Viaggio fra miniere inaccessibili e occasioni mancate

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Tra Racalmuto e Montedoro le indicazioni turistiche promettono bene, ma la realtà è un’altra.

La strada che collega Racalmuto a Montedoro è quella che è, disastrata. Ma con un po’ d’attenzione la potete percorrere arrivando sani e salvi a destinazione. Altrettanto non si potrà dire per la vostra auto. E’ una lunga serpentina nera che fende contrade dal nome antico: Casalvecchio, Sant’Antonino, Culma, Giona, Gargilata… Oltrepassando certe curve appare un paesaggio ora rigoglioso ora secco e scaglioso. Con un po’ di cura sarebbe un percorso interessante per le tappe di archeologia industriale che le tabelle turistiche diligentemente indicano, in alcuni casi, anche in inglese. Dalla vecchia miniera di sale di Montedoro a quella di zolfo di Gibellini, passando anche per le grotte di Fra’ Diego che la leggenda indica come l’inaccessibile riparo dell’eretico racalmutese in fuga dai famigli e dai birri dell’inquisizione. Il punto è – a  guardare questa piccola storia per flâneur di campagna – che parliamo, manco a dirlo, di un’occasione mancata.

Montedoro-Racalmuto, strada dissestata

Abbiamo voluto seguire – fra innumerevoli sobbalzi a quattro ruote, voragini che si aprono sull’asfalto, bozzi, buche, tratti sterrati e il feroce supplizio inflitto alle sospensioni di una povera Fiat Panda –  i cartelli informativi piazzati appena usciti dal paese, in direzione Canicattì. Alla prima deviazione già una sorpresa: la strada si biforca. Ma non è un bivio, non è l’imbocco di un nuovo sentiero o di una trazzera. Nemmeno una mulattiera malridotta. La strada ha ceduto formando una specie di grande scalone in mezzo al quale crescono – rigogliosi –  abbondanti ciuffi d’erba selvatica. Se non fai attenzione e non la prendi con la dovuta calma, rischi di sbandare e di finire dritto nella vasta conca che finisce al Raffo. Pazienza, è lo scosceso modo tutto siciliano di render piacevolmente tormentosa la vita alle persone che viaggiano in auto. Proprio per questo sono anni che nessuno si occupa di porvi rimedio: la mantengono così com’è, come si conviene a un  bene archeologico da conservare o a una reliquia da tramandare.

Oltrepassando questi impedimenti trascurabili, l’ignaro viaggiatore si affida, speranzoso, a quelle indicazioni che promettono molto di buono e un pomeriggio dal taglio insolito. Prima tappa, le grotte di cui sopra. Non sappiamo quanto di vero ci sia nella narrazione che ci è stata tramandata, nessuno garantisce  che quello sia il vero luogo in cui l’empio, il racalmutese dal “tenace concetto”, avesse trovato riparo dopo l’evasione dal palazzo Steri di Palermo e aver vagato per mezza Sicilia. Fatto è che quei grandi buchi sulla parete rocciosa, neri come vicoli bui,  si possono guardare solo a una  distanza che francamente non rende giustizia al posto. Avvicinarsi è impossibile, forse tutta l’area è proprietà privata. Eppure ricordiamo un luogo che era frequentabile più da vicino e – ovviamente – con più suggestione. Un percorso più ravvicinato le istituzioni potrebbero crearlo, magari con una qualche forma di informazione supplementare: Sciascia e Natoli al riguardo sono fonti inesauribili da cui attingere.

La miniera di Gibellini (foto A. Pitrone)

Prossimo obiettivo, la miniera di sale di Montedoro. Chi non sa nulla della storia di queste plaghe è portato a ritenere che si tratti di un sito visitabile. Che sia una miniera non più in attività è scritto nei cartelli, ma arrivati nello spiazzo d’accesso a quello che era l’ingresso degli operai trovi una specie di inferno di lamiere e desolazione. Tutto recintato a doppia mandata, per fortuna, ché in queste condizioni una passeggiata per questo agglomerato di ferro e argani spenti e tettoie che cigolano sinistramente sarebbe molto pericoloso. Quindi? Niente, marcia indietro e tentare per l’ultimo boccone prelibato. La dismessa miniera di Gibellini.

Anche qui, il viandante avvertito sa che questa è terra di zolfo, quando lo zolfo era sinonimo di dolore e fatica inumana, davvero parente stretto del diavolo. Dall’alto il sito ha qualcosa di affascinante, pur nella sua aspra desolazione. La vecchia casina degli uffici è diruta del tutto. Il  pozzo, là, in alto, domina come uno spettro in attesa di svanire del tutto. E’ uno scenario suggestivo, facile immaginare torme dolenti di zolfatai che avanzavano in fila alla luce bianca dell’acetilene in quella valle puzzolente e arsa; uomini e ragazzi inghiottiti dalle gallerie malmesse come una razione quotidiana di carne umana reclamata da un mostro chiamato miniera.

Entravano in quei “buchi di miseria”, come Zola chiamava le miniere di carbone della sua Francia, per uscirne dopo dieci ore di lavoro da spaccare le ossa e un salario appena sufficiente a garantire una sbronza di vino cattivo. Carusi, picconieri, pirriatori, arganisti, sorveglianti… Ma tutto questo non è scritto, non è raccontato, lo devi sapere, lo devi immaginare. E se vuoi vedere da vicino quel che rimane di quella fabbrica di ingiustizia non puoi proseguire la visita in macchina: la stradella è buona per un fuoristrada o da percorrere a piedi. Forse anche con qualche rischio. E allora? Basta, marcia indietro. Andateci piano con l’acceleratore. In ogni caso, sappiate che a Racalmuto lavorano bravissimi meccanici. E non sono nemmeno cari.

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