Vino e polpette

da | 8 Mag 22

Il racconto della domenica

Enza Pecorelli

Stavo sprofondata sul sedile anteriore dell’auto di Valter, di ritorno da un convegno sull’uso didattico della tecnica cinematografica. I ragazzi intervenuti avevano fatto l’immane sacrificio di partecipare con la speranza di crediti formativi per gli esami di maturità. In realtà non gli importava molto di ascoltare i pallosi relatori. L’intento era di suscitare interesse nelle scuole, il risultato era una platea di sguardi assenti o presi da attività alternative su tablet e cellulari. Qualche anziano occupava le ultime file approfittando della frescura della sala in quell’afosa serata di agosto.

Valter era organizzatore di eventi e si era occupato di quel convegno voluto dal preside con il pallino del cinema. Ero stata trascinata con la vana speranza di vedere trasformato un mio racconto in un lungometraggio. Uno di quei registi si era mostrato tiepidamente interessato. Gli avevo parlato prima di sedermi nella fila di sedie davanti, ma pareva più preso a guardarmi le gambe e ciò non mi faceva presagire niente di buono. Dopo le pizzette fredde e i bignè mosci del rinfresco, ci rimettemmo sulla via del ritorno, su tornanti dissestati che facevano altalenare nello stomaco l’indigesto buffet. Valter sperava di scroccare la cena, ma era rimasto deluso e mi stava riaccompagnando a casa nella sua sgangherata Mercedes. Parlava e parlava mentre l’auto arrancava. Raccontava di convegni, stage, rassegne e sagre organizzate in giro per l’Italia. Poi lo squillo del suo cellulare interruppe il monologo. Dal tono della voce decisamente infastidito, capii che si trattava di una donna, forse un’amica assillante. Non so perché alla fine della telefonata mi parlò di lei e lo fece per tutta la serata, anche nella pizzeria a strapiombo sul mare, dove andammo a cenare.

Propose lui di andar lì, nonostante l’ora tarda e la brezza che dalla spiaggia arrivava umida fin sotto la veranda di canne. Accettò immediatamente che offrissi io, sollevato all’idea di non dover pagare.

Mentre la luna si rifletteva pacifica sull’acqua e sui gradini levigati della montagna di candida marna, ascoltavo quella storia.

Aveva conosciuto la donna in una delle sue peregrinazioni, avevano passato insieme la serata, forse la notte, questo non ero riuscito a capirlo, fatto sta che lei, dopo qualche mese gli aveva annunciato che sarebbe venuta a trovarlo in Sicilia, certissima che l’avrebbe accolta e ospitata. E ora? Doveva portarla al ristorante, uno buono, non la trattoria a due isolati da casa. E magari in giro per la città, per locali, sicuramente si aspettava un minimo di svago e mondanità. Non potevano rinchiudersi in casa e ordinare pizza da asporto. Poi ebbe l’illuminazione: in quel fine settimana era impegnato in un meeting organizzato per alcuni politici in un paese a un centinaio di chilometri di distanza. Non poteva portarsela appresso, la scusa era perfetta, ma lei non mollò e al telefono gli disse allegramente:

“Ormai ho prenotato il volo. Verrò con te, mi siederò in un angolino, aspetterò e poi ce ne andremo per conto nostro. In tarda mattinata sarò davanti casa tua”.

Non aveva potuto tirarsi indietro, lei aveva pianificato tutto. Pazienza, se la sarebbe portata appresso, tanto in paese non c’erano ristoranti di lusso o locali. Non prevedeva di mettere mano al portafogli.

Fu così che Oriana, la chiameremo così, arrivò, e non ebbe nemmeno il tempo di disfare la valigia o di riposare, perché un’ora dopo erano sulla Mercedes per raggiungere il paese dove si teneva il meeting. Il lavoro è lavoro, e lei era a conoscenza del programma. Dopo cento chilometri tra scossoni e sussulti, la povera crista cominciava ad accusare qualche segno di stanchezza. Avrebbe voluto sgranchirsi le gambe, andare in bagno, ma Valter ripeteva di essere terribilmente in ritardo. In realtà preferiva evitare l’area di servizio per eventuali consumazioni di panini, bibite e caffè.

Mentre lui raccontava, dentro di me facevo queste considerazioni, sorridendo tra un boccone e l’altro di pizza.

Arrivarono, e finalmente la sciagurata approdò sulla terraferma, uscendo vacillante dall’auto. Il viaggio era stato simile a una traversata su un gommone col mare forza cinque.

“Se ti va, fai un giro per il paese. Io devo sistemare il materiale e fornire tutte le indicazioni per la serata. Ci vediamo tra un paio d’ore”.

Senza poter cambiare abito, o fare una doccia. La immaginavo a girare per il paese come un’anima in pena, sudaticcia e affamata.

In quel posto, arroccato su una collina, non c’era molto da vedere, la strada principale con i bar e gli anziani seduti a giocare a briscola, qualche ragazzino che girava con la moto cercando di far colpo sulle coetanee interessate però ai giovanotti più grandi. Una sfilza di chiese, il municipio e il chiosco dei giornali. Non osava addentrarsi nelle viuzze per paura di perdersi, non le sembrava il caso di entrare in una chiesa con la canotta scollata che metteva in mostra una bella porzione di seno. Dopo mezz’ora Oriana stentava a star ferma sui sandali tacco dodici. Prima di crollare sulle lastre di pietra della strada, adocchiò un tavolo libero ad un bar, e infischiandosene degli sguardi degli imperterriti giocatori di briscola, si sedette e ordinò un succo di frutta e una fetta di torta. Si rassegnò a sorbire il succo di pera che detestava, altro non avevano, e a ingoiare i pezzetti di dolce che si sgretolavano nel piatto come fossero impastati con la sabbia. Almeno recuperò l’energia sufficiente per tornare al convegno. Era certa che alla fine della serata lui l’avrebbe portata in un bel ristorante.

Mentre gli onorevoli si avvicendavano tra applausi e sorrisi, fece cenno a Valter perché le desse le chiavi della macchina, nel cui bagagliaio era la sua valigia.

Prese un vestito pulito e andò a darsi una sciacquata in bagno.  Si pettinò e rifece il trucco, le occhiaie erano mimetizzate dal fondotinta, il viso, però era segnato dalla stanchezza. Non si aspettava quel risvolto nel viaggio in Sicilia.

Tornò in sala sedendosi in fondo e dovette sorbirsi saluti e ringraziamenti che pareva non dovessero finire mai. Il rumore degli applausi copriva per fortuna il miagolio del suo stomaco vuoto. Quando tutti si diressero verso il tavolo dell’aperitivo, anche lei si fiondò con la speranza di allungare le mani verso il vassoio dei tramezzini, ma i presenti avevano avuto la stessa idea oltre al medesimo appetito e dovette accontentarsi di qualche nocciolina e alcuni salatini mollicci. Si sarebbe rifatta a cena. Con una flemma che le parve intollerabile, Valter chiacchierò con tutti gli onorevoli e non, raccontando aneddoti e facendo battute spiritose. Quando anche l’ultimo cameriere si tolse la giacca e spense la luce, finalmente si decise a raccogliere le sue cose e andar via. Salirono in auto e Oriana, in punta di lingua, avanzò la proposta di andare a cenare.

“Non ho voglia stasera di andarmi a rinchiudere in uno dei soliti ristoranti” disse serafico l’uomo “Mi hanno detto che nel paese vicino c’è una sagra con degustazione di prodotti tipici. Vedrai che sarà molto divertente”.

Un gusto amaro, di bile, le pervase la bocca. Provò a sorridere ma fu più una smorfia ed ebbe voglia di urlare. In silenzio chinò la testa, rassegnata alla Sagra di paese, alla degustazione, a un peggio che non aveva fine.

Il paese era a valle, lungo la costa, un rettangolo di lampadine multicolori incorniciava il tema della festa: “Benvenuti alla VI Sagra della polpetta”.

Oriana decise di spazzare dalla mente ogni pensiero o considerazione.

Quattro euro a testa per un piatto di polpette e qualche bicchiere di vino.

Lui sborsò la quota all’ingresso e si fecero consegnare le porzioni. Nel centro della piazza si ballava il liscio. L’orchestrina era alla buona, le coppie sembrava si stessero divertendo. Si sedettero su delle panche per mangiare le polpette tiepide, ma mentre Oriana cercava un angolo di panchina dove poggiare il bicchiere, un robusto e baffuto cinquantenne le afferrò la mano trascinandola tra i ballerini al ritmo della “Cumparsita”.

