“Uno scrittore deve scuotere le coscienze”

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Incontriamo lo scrittore e poeta Gino Pantaleone. “Un libro deve essere come uno schiaffo e, oltre a svegliare, deve provocare riflessioni, conferme e, nella peggiore o migliore delle ipotesi, cambiamenti al pensiero”

Gino Pantaleone (foto di Mario Virga)

Scrittori, a mio avviso si ci diventa. Si potrà dire che si avrà avuto una buona spinta ereditaria familiare, una buona educazione alla lettura, consapevolezza del percepire la cultura come formazione di sé, ma gli studi, le esperienze, le prove, le cadute, le risalite, lo stile che cambia nel tempo, forgiano lo scrittore“.

E’ quanto ci dice all’inizio di una piacevole e interessante conversazione lo scrittore e poeta palermitano Gino Pantaleone, che incontriamo alla libreria Macaione di Palermo.

Pantaleone ha pubblicato diversi saggi e diverse raccolte di poesie, per i quali ha ricevuto significativi riconoscimenti. Tra cui il Premio Internazionale “Pablo Neruda”,  il Premio Internazionale “Prometeus” e, nel 2017, il Premio “Piersanti Mattarella”, “Per la sua tenace e quotidiana riflessione che tende a restituire, tramite le figure dei siciliani onesti del passato, l’esempio di coraggio e coerenza per il riscatto della terra di Sicilia e dei siciliani”.

Quando si parla di te si pensa subito a Michele Pantaleone e al libro Il gigante controvento che è stato presentato in molte città italiane. Puoi parlarmi di questo libro? Hanno scritto che serve per formare le coscienze dei giovani al rispetto della legge?

Io non fui un parente di Zio Michele (così però lo chiamavo). Fu compagno di partito di mio Zio Totò Pantaleone, socialista come lui e partigiano (nome in codice “Orione”). Lo conobbi nel 1995 e da allora non ci staccammo più. Io avevo sete di ascoltarlo, lui, ormai lasciato vigliaccamente da solo anche dai suoi amici più cari, mi raccontava tutte le sue vicende quelle dei successi e quelle dolorose (purtroppo tante) che lo portarono a subire 39 querele e a partecipare a quasi cinquemila udienze. La sua morte del 2002 l’ho dovuta digerire e metabolizzare. Ho scritto “Il gigante controvento” dopo ben 12 anni dalla sua dipartita ed è stata anticipata da un libretto dal titolo “Non dobbiamo aver paura” che raccontava l’ultima conferenza che tenne nella mia scuola nel 1996 davanti a 400 ragazzi, con Don Turturro e Maria Falcone. C’è chi mi ha invitato a scrivere qualcosa di più e allora mi misi a raccogliere tutta la documentazione che mi aveva regalato in 7 anni e la ordinai cronologicamente. Intervistai i suoi amici più cari, feci ricerche storiche nelle biblioteche, utilizzai i suoi 14 libri, da “Mafia e Politica” del 1962 a “Omertà di Stato” del 1993, tutti best sellers. Così in circa due anni condensai il contenuto del libro in circa 360 pagine, il tutto impreziosito dalla prefazione di Lino Buscemi, dal contributo di Carlo Marchese (sociologo tarantino suo amico) e la postfazione di Tommaso Romano. Sapere oggi, come si è evoluta la mafia, quali sono i suoi loschi affari, come ha utilizzato la politica, come ancora oggi vive di droga e di pizzo, come è arrivata alle stragi del ’92, significa acquisire consapevolezza del suo degrado umano, civico, culturale, avendo da sempre fatto fuori uomini e soprattutto donne e bambini senza mezzi termini. Tutto questo è scritto nei libri di Pantaleone che ha sempre consigliato alle giovani generazioni di non aver paura costituendosi in comitati per la legalità e soprattutto denunziando tutte le illegalità alle istituzioni.

Che cosa resta oggi del patrimonio di Michele Pantaleone?

