Vincenzo Consolo e Malgrado tutto

da | 21 Gen 22

L’ANNIVERSARIO Il 21 gennaio di dieci anni fa moriva a Milano, dove viveva, lo scrittore Vincenzo Consolo. Lo abbiamo ricordato in questi giorni, tornando anche nella sua Sant’Agata di Militello, dove è sepolto accanto ai familiari. E lo ricordiamo oggi con le sue stesse parole, tra le tante regalate a Malgrado tutto. Consolo, grazie a Leonardo Sciascia, è rimasto sempre legato al nostro giornale. Come Sciascia e Bufalino, non ci fece mancare la sua vicinanza, rispondeva sempre volentieri alle nostre domande e spesso ci chiedeva di riprendere qualche suo intervento pubblicato sui quotidiani. Come è successo nel novembre del 1997 quando ci diede una sua testimonianza sulla tromba d’aria che tranciò la chioma del famoso pino di Pirandello al Caos. Ce lo consegnò in uno dei tanti suoi ritorni a Racalmuto, proprio quell’inverno, durante una passeggiata nel cuore del paese.

Riproponiamo quella pagina nel ricordo dell’amicizia e dell’affetto che abbiamo sempre avuto per l’amico e lo scrittore a cui dedicheremo quest’anno, come abbiamo fatto per Sciascia e Bufalino in passato, la raccolta dei suoi scritti per Malgrado tutto.

Vincenzo Consolo a Racalmuto fotografato da Pietro Tulumello

* * *

Il pino di Pirandello, metafora delle nostre perdite

di Vincenzo Consolo 

Un tronco morto, pietrificato, un alto pennone scabro simile a quelli su cui si torcono, s’inarcano nello spasimo i corpi dei due ladroni nella Crocifissione d’Anversa di Antonello, è ormai il pino di Pirandello. Una tromba d’aria, sappiamo, la notte del 7 novembre scorso (era l’anno 1997, ndr) ha tranciato la chioma del famoso albero del Caos, ai cui piedi, nel cavo d’un masso roccioso, sono le ceneri dello scrittore. Il quale, crediamo, avrebbe mestamente sorriso del naturale evento, della violenta falce celeste che ha decapitato il suo vecchio “amico”, l’ha conciato a segno più pregnante della nudità, della desolazione del mondo.

Il pino di Pirandello dopo la tromba d’aria (foto Angelo Pitrone)

Evento naturale, per noi, che ancora dice dei nostri scadimenti, delle perdite, reali e simboliche, nel nostro Paese, come quelle, ben più gravi e irrimediabili della perdita di un pino, avvenute nell’Umbria e nelle Marche per il recente terremoto. Era un albero vecchio e malato, il pino del Caos, sofferente da anni per l’insensata idea di un qualche architetto  o capo mastro di far coprire le radici con una pavimentazione di lastre di pietra.
Impoverito di flusso linfatico, l’albero era stato assalito da insetti chiamati cerambicidi, era divorato dalle larve, e le autorità  avevano pensato ad una “geniale” soluzione: alla sua plastificazione.
“(…) Soprattutto occorre liberarlo dal selciato: le radici non respirano, l’acqua non penetra. E poi bisogna affidarlo alle cure di uno specialista. C’è un giovane molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla facoltà di Agraria. Mi ha detto che l’amministrazione comunale non risponde a queste sollecitazioni perché si sono messi in testa di sostituirlo con un pino di plastica (…) Questa è la classe dirigente – per meglio dire digerente – che preferisce fare il pino di plastica piuttosto che salvare quello vero. Ed è così per tante, tante altre cose...”.
Questa è l’ultima battuta di Fuoco all’anima, il libro-conversazioni di Leonardo Sciascia con Domenico Porzio. Il giovane “molto bravo” di cui parla Sciascia è il professor Giovanni Liotta, il quale evidentemente era riuscito alla fine a convincere le autorità a farsi affidare la cura del vecchio albero malato. E aveva innanzitutto, liberato gradualmente le radici, anno dopo anno, piastrella dopo piastrella, dalla coltre di pietra. Il pino così aveva preso a rivivere, fino a che non è stato ucciso, con lo strappo della chioma, dalla tromba d’aria.

L’articolo di Consolo su Malgrado tutto

Da quel pino marittimo, che alto si stagliava sulla campagna, tra Agrigento e Porto Empedocle, chiamata Caos, era cominciata l’avventura terrestre, la tormentata, drammatica vita del geniale scrittore; là, ai piedi del pino si era conclusa. Tutti ricordiamo l’attacco del frammento d’autobiografia: “Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde“.
La lucciola, le lucciole sotto il pino, ch’erano certo d’una privata memoria del tempo trascorso in quella campagna, ma che forse scivolano anche da Le ricordanze di Leopardi (“E la lucciola errava appo le siepi/e in su l’aiuole“), che baluginano in alcune sue opere, nel Taccuino segreto appena pubblicato, ma che raggiungono fanfasmagoria di luci, magia e incanto nell’ultimo mito che non poté terminare ne I giganti della montagna.

Lucciole! Le mie. Di mago. Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l’invisibile: vaporano i fantasmi…“. Così risponde il mago Cotrone alla domanda di Ilse, là alla villa detta “La Scalogna“. Gli orli della vita come gli orli dell’altipiano d’argille dov’era il pino e la villa del Caos: il confine tra la realtà e il sogno, tra il finito e l’infinito “ch’è negli uomini“, tra la memoria e la fantasia creatrice.

La casa natale di Piŕandello al Caos (foto Angelo Pitrone)

Bastava solo quel nome, Caos, ad accendere la fantasia dello scrittore (“…Io dunque sono figlio del Caos, e non allegoricamente, ma in giusta realtà…”), ma ad esso bisogna aggiungere la sua nascita in tempo di colera e il ricordo terribilmente impresso, in lui bambino di poco più di due anni, di una totale eclissi di sole. Una luce d’eclissi, un cielo di cenere, un sole nero graverà poi sul mondo pirandelliano.

Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui“, lasciò scritto.

Le ceneri di Pirandello, dimenticate per anni al Verano, riposte in un bel cratere greco, dopo intralci burocratici e romanzesche disavventure, furono traslate infine ad Agrigento e, solo nel 1961, murate nella “rozza pietra“, sbozzata dallo scultore Mazzacurati, ai piedi del “pino solitario“. Le ceneri sotto il pino morto d’oggi, il pennone pietrificato con i suoi nudi monconi contro il cielo, contro le scabre colonne dei templi della Valle, contro l’Agrigento là in alto devastata da costruzioni selvagge, avrebbero di più confermato lo scrittore nella sua visione del mondo, della vita come caos, mutamento incessante di forme, come approdo all’assenza, al nulla.

Il professor Giovanni Liotta aveva pensato provvidenzialmente a suo tempo a far germogliare dai semi del vecchio pino tre pianticelle. Quando queste saranno cresciute, ne sceglierà una, la più robusta, a sostituire il genitore, il tronco senza vita attuale.

Speriamo che il nuovo giovane pino lossa stendere in futuro la sua pietosa ombra sul “Calme bloc ici-bas chu dun dèsastre obscur“, spandere il suo odore resinoso intorno alle ceneri, accogliere nella notte le lucciole reali o fantastiche, ricreare sul Caos un simbolico, empedocleo “sfero“, una parvenza d’armonia lontana dai vortici degli elementi, dalla tempesta della vita, dallo sgomento.

LA DEDICA A MALGRADO TUTTO 

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