Una morte e due funerali

da | 2 Nov 20

Accadeva a Racalmuto nel lontano 1892 a Ferdinando Martino, vissuto “afflitto e disagiato per lo scopo d’impiantare un Ospedale”.

Accadde nel lontano 1892, in questa nostra Racalmuto, un fatto singolare del quale non si è ancora del tutto persa la memoria e cioè che a un nostro concittadino, Ferdinando Martino, un “arricchito delle miniere”, come lo definisce il Messana, morto il 27 gennaio di quell’anno, venissero fatti, a distanza di tre giorni, due funerali.

L’episodio, strano in sé, lo è un po’ meno se si considera che le due cerimonie, dal tono ben diverso, riguardarono in effetti i due diversi volti di Don Ferdinando, vissuto e morto a misura di una novella pirandelliana. Non è un caso, infatti, che proprio in quel 1892 Pirandello, col suo primo romanzo l’Esclusa, andasse elaborando quel suo particolare umorismo che deriva dal sentimento del contrario, dl contrasto cioè tra ciò che si è e ciò che si sembra.

Il primo funerale, semplice e quasi solitario, gestito, si presume, con parsimonia e con compunta indifferenza dai parenti in attesa dell’eredità, aveva riguardato, in effetti, la maschera che l’uomo in vita si era imposta, quella cioè del ricco taccagno e misantropo che rinuncia agli agi della sua condizione e perfino a farsi una famiglia per pura avarizia.

Il secondo funerale, organizzato dall’amministrazione comunale e con la partecipazione commossa di tutta la cittadinanza, fu fatto invece all’uomo vero, nobile e generoso, quale solo la morte, ovvero il testamento, aveva disvelato. La sua grama esistenza, la sua solitudine stessa avevano trovato finalmente una spiegazione in quel documento stilato non già in punto di morte, per propiziarsi la benevolenza divina, ma nel lontano 1880, dove si indicava come erede universale un “Ospedale per i poveri ammalati di preferenza ai naturali di Racalmuto” e dove, tra l’altro, si legge: “Prego le mie sorelle e loro famiglie a non maledire la mia memoria… e dovranno persuadersi che sono stato tutta la mia vita solo assai afflitto e disagiato per questo semplice scopo d’impiantare un Ospedale”.

Eppure qualche inizio del suo proposito lo stesso Don Ferdinando l’aveva fornito, quando ad un tale che irrideva la sua presunta spilorceria, aveva risposto: “I miei risparmi potranno esserti un giorno utili, ma non te lo auguro”. Ma più che queste enigmatiche parole, ad aprire uno squarcio nell’incomprensione generale, sarebbe dovuta bastare l’abnegazione mostrata dal Martino, insieme al Cavalier Carlo Lupi, durante il colera del 1866, quando ambedue si erano prodigati per combattere l’infezione, curare gli ammalati e seppellire i morti e tutto questo in una Racalmuto priva di qualsiasi struttura sanitaria e perfino del cimitero, che venne costruito proprio in seguito a quell’emergenza e che oggi si stende a valle più bello, più ordinato e curato del luogo dei vivi.

In una Racalmuto che andava crescendo tumultuosamente, grazie alla risorsa preziosa ed amara dello zolfo, mentre i luoghi tradizionali della sepoltura non bastavano più, lo scenario e l’immagine stessa del paese andava mutando: al piccolo borgo contadino dell’età borbonica, si andava sostituendo il grosso centro minerario ed una nuova borghesia (gli “arricchiti delle miniere” come il Martino, appunto), si affiancava ad un proletariato minerario più disperato ed indifeso dell’antico bracciantato agricolo.

La tomba di Ferdinando Martino al cimitero comunale di Racalmuto (foto: Archivio MT)

In questo contesto ognuno faceva bene la sua parte: i nuovi ricchi costruivano nuovi palazzi e provvedevano anche a dar lustro al paese con opere di pregio come lo splendido teatro “Regina Margherita”, mentre i nuovi poveri scendevano, ancora bambini, nell’inferno delle miniere e, quando sopravvivevano al grisou, alle frane o agli stenti ed alle epidemie, si ammalavano di malattie polmonari.

Don Ferdinando la sua parte non volle recitarla e poiché a tutti sarebbe sembrata folle la sua risoluzione di dare tutto ai miseri, preferì, pirandellianamente, uscire dalle regole sociali isolandosi nella sua lucida e muta determinazione.

Da “Malgrado tutto” – febbraio 1993

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