Ben poco. Il libro si, ha fatto tornare l’attenzione verso uno scrittore scomodo che ha messo a nudo i misteri delle associazioni criminose e soprattutto i legami con parte di politica falsamente portata al bene comune. A Villalba esiste una mostra di arnesi della civiltà contadina raccolti da Michele Pantaleone e donati dalla famiglia al Comune, e la sua casa, che è custodita dai suoi primi nipoti in contrada “Pietrosa”, dove c’è tutto il suo poderoso archivio. A Palermo c’è invece la Via “Michele Pantaleone”, intitolata due anni fa, dopo l’uscita del libro vicino la sua casa palermitana di via Galileo Galilei. Per il resto, io ho raccontato la sua vita in diverse città d’Italia e in diverse scuole destando grande attenzione.

Qual è il compito di uno scrittore nel confuso mondo in cui viviamo?

Se non scuote le coscienze per me ha una funzione sociale inutile. Forse avrà altre funzioni, desterà delle curiosità, darà al lettore l’emozione del catartico, ma un libro deve essere come uno schiaffo e, oltre a svegliare, deve provocare riflessioni, conferme e, nella peggiore o migliore delle ipotesi, cambiamenti al pensiero. Lo scrittore non può non tenere conto del contemporaneo sentimento della gente e non può tenersene a distanza.

Qual è il ruolo della letteratura?

La letteratura è acquisizione di informazioni che formano, è conoscenza del pensiero di un passato volto alla bellezza, è studio di vite che si sono spese per le giovani generazioni, è una forma di esplorazione della cultura del tempo, è un’analisi di rispecchiamento che necessariamente passa da dentro, una forma di scandaglio che incide inevitabilmente sul proprio pensiero, un’ indagine su ciò per cui noi siamo in vita e siamo esseri pensanti, e cioè, il “noi”, la memoria, l’amore, senza la quale siamo nessuno. Il ruolo della letteratura è tutte queste cose che non significa una quantità di libri letti, ma un apprendimento che rende maturi, saggi, felici e avidi di sapere.

Secondo te gli intellettuali si devono scrivere in un partito?

Se penso a Leonardo Sciascia e a Michele Pantaleone mi vengono i brividi. Sono entrati entrambi in politica ma hanno dovuto “santiare” e lottare a denti stretti per far capire le loro idee contro una politica sorda non al servizio della giustizia e della comunità. Il risultato è che Sciascia è passato dal PCI ai Radicali mentre Pantaleone, avvertendo Craxi con una lettera, ai Socialisti autonomi. Però l’iscrizione a un partito è condivisibile e lo scrittore si deve fare carico nel peso di questa difficile sua consapevolezza.

“Alice in wonderland a Palermo”. E’ un’avventura o un sogno ad occhi aperti?

“Alice in wonderland a Palermo” è la conoscenza della mia città vista con l’occhio di una bambina che si perde tra le sue meraviglie e le sue bellezze. Alice parla con puttini, alberi, il genio (di Palermo), Santa Cristina, l’Orfeo della fontana Pretoria e ad ogni stazione si ferma perché molto curiosa. Il Bianconiglio le scandisce però il tempo facendola passare dal sogno alla realtà. Alice forse ha voluto sapere ciò che io conoscevo già e ciò che ogni bambino avrebbe voluto sapere della propria città.

Che cos’è “La follia nell’arte”?

“Ars sana in mente insana”, è il titolo di un cofanetto, edito da Medinova, contenente un saggio del Prof. Pino Clemente dal titolo “La droga nell’arte” e il mio “La follia nell’arte”. E’ una sorta di passeggiata nel tempo nella follia dalla grecità sino ai giorni nostri. E’ un saggio che reputo ancora incompleto e che sicuramente riprenderò. Palermo è stata un’antesignana nei trattamenti e nella cura della follia grazie al Barone Pietro Pisani il quale, alla fine dell’800, abolì tutte le misure drastiche e per la prima volta in Europa cercò, ove possibile, di mettere al servizio della comunità manicomiale, gli stessi malati di mente. Il libro poi analizza le varie tesi nel tempo riguardanti il nesso tra genialità artistica e follia sino ad analizzare le vite dei più grandi artisti che terminarono i loro giorni tra le mura del manicomio con sorprendenti epiloghi e curiosità.

