Una domenica tra Fiera e pallone

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Il racconto della domenica

Giuseppe Piscopo

“Scusa Ameri, scusa Ameri. Intervengo dal Comunale.  La Juventus, dopo appena cinque minuti di gioco è andata in vantaggio con un colpo di testa in tuffo di Bettega su un preciso e delizioso cross dalla destra di Franco Causio. Juventus 1 Toro 0. Linea allo studio”.

La radiolina nera Inno Hit era stata da pochi minuti accesa. Il tempo di alzare l’antenna di ferro, pigiare il tasto MW e cercare il canale Uno della Rai. La voce unica e riconoscibile di Sandro Ciotti ci regalava la prima rete del pomeriggio, facendomela “vedere” via radio grazie a “tutto il calcio minuto per minuto”.

Neanche il tempo di sorseggiare il caffè. La caffettiera stava iniziando a fischiettare. Il cannolo con la “scorcia” di vino di casa riempito di ricotta e condito con due mezze ciliegie rosse dal maestro pasticcere Nino Patti era ancora poggiato sulla “guantiera” di dolci, accanto alla pasta Elena e al bignè.

Nessuno ancora aveva allungato le mani sui dolci. Sul tavolo c’erano ancora i gusci delle castagne abbrustolite su una padella bucata. Era la quarta domenica di ottobre. Un giorno di festa per il paese. C’era nella Piazza Cavour la Fiera di Ottobre. Attesa da noi bambini tutto l’anno. Per fare i giri sull’autoscontro e sul tagadà, per camminare tra le bancarelle dove Gaeta vendeva le scarpe e una bella signorina ci invitava a giocare al tiro al piattello. Ma quella rete di Roby Bettega mandò tutto in secondo piano. Mi fece arrisantare dalla sedia ed appiccicai l’orecchio a quella parte bucherellata della radiolina. Io in piedi accanto al comò della sala da pranzo, la stanza dove la domenica era un rito consumare il pranzo. Perché in quella stanza, attorno a quel tavolo ovale di marmo bianco, ci riunivamo con i nonni. Una domenica la pasta al forno ed i polli allo spiedo di Baiamonte, un’altra con pasta al sugo e capuliatu.

Quella domenica, giorno della fiera, invece mi ero appanzato con un piatto unico: spaghettoni con il sugo di salsiccia e patate tagliate a pezzettoni. Proprio la salsiccia, tanto desiderata per mesi, che il macellaio Morgante iniziava a preparare dal giorno della Fiera. La preparazione di quelle budelle ripiene di carne segnava la fine definitiva della stagione estiva. L’arrivo del primo freddo non metteva a rischio puzza la carne di porco.

Il caffè era finalmente pronto. Ed allora tutti all’assalto del vassoio di dolci. Io non mangio formaggi e latticini dalla nascita.  Mia mamma mi diceva sempre. “Devi innamorarti di una figlia di un pastore per capire cosa ti perdi…”. Ma quei cannoli e quel guscio marrone mi hanno sempre fatto la corte. Sapendo che potevo sentirmi male. Ma che importava. Anzi. Un mal di stomaco di domenica era paradossalmente salutare per non farmi andare a scuola l’indomani mattina  e poter andare alla Fiera. Sperando che non piovesse. Perché sembrava fatto di proposito. Da noi pioveva poco. Ma nei giorni di Fiera e poi per la festa della Madonna dell’Itria le strade si bagnavano sempre. A volte il cielo conosce alcune feste e si regola di conseguenza. Come alle tre del pomeriggio di ogni venerdì Santo, quando le nuvole oscurano tutto u chianu da Cruci, dove c’è sulla croce Gesù Nazareno.

Nel mentre passavano i minuti ed io aspettavo l’intervento di Sandro Ciotti e buone notizie da Torino. Città molto distante dal mio paese, ma per me molto vicino grazie ad un amore verso una maglia a strisce bianconere.  I minuti trascorrevano tra una parata di Zoff su tiro di Graziani e una traversa colpita da Tardelli con un tiro da fuori area. La domenica era un giorno scandito da momenti ben precisi. Alzarsi più tardi. Farsi il bagno dentro una vasca piena di schiuma. Andare a messa per poi, uscendo, passare da Tano Palermo per comprarsi le bustine di figurine. Poi il ritorno a casa per un bel piatto di pasta al forno con rigatoni con ragù, piselli ed il bianco dell’uovo sodo. Il giallo non mi piaceva e lo scartavo in un lato del piatto. Si sbriciolava e non era di mio gradimento. E poi alle 14.30 l’appuntamento con “Tutto il calcio minuto per minuto”. Non era come ad oggi con i campionati a spezzatino, con anticipi dal venerdì e posticipi fino al lunedì. Tutte le squadre scendevano in campo alla stessa ora. Da Avellino a Milano, da Torino a Vicenza, dove giocava il Lanerossi, squadra che mi risultava antipatica perché l’associavo alla lana che riempiva il mio cuscino e, di conseguenza, a ovili e pecore. Con quella puzza di pecorume e formaggio che spesso mi costringeva a portare il piatto di pasta in un’altra stanza. Ricordo una volta che a Caltanissetta, invitato a pranzo una domenica da parenti paterni, rimasi tutto il tempo chiuso nella Fiat 127 color banana, perché già nell’androne non avevo gradito certi odori di pecorino. Ma non soffrii tanto. Passai il tempo ascoltando le partire alla radio, non rimanendo mai solo ma in compagnia di radiocronisti che mi fecero innamorare già da piccolo del giornalismo sportivo. Quel giorno mio padre mi scese qualche fetta di pane. Avevano cucinato polpette e piselli. Ma non potevo mangiarli per quella camurrusa intolleranza che mi porto dietro da oltre messo secolo e che mi porterò fino a sotto un cipresso.

