“Vincenzo Campo, mio nonno, e il suo omicidio archiviato e dimenticato”

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“Era un avvocato valente, mio nonno, particolarmente noto e apprezzato, fiero d’essere avvocato. Questa la sua storia”.

L’avvocato Vincenzo Campo

1948, 22 febbraio. Il 18 aprile successivo in Italia si sarebbe votato per eleggere il primo Parlamento della Repubblica che era nata appena due anni prima, il 2 giugno del 1946. Il clima era più che caldo e si profilava lo scontro tra i socialisti e comunisti del Blocco del Popolo e i democristiani; strettamente connessi agli interessi più schiettamente politici, naturalmente, gli interessi economici e sociali; in Sicilia lo scontro fra agrari e contadini. Era il tempo delle occupazioni delle terre, ed era ovvio ritenere che in quelle e con quelle elezioni si giocava l’indirizzo politico e sociale del Paese, si segnava la linea che il futuro del Paese avrebbe seguito.

In Sicilia, non solo la mafia “non esisteva”, ma neanche se ne pronunciava la parola; neanche i sodali la nominavano, che per loro era la “Cosa nostra” e gli altri, il resto dell’umanità la sottintendeva soltanto, non ne pronunciava il nome: non sia mai, Signore, dire “mafia”.

Mi viene in mente un episodio che non c’entra nulla con la storia che sto per raccontare, ma solo con quello che ho appena detto: ero ragazzo, in campagna, d’estate, nella prima metà degli anni sessanta; ad un certo punto passò proprio sotto casa  una 600 bianca con a bordo tre o quattro persone, nella nostra campagna e non sulla strada pubblica; a quei tempi, d’estate, quando non si sarebbero danneggiate le coltivazioni, s’usava passare per le terre d’altri, generalmente con la mula, ma chi passava, giunto nei pressi delle case, rallentava, dava voce e salutava, in segno di ringraziamento e per significare di non avere male intenzioni. Quella 600 sfrecciò sotto la casina e si diresse per la sua strada. Mia nonna, che era una donna più che energica, s’affacciò sul terrazzino e prese a sbraitare contro quei maleducati. Se non altro per sottolineare la mala creanza. Intervennero immediatamente i contadini a frenarla e a indurla a smettere: “pi’ carità, signù, la finissi! sunnu chiddri… si zitissi, era ‘u professuri!” – capii dopo che si riferivano al  professore, asserito capo mafia di Raffadali, che aveva un terreno confinante col nostro. È tutto detto, credo.

Ma torniamo a noi alla storia che vi voglio raccontare, che è storia nella quale pure c’è un’automobile, un’altra Fiat: una 500 c, nota come Topolino; in particolare era una Topolino furgonata. Quest’automobile rimase nel garage di casa nostra, in via Bac Bac, sempre ferma a riempirsi di polvere, mai toccata da nessuno e mai guardata fino a dopo la morte di mio padre, che avvenne nel 1966 e quando mia nonna decise di venderla per ferro vecchio.

Quel 22 febbraio del ‘48, quella Topolino, guidata da mio padre, che si chiamava Totò, e con a fianco mio nonno, che era Vincenzo, percorreva la strada che da Alcamo porta a Sciacca; ad un certo punto, in un tratto tutto curve, tra Gibellina e Santa Ninfa, mio padre sentì un colpo di fucile ma non ci fece caso: erano tempi in cui tutti, in campagna, andavano col fucile e non come si pensa per spararsi come nel Far West, come certa iconografia ama rappresentare Sicilia e siciliani, ma semplicemente per non perdere l’occasione di sparare a qualche coniglio e rimediare una cena di carne, che non era cosa da poco.