Tra i tuoi saggi uno è molto particolare e si intitola: “Servi disobbedienti”. Ne vuoi parlare?

Sì. Certamente. L’aver studiato approfonditamente Leonardo Sciascia, dopo la pubblicazione della travagliata esistenza di Michele Pantaleone con “Il gigante controvento”, mi ha portato ad una naturale conclusione: le storie di due intellettuali amici, nativi di due paesi poco conosciuti dell’entroterra siciliano (Villalba e Racalmuto), che hanno approfondito e scritto sul fenomeno “mafia”, seppur con generi letterari differenti e con approcci diversi, spesso si sono incontrate, scontrandosi con le idee di un arguto ma velleitario modello dominante. Perservi disobbedientiintendo proprio coloro che conservano salde le proprie convinzioni anche quando gli altri pensano si tratti di ingenuità e affrontanoanche in solitudine – le battaglie, pur consapevoli che vincere sarà difficile, proprio come gli uominidal tenace concetto”, qualità rifilata a fra Diego La Matina in “Morte dell’Inquisitore” da Leonardo Sciascia. E loro lo sono stati. L’analisi peculiare e raffinata di Sciascia, quella cruda e senza peli sulla lingua di Pantaleone hanno fatto di questi due scrittori (i primi, dopo la seconda guerra mondiale, a rompere l’omertà mafiosa attraverso la scrittura) due icone scomode, mettendoli da un lato sotto gli occhi dei riflettori, dall’altro tra le sbarre della gogna sino a portarli all’isolamento. Con questo volume ho voluto rivisitare, dell’uno e dell’altro, il personale percorso culturale, politico e letterario rendendo una testimonianza fondamentale. Entrambi accusatori di una evanescente e inconcludente Commissione Nazionale Antimafia hanno vissuto l’esperienza di un incontro organizzato dalla rivista “L’Europeo” con la presenza del presidente dell’allora Commissione, l’on. Francesco Cattanei, molto acceso pertinente e che ha avuto anche conseguenze giudiziarie per Pantaleone. La rottura sofferta coi comunisti, le critiche alla Chiesa, rea, sino ad un certo momento storico, di non prendere posizione e, addirittura, di favorire la mafia. Ha scritto Gaetano Savatteri nella sua prefazione,ricostruire la tensione e le difficoltà del tempo passato, ricordando che dobbiamo ringraziare Pantaleone e Sciascia per averci spiegato, con rigore e metodo, cos’era la mafia (o, addirittura, che esisteva la mafia, quando cardinali, politici e magistrati ne negavano perfino l’esistenza), è il merito di questo lavoro, essenziale per non perdere la memoria. Anche, e soprattutto, quando la memoria è fatica e responsabilità”.

Gino Pantaleone con l’editore Nicola Macaione mentre mostrano un ritratto di Carlo Levi

Qual è il tuo rapporto con la poesia

Amo la poesia perché credo sia quel genere letterario che apre le porte alla bellezza, intesa come elevazione dell’anima, un varcare soglie sconosciute, un’esplorarsi le profondità “dove tutto diventa legge”, dice Rainer Maria Rilke, e che dona al mondo un respiro parallelo puro e vero. La poesia l’ho studiata (ho frequentato da uditore per ben 4 anni “Poetica e Retorica” alla facoltà di Lettere e Filosofie con il Prof. Salvatore Lo Bue), la studio e la studierò a vita. Ho tra i miei scaffali più di 300 libri di poesie e continuo a comprarne perché penso che non ci sia altra ricchezza letteraria che studiare tutta la poesia del mondo. Oggi il mio studio è concentrato sullo spagnolo Federico Garcia Lorca, poi punterò al tedesco Friedrich Hölderlin, menzionato anche nel saggio “La follia nell’arte” in quanto ha terminato i suoi giorni nella follia più totale. Le sue ultime meravigliose poesie le ha datate con giorni prima della sua nascita e si firmava Scardanelli.

