in volta Madonna, Sirena, ma anche uomo di mare, pescatore di tonni. Il teatro è la più grande magia che esista. Quando preparo un nuovo canto da inserire in repertorio, il mio approccio al testo somiglia a quello di un attore con il suo copione. Ogni parola ha un preciso significato, e vuole la sua intonazione. La voce è un potente mezzo espressivo. I suoi colori sono innumerevoli. Bisogna calibrare ogni sfumatura. C’è un grande lavoro di ricerca espressiva. Un lavoro che non ha mai fine. Credo che il teatro sia il luogo più congeniale alle mie performance. Permette di trasferire in una sfera atemporale i canti del passato. Essi, fuori dal contesto rurale in cui sono nati, assumono un carattere universale, una bellezza assoluta. Voglio interpretare una Sicilia che non sia quella della cartolina turistica, anche perché la nostra musica di tradizione non ha niente di bonario né tanto meno rassicurante. Niente a che vedere con le bucoliche immagini che inondano le riviste dei tour operator, l’immagine di una Sicilia che non esiste e che non è mai esistita.

Qualcuno ha scritto che i premi fanno crescere. Tu ne hai ricevuto molti ed uno internazionale: Il Castello d’argento…

Ricevere un premio è sempre un evento estremamente gratificante. Quando si è giovani, è un incentivo, un incoraggiamento a perseverare; quando si è adulti, è un riconoscimento per ciò che hai fatto e per la qualità delle tue scelte. E’ una conferma del ruolo che hai in una determinata sfera, per me, quella dell’arte. In ogni caso, cantare non è per me solo un fatto estetico, o edonistico. Cantare la tradizione siciliana, oggi, assume un carattere anche ideologico, perché si pone in controtendenza, rispetto al globalismo che investe la musica, come ogni altro aspetto della vita contemporanea. Per ritornare alla domanda che mi hai fatto, il “Castello d’Argento” è stato un premio internazionale molto importante, perché ricevuto in occasione dell’”anno dei giovani” indetto dall’ONU. Ero agli inizi della mia attività professionale. Da allora ho ricevuto molti altri premi. L’ultimo è stato lo scorso anno. Il premio intitolato a “TopaziaAlliata” , madre di Dacia Maraini. Mi è stato consegnato dalla stessa Maraini, grazie alla Consulta della Cultura delle donne di Casteldaccia.

Puoi raccontare della collaborazione con il Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Palermo con la lectio magistralis sulla musica popolare?

La mia formazione è tutt’altro che accademica, quindi, quando sono stata invitata dal Conservatorio “Vincenzo Bellini” e dall’Università di Palermo ad insegnare ai giovani, non nascondo di essermi un po’ preoccupata. Ma è stato solo un momento. Credo di avere fatto una tale esperienza sul palcoscenico  da potere tranquillamente sostenere qualunque prova. Mi è bastato parlare della musica così come si raccontano le esperienze della propria vita, gli incontri, i personaggi, il senso che si dà a ciò che si fa. Ho percepito un bisogno, da parte dei giovani, di trovare i legami col passato che, ancora recente, per loro ha perso i contorni. Non conoscono la musica della loro terra, credono sia solo “ciuriciuri”. Quando sentono i canti della tradizione, rimangono impressionati, a volte sgomenti, o eccitati. Bisognerebbe aiutarli a coltivare la memoria. Non sono forse Siciliani?

Sei stata in tour in vari paesi del mondo, a Los Angeles, a Casa Italia a Bevery Hills, a New York, Filadelfia, in Australia, in Canada, Sudafrica e Messico. 

Laura Mollica con il chitarrista Giuseppe Greco. Cuba 2015

Nel 1984 ho fatto il mio primo tour importante. In occasione delle Olimpiadi di Los Angeles, mi sono esibita in rappresentanza della Sicilia, a Beverly Hills. E’ stata un’esperienza incredibile, e certamente indimenticabile. Mi sono esibita in tanti paesi del mondo, e certamente per un pubblico che, il più delle volte, non capiva una sola parola di quello che cantavo. La nostra musica è sempre apprezzata nel mondo. Ho visto tante volte gli occhi degli ascoltatori visibilmente commossi per la bellezza delle antiche melodie. Questi, dopo il concerto mi venivano a trovare in camerino per dirmi che, nonostante non avessero potuto comprendere le parole, credevano comunque di avere capito il significato della canzone. E’ incredibile ciò che riesce a fare la musica!

Sei stata anche  Samarcanda, in Uzbekistan, con le Melodie d’oriente sotto il patrocinio dell’Unesco. Com’è stato questo spettacolo?