Non ci fece caso, ma sentì che la vettura non teneva più la strada, che il retrotreno sbandava, e pensò alla cosa più ovvia: una panne di gomma; a quel punto rallentò, magari con l’intenzione d’accostarsi per cambiarla. Sentì allora un secondo colpo di fucile e s’insospettì: forse non era un cacciatore occasionale a sparare; toccò il padre, che era accanto a lui, e si accorse che non c’era più: assorto nel rosario che stava recitando in silenzio fra sé e sé – come faceva  tutti i giorni- non aveva neanche fatto caso alla prima fucilata. La seconda non ebbe il tempo di capire che era per lui, perché lo prese esattamente al cuore. Il primo sparo era servito per fare rallentare l’andatura dell’automobile e consentire al cecchino di prendere al meglio la mira. Il secondo per uccidere mio nonno. Un ottimo piano, studiato da chi conosceva bene i luoghi e un ottimo cecchino. Aveva funzionato.

Fin qui, storia di ordinaria delinquenza, un omicidio ben studiato che dimostra la volontà di colpire solo uno dei due occupanti la Topolino: se non fosse stato così, se l’intenzione non fosse stata di uccidere solo mio nonno e lasciare illeso mio padre, non sarebbe stato più facile pararsi sulla strada dietro una curva e tirare una raffica di mitra che avrebbe sicuramente colpito la vittima? Certamente sì. Ma non è cosa di mafia, che tende a colpire la vittima designata e nessun altro. Chi fu il cecchino non si è mai saputo e meno che meno si è mai saputo chi lo avesse mandato lì a fare quel lavoro, che è la cosa più importante da sapere.

L’Avvocato Vincenzo Campo

Chi era la vittima, però, lo sappiamo. Era un avvocato che viveva ad Agrigento. Era nato ad Alcamo, ma era emigrato con tutta la sua famiglia in Tunisia prima e in Algeria dopo. Aveva frequentato il liceo italiano a Tunisi e poi, rientrato in Italia, si era laureato in legge a Palermo. Lì aveva conosciuto Cesare Sessa, un suo collega di Raffadali che sarebbe stato tra i fondatori del Partito comunista a Livorno nel ‘21, perseguitato politico durante il fascismo, commissario prefettizio di Agrigento alla fine della seconda Grande guerra, deputato regionale alla prima Assemblea del 1947 e anche senatore della Repubblica. Massone come lui.

Cesare, immagino, in considerazione del fatto che mio nonno non aveva familiari in Sicilia se non uno zio prete che si chiamava Alberto Ingrao, lo invitò a passare un periodo a Raffadali, a casa sua, in quello che ora si chiama Cortile Sessa e che non so proprio come si chiamasse all’epoca. Lì conobbe una nipote di Cesare, più o meno loro coetanea, che si chiamava Olimpia, e se ne innamorò. Ho qualche dubbio che mia nonna Olimpia si fosse innamorata di lui, ma certo è che di lui s’innamorò il futuro suocero, il veterinario Vincenzo Cuffaro, che sicuramente notò le grandi qualità di quell’uomo. I due si sposarono e andarono a vivere ad Agrigento, in via Bac Bac, al secondo piano del Palazzo Serroj, dove tuttora vivono mia madre e una delle mie sorelle.

Era un avvocato valente, mio nonno, particolarmente noto e apprezzato, fiero d’essere avvocato. Mi raccontava l’avvocato Grillo, che mi fu maestro nella professione, che quando aveva da trattare qualche causa penale, usciva da casa già con la toga in dosso. Nell’esercizio della sua professione, com’era ovvio che facesse qualunque buon avvocato che non può e non deve temere ritorsioni, difese chiunque si fosse rivolto alle sue cure: solo per fare degli esempi, da un falegname comunista perseguitato politico dal fascismo e arrestato alla vigilia di ogni manifestazione fascista, che era Gaetano Gaglio, a un campiere realmontino imputato di omicidio e certamente mafioso, del quale non faccio il nome per non recare un dispiacere ai suoi nipoti che sono vivi e vegeti e pure amici miei, ad una parte civile in un processo alle assise di Sciacca contro la mafia di quelle zone. L’arringa di questa causa fu pure pubblicata sull’Eloquenza siciliana.