Di che cosa parlano le tue poesie?

Le mie poesie parlano delle mie esperienze, dei miei vissuti che metabolizzo e diventano altro nella scrittura. Non scrivo tante poesie perché scrivo quando l’urgere mi “ditta dentro” direbbe Dante; evito così, come invece succede a tanti altri/e, di forzare a scrivere solo con la tecnica anche due, tre poesie al giorno. Se pensi questa sia un polemica, si, lo è.

Tu hai raccontato delle storie amare che fanno riflettere. C’è speranza per i giovani siciliani che sono i nuovi emigranti in cerca di lavoro con la laurea e che forse non ritorneranno più in questa terra…

Se noi siciliani avessimo sfruttato quegli insegnamenti conseguenti alla stagione delle stragi, quella scossa che ci ha fatto tutti sobbalzare dalle sedie, quelle morti che ci hanno urlato che noi avremmo dovuto cambiare, che avrebbero dovuto dare la forza alle giovani generazioni di cambiare la vecchia politica siciliana fatta di miserie, povertà, bassezze culturali e propositive e di problemi eterni irrisolvibili, forse qualcosa sarebbe cambiato. E invece no. Sembra che quando in questa Sicilia nasca un fuocherello di entusiasmo rivoluzionario, ci sia sempre l’aitante pompiere di turno a volerlo spegnere.

Quali sono le responsabilità della politica nei confronti del meridione e della Sicilia?

I problemi della politica siciliana partono quasi dalla nascita stessa del Parlamento Siciliano. Per la maggior parte dei partiti al governo, per raccattare più voti possibili, hanno fatto di questo, non un luogo dove migliorare la salute, l’economia, le infrastrutture della regione e del popolo siciliano, bensì un luogo di promesse di posti di lavoro, di atti corruttivi, di connivenze mafiose e sappiamo bene che dove questa regna e comanda, non cresce nulla per il bene comune, ma per i pochi. Oggi siamo ad un punto di non ritorno. Tra il numero esorbitante di impiegati, dirigenti e politici da campare spesso i bilanci traballano perché bisognerà pur spendere qualcosa per il bene comune, per le calamità naturali, per i giovani laureati, o no? Non è nichilismo. E’ la realtà. I problemi dei siciliani sono stati da sempre i politici siciliani.

Gino Pantaleone con il pittore Manuel Campus

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto tentando di ricostruire la storia di mio nonno Camillo la cui nascita è già un mistero. Nato nel 1891 è figlio di enne enne, così è scritto nel certificato di nascita, e lasciato in un orfanotrofio di Trabia. È figlio illegittimo di un Lanza? Ha fatto la prima guerra mondiale, insignito della Croce di Vittorio Veneto, antifascista ha lavorato a Ustica durante i 40 giorni di confino di Antonio Gramsci, che conobbe, e prigioniero in un campo di concentramento dal quale scappò e torno in Sicilia a piedi. Insomma… un personaggio.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Io e Alessia, la mia compagna di vita, dirigiamo un’associazione culturale che si chiama “Polifonie d’Arte” che predilige e vuole ripristinare i classici salotti letterari nei palazzi storici della città di Palermo. Lo abbiamo fatto mettendo insieme le arti come la musica classica, la pittura estemporanea, la scultura, la poesia. Spieghiamo le opere in calendario al Teatro Massimo anticipandole ai bambini, organizziamo incontri di studi sulla poesia, cerchiamo, insomma di contribuire alla crescita culturale della nostra città a partire dai piccoli, coinvolgendo i più grandi sino agli adulti. Sappiamo essere una bella scommessa: noi ci stiamo provando.

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One Response to “Uno scrittore deve scuotere le coscienze”

  1. Avatar

    Fabrizio Melfa Rispondi

    27/09/2020 a 9:46

    Eccellente e intensa intervista al mio amico Gino, uomo di sostanza curioso di conoscere chi ha intorno a se. complimenti al giornalista.

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