Vecchi e giovani

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Si è dissolta l’idea che la condizione giovanile possa trovare nella critica politica e nella critica della politica una risposta al disagio sociale, al bisogno di emergere.

Alfonso Maurizio Iacono

La società italiana di geratria ha stabilito che si diventa anziani a 75 anni. Pare che un sessantacinquenne di oggi abbia la forza fisica e mentale di un quarantacinquenne di vent’anni fa e un settantacinquenne quella di un cinquantacinquenne degli anni ’80. Dieta, sport e quant’altro hanno aumentato le nostre chances di vita migliorandola e allungandola. Coloro che hanno più di 75 anni si consolino. Verdi scrisse il Falstaff , opera meravigliosa che annuncia la musica contemporanea, a ottant’anni; Michelangelo, alla stessa età, alcuni secoli prima aveva lavorato al quel capolavoro che è la Pietà Rondanini, scultura che sconvolge la mente per il dramma inquieto e sottile del non finito svolto tra la materia e la forma; sempre a quell’età, molti secoli prima, Platone scrisse il suo dialogo più lungo, Le Leggi, un formidabile quasi ripensamento del suo capolavoro La Repubblica.

Conosco uomini e donne che tra gli ottanta e i novanta, a cominciare da Rossana Rossanda e da Luciana Castellina dalle quali ho molto imparato, danno del filo da torcere a chiunque. Del resto uno come Eugenio Scalfari è ancora lì a dare battaglia e papa Francesco è, per fortuna, sempre in prima linea contro il male che torna a dilagare in questo Occidente di longevi e di diseguali.

Ma com’è allora che quando sono andato a Roma, pochi giorni fa, a un importante convegno su Marx, organizzato, tra gli altri, dalla CGIL e ho visto l’età media dei partecipanti che era sulla linea sottile che oggi, secondo i geriatri, divide gli anziani e i non anziani, nonostante l’ottimo livello delle relazioni che ho ascoltato, mi ha preso un lungo momento di tristezza?  Forse perché si è svolto al Macro, un edificio la cui fredda rarefazione architettonica interna è pari al narcisismo senza emozioni della posmodernità, forse perché Roma era grigia e piovosa e quando Roma è grigia e piovosa non aiuta l’umore, ma certo vedere che la stragrande maggioranza dei partecipanti oscillava tra i sessanta gli ottant’anni, più o meno benestanti, più o meno professori, politici, sindacalisti, mi ha gettato nella malinconia.

Trent’anni fa accadeva il contrario. Si mentiva ai giornali alzando l’età media dei dirigenti politici, perché troppo giovani e si temeva di non essere credibili. Oggi quella generazione è la stessa che galleggia sulla soglia dell’anzianità e fa i convegni su Marx. Eppure quando qualcuno di noi tiene un corso su Marx gli studenti vengono a sentire anche quando non sono obbligati a farlo. Non credo che manchi l’ascolto e l’interesse, ma si è scollato il rapporto fra conoscenza, critica e politica, mentre la distanza fra generazioni, apparentemente inferiore al passato, è invece diventata abissale.

L’idea che la condizione giovanile possa trovare nella critica politica e nella critica della politica una risposta al disagio sociale, al bisogno di emergere, all’urgenza di spezzare i legami con l’autorità, si è dissolta. Di ciò siamo certamente responsabili noi e anche le generazioni politiche più giovani (o meno anziane). Altrove Sanders e Corbyn, che pure stanno sulla linea sottile dell’anzianità, sono molto ascoltati dai giovani; in Francia, in Spagna, in Germania, nonostante tutto, la frammentazione della sinistra mi sembra minore della nostra. Da noi, in termini di pura tecnica politica, gli attuali dirigenti di sinistra sono ben lontani dal potersi confrontare con un Salvini, uomo assai navigato e di vecchia scuola, il quale dice di apprezzare De André, Guccini e Berlinguer mentre, mangiando un piatto di bucatini, fa il duro con i migranti. Mi ricordano le zanzare, girano intorno, pungono e al massimo fanno un po’ di prurito. Passerà la nottata, ma sarà lunga.

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