Ad un certo punto incontrò un padre Redentorista e da massone che era, diventò fervente cattolico e braccio destro del vescovo della diocesi di Agrigento, Monsignor Giovanni Battista Peruzzo. In quel tempo, che la sociologia era vista nella Chiesa come una bestia nera, Peruzzo istituì un corso di Sociologia al seminario e ne affidò l’insegnamento a lui. Insegnò anche Economia e pure Cultura militare all’Istituto tecnico. Fu tra i fondatori del Partito della democrazia cristiana, sturziano, e nel 1948 quando fu ucciso era il vice segretario regionale di quel partito. Era designato quale candidato alle elezioni che si sarebbero svolte il 18 aprile di quell’anno e quel 22 febbraio, il giorno che morì, era stato ad Alcamo per una riunione elettorale e da lì sarebbe andato a Sciacca dove avrebbe tenuto un’altra riunione elettorale, se il cecchino non l’avesse fermato.

Al funerale, officiato da monsignor Peruzzo, ci fu una enorme partecipazione di popolo con bandiere nazionali e cittadine e guardie civiche in alta uniforme. Quello fu il primo e l’ultimo tributo, il solo, che la mia città, che era la sua di adozione, manifestò a lui: dopo il funerale, l’avvocato Campo e il suo omicidio furono archiviati e posti accuratamente a dimenticare.

Vincenzo Campo, avvocato, autore di questo articolo e nipote dell’Avvocato Campo

Sì, lo dico convintamente e non a caso: fu volutamente messo a dimenticare: le cose che non si ricordano di fatto è come se non fossero mai esistite. Che fu un omicidio politico è indubbio, come indubbio è che fu un omicidio di mafia e certamente non di mafiosi contro altri mafiosi, ma di mafiosi contro un temuto avversario certamente non mafioso: tutta la sua vita parla e ce lo spiega senza lasciare spazio al benché minimo dubbio.

Come dicevo prima, erano tempi in cui non si pronunciava neppure la parola “mafia”, e poi, anzi prima perché fatto più importante, nessuno aveva interesse a parlare di quell’uomo e di quell’omicidio. Interesse non ne avevano le sinistre, i comunisti e i socialisti che, impegnati in una strenua lotta contro la Democrazia cristiana, certo non avevano interesse a sottolineare un evento che avrebbe esaltato la figura di una persona che apparteneva al fronte contrario. Ma interesse non ne aveva neanche il Partito della democrazia cristiana.

Se è vero che quell’omicidio fu un delitto politico, e altre ragioni certamente non ce ne sono, bisogna chiedersi a chi faceva comodo che non esistesse più quell’avvocato che aveva parte rilevante nel partito, che aveva un non indifferente seguito di popolo per notorietà e stima personale e che aveva l’appoggio incondizionato della Chiesa; bisogna chiedersi a chi dava politicamente fastidio quell’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

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4 Responses to “Vincenzo Campo, mio nonno, e il suo omicidio archiviato e dimenticato”

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    Teresa Triscari Rispondi

    10/06/2020 a 22:48

    E’ importante tirar fuori dai cassetti della memoria tanti pezzi di storia, della nostra storia, per “fare” la Storia.

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    Pasquale HAMEL Rispondi

    11/06/2020 a 7:07

    Caro Vincenzo, ho letto con commozione e rabbia quanto hai scritto. Di quell’avvocato Campo, vittima di mafia, conoscevo ben poco, solo il nome e l’anno di morte e la sua militanza politica. Non sapevo neppure che fosse tuo nonno. Su quella morte è stato, infatti, steso un velo che ha consentito di relegarla nell’oblio strappandolo alla memoria collettiva.

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    Filippo Fragapane Rispondi

    11/06/2020 a 21:41

    Caro Enzo… La rabbia, l’indignazione, la frustrazione sono grandissime… Purttoppo il tuo grande nonno fa parte di quell’enorme numero di appositamente “dimenticati” da amici e nemici, perché “ingestibili”… e ciò è sicuramente merito eccelso.

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    Rosanna Rispondi

    25/10/2020 a 20:36

    Anche mio nonno è stato dimenticato “LEONARDO RENDA” Segretario della Democrazia Cristiana, UOMO DI ALTO SPESSORE MORALE, sostenitore ad Alcamo della candidatura dell’AVV. VINCENZO CAMPO nelle votazioni del ’48, ucciso L’8 LUGLIO del ’49. UNA STORIA CHE CI ACCOMUNA.

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