Ti ringrazio per questa domanda, che mi permette di parlare di un argomento che mi sta a cuore. Spesso sento dire che oggi la Sicilia deve diventare “internazionale”. Dietro questa affermazione si nasconde il forte senso di inadeguatezza insito in coloro che non sanno apprezzare la propria cultura e credono che sostenerla e promuoverla equivale ad una forma di provincialismo. Non c’è nulla di più sbagliato. A Samarcanda, in occasione del più grande Festival di etnomusica del mondo “Melodie d’oriente”, tra oltre 50 nazioni, rappresentate ciascuna da un gruppo di musica etnica, la Sicilia, in rappresentanza dell’Italia, ha portato a casa un prestigioso premio. Giuseppe Greco alla chitarra, Daniele Schimmenti alle percussioni ed io, nella Piazza Registan, voluta da Tamerlano, sulla Via della Seta, ci siamo confrontati, a suon di note, con le eccellenze musicali di paesi le cui tradizioni, come le nostre, sono millenarie. La commissione, composta da rappresentati culturali provenienti da tutto il mondo, ha attribuito al nostro omaggio ad Alberto Favara, alle rielaborazioni di Giuseppe Greco e alla mia voce il terzo posto e un premio speciale della giuria.

In che cosa consiste il tuo omaggio al grande etnomusicologo Alberto Favara?

Conosciuto come “Corpus di melodie popolari” la raccolta di Alberto Favara , pubblicata postuma del genero Tibì, è la più grande raccolta di canti popolari d’Europa. Oltre milleduecento canti, se consideriamo anche le varianti alle stesse melodie. Da sempre è considerata una fonte inesauribile, e anche io, come Rosa Balistreri e molti altri, ho attinto a questa fonte. Sono trascrizioni della linea melodica direttamente carpita dalla voce del popolo, in un tempo in cui la tecnologia non era ancora disponibile. La mia rilettura di questi canti ha tenuto certamente conto della centralità della voce umana, indiscussa protagonista della musica di tradizione. L’aspetto che riguarda la tessitura musicale è stato curato da Giuseppe Greco, con cui collaboro da oltre dieci anni. Che sia espressa con la chitarra sola, o con un ensemble cameristico, o addirittura sinfonico, questa deve tenere conto della centralità del canto. Nell’esposizione con la chitarra, mi piace dialogare con lo strumento, creare suggestioni. Quando canto sul ritmo dei tamburi, il canto si fa irruento o rarefatto, con l’orchestra, più lirico. Al di là dell’aspetto filologico, anch’esso molto importante, mi piace evocare, emozionare… Questa rilettura del “Corpus” è diventata un’opera discografica dal titolo “La vuci mia”. Dove la parola “vuci” non sta esclusivamente ad indicare il mio canto,  ma anche la voce del popolo Siciliano.

Le cialome, i canti del mare e dei pescatori musiche straordinarie. Oggi è sempre più raro ascoltare queste canzoni struggenti…

Sono amante del mare e conosco le tecniche della pesca perché pescatrice io stessa. I canti del mare sono canti prettamente maschili, ma io amo inserirli in repertorio. Sono così diversi da tutti gli altri della campagna, o dei carrettieri! Sono melodie antichissime e le esecuzioni di tipo corale. Ormai è estremamente raro ascoltarle, perché sono canti di lavoro strettamente connessi all’attività della pesca. Cambiando le tecniche e modernizzandole, non servono più a scandirne i momenti salienti. Che peccato! Questo accade sempre con i canti che servono ad alleggerire la fatica fisica e con quelli che raccontano le fasi di un’attività lavorativa oggi trasformata, o addirittura scomparsa.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Io e Giuseppe Greco, abbiamo realizzato, nel cuore di Palermo, all’interno del seicentesco Monastero di Santa Caterina, sul Cassaro, un luogo denominato “Sala Faust”, sede dell’associazione “Officina dell’Arte”. E’ uno spazio culturale che vogliamo adibire a sala da concerto, e non solo. Stiamo programmando delle attività che coinvolgono artisti siciliani e che si propongono di creare un dialogo con la città, per la crescita dell’Identità e della consapevolezza. E’ un progetto molto arduo, dal momento che è sempre più difficile parlare di cultura, in questa realtà consumistica, ma è una sfida e un’avventura che abbiamo abbracciato con entusiasmo. La vita è una meravigliosa sfida!

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2 Responses to “Voglio interpretare una Sicilia che non sia quella della cartolina turistica”

  1. Avatar

    Emiliana Perina Rispondi

    11/12/2019 a 10:56

    Bellissima intervista! Straordinaria interprete! Meravigliosa e preziosissima amica!

  2. Avatar

    Francesca Licata Rispondi

    11/12/2019 a 20:11

    Grande artista, interprete intensa con una voce capace di far vibrare il cuore e scuotere le vene.
    Grazie per la performance fugace di cui mi hai omaggiata quest’estate al Castello di Baida

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