Dopo qualche istante di smarrimento si rese conto che Valter nemmeno si era accorto, alle prese com’era con le polpette. Tutto era meglio della sua non compagnia, anche quel tango casereccio. Ballò col baffuto ancora due volte e poi ballò con un altro, mentre le veniva offerto del vino. Dopo il terzo bicchiere era leggera come una nuvola di primavera, volteggiava ridendo senza rendersi conto di chi fosse il cavaliere. Provava a individuare la presenza di Valter, riuscì in una pausa a tornare alla panchina per mangiare qualcosa, per attutire gli effetti dell’alcol, ma trovò  i piatti vuoti.

“Visto che ballavi ho mangiato anche le tue, perché si stavano freddando.

Ho chiesto un altro piatto ma erano finite. Vuoi del vino?”

Trangugiò il liquido rosso con le mani che le tremavano dalla rabbia, accartocciò il bicchiere e tornò a ballare. Diventò una farfalla svolazzante, girava nella piazza ridendo tra una polka e un valzer, non distingueva i visi, tracannando tutto ciò che le offrivano da bere. Tolse i sandali e continuò a volteggiare a piedi nudi, seguendo un ritmo tutto suo, quello di una sarabanda che le rimbombava nella testa. Completamente ubriaca, era diventata il centro dell’attenzione, tanto che alcuni avevano improvvisato un girotondo attorno a lei. La situazione stava diventando imbarazzante. Valter era abbastanza conosciuto in quella zona e notò le occhiate che i presenti gli rivolgevano. Quell’idiota era ubriaca e lui stava facendo una figuraccia. Non tentò nemmeno di recuperarla, in un momento di euforia generale, abbandonò la panchina e andò via.

Sedette in macchina e aspettò che i baccanali avessero fine, scrutando il cielo limpido punteggiato di stelle. Era quasi l’una quando la vide tornare appoggiata a un caritatevole superstite del festino, malfermi entrambi.

Oriana salì sulla macchina e si avviarono. Era in stato quasi confusionale, desiderava un letto, una doccia, un aiuto. L’uomo era muto, assente, più di quanto non lo fosse stato durante quella funesta giornata.

“Dove vuoi che ti porti?”

“In un albergo per favore”.

La voce usciva rauca, stonata, come da uno strumento scordato. C’era un albergo nei paraggi, vicino alla spiaggia, lui ogni tanto ci dormiva e fu lì che andarono. Alla reception chiese una singola per la signora, porse il trolley al cameriere e la lasciò così. Dal parcheggio s’inoltrò attraverso una siepe, nella spiaggia dell’albergo, scavalcando una barriera metallica. I gazebo dalle tende bianche tremolavano mossi da un venticello appena percettibile. Sotto c’erano delle poltroncine di vimini con grandi cuscini. Si mise comodo e si addormentò. Non aveva bisogno di una camera: quel gazebo sulla spiaggia era perfetto. All’alba si svegliò allo stridere di alcuni gabbiani mattinieri che speravano di trovare cibo tra la sabbia umida. Si diede una sistemata alla chioma disordinata, ai pantaloni spiegazzati e tornò a casa.

Fu al risveglio, nel tardo pomeriggio del giorno dopo che Oriana si riebbe dallo stato semicomatoso in cui era sprofondata. Ricordava solo una specie di martello che a ritmo di mazurka le percuoteva le tempie. Si sentì confortata dalle lenzuola pulite, dal letto comodo e ancor più dalla doccia interminabile e dal morbido telo di spugna. Vestita e ordinata scese nella hall per chiedere spiegazioni:

“Scusi, mi può dire dov’è andato il signore che ieri sera era con me?”

“Io non ho visto nessuno, ma se attende qualche minuto, posso chiedere al mio collega che era qui ieri notte”.

Dopo una breve conversazione al telefono le chiarì ogni dettaglio.

Fu in quel momento che Oriana prese il cellulare e lo chiamò. Un’ora intera a chiamare a vuoto. “Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”.

Cenò nel ristorante dell’albergo, continuando a provare finché non lo trovò. Era lei la donna che avevo considerato assillante.

L’aveva bellamente mollata insieme al trolley, come uno scomodo fardello. Non si poteva intaccare la sua aura di tombeur des femmes a costo zero.

 

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