Per strada, quel pomeriggio i gatti nissemi vicino la chiesa di San Michele avevano mangiato più di me. Infatti due anziani in alcuni piatti avevano messo ditalonii con il sugo rimasti dal pranzo. E quei mici si stavano letteralmente leccando i baffi. Ed io a guardare da dietro un vetro. Fino all’intervento di Emanuele Dotto che da Genova interrompeva i collegamenti dagli altri campi: “Allo Stadio Marassi gran gol di Scirea su una ribattuta su calcio d’angolo e Juve in vantaggio sulla Sampdoria”. Mi misi ad urlare tanto da far scappare anche i gatti per i vicoli. E quei ditaloni rossi di sugo sparsi sul marciapiede.

Ma ritorniamo a quella domenica di Fiera. Aspettavo la fine della partita per tanti motivi. Perché dovevamo andare con i miei compagni, maschietti e femminucce, alla Fiera, perché la Juve era in vantaggio e prima in classifica e perché dovevamo “controllare” la schedina giocata in gruppo con i miei compagni. Anche se piccoli quello della schedina era un altro appuntamento fisso settimanale. Il venerdì ci vedevamo nel bar di zio Nello in Piazza, il famoso Bar Italia e, dall’addetto al botteghino, ci facevamo sviluppare un sistema ridotto di sette doppie. Compilando a penna almeno una decina di schedine. Inserendo 1, X e 2 in tante colonne, copiate poi sia nella matrice che nella figlia. Scommettevamo quasi al buio, facendoci influenzare dalle posizioni in classifica e dai blasoni delle squadre. Perché a differenza di oggi, non c’erano trasmissioni TV che aggiornavano infortunati e problemi delle varie squadre. Sapevamo solo il giovedì le squalifiche. E quindi ci regolavamo di conseguenza. Due pronostici erano quasi fissi. La vittoria della Juve e la sconfitta dell’Inter, a cui spesso associavamo una doppia con un bel 2 quando giocava in casa. Chissà perché…

Poi a fine partita zio Nello, con un pennarello nero, metteva in colonna i risultati, compresi quelli di serie B e serie C.  Non abbiamo mai vinto. E rimandavamo i sogni di un 13 o di un 12 domenica dopo domenica.

Ma giocavamo ogni settimana. Come dei veri viziosi. Quella domenica di Fiera, per andare sul tagadà con le mie amichette (era un’occasione per veder svolazzare qualche gonnellina e sbirciare qualche calzettone di lana a rombi) rinunciai al “90’ minuto” con il mitico Paolo Valente e, soprattutto, ai quarantacinque minuti  di partita che la Rai, in bianco e nero, trasmetteva. Un tempo a settimana. E quel pomeriggio era il turno del primo tempo di Juve-Torino, derby vinto dalla squadra dell’Avvocato Agnelli. Per vedere quel tuffo di testa di Bettega dovetti aspettare la Domenica Sportiva, con Tito Stagno che dopo la sigla, lanciò proprio il servizio da Torino. Spesso non vedevo la fine della trasmissione perché mi addormentavo stanco ed ancora vestito sul divano coperto da un plaid a quadri. Capitava spesso che mio padre si alzava dal letto, mi svegliavo e, arrabbiato, spegneva la TV. Appena il tempo di infilarmi un pigiama e nel sonno ripassavo i gol della giornata. Sognando già la prossima domenica. Aspettando il pollo allo spiedo con patate, il cannolo e la voce mitica di Sandro Ciotti.

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3 Responses to Una domenica tra Fiera e pallone

  1. Domenico Rispondi

    16/02/2020 a 11:31

    Bravo Peppe, mi hai fatto rivivere quei tempi, complimenti!

  2. Valeria Rispondi

    16/02/2020 a 18:18

    Non sono mai stata una patita del calcio, ma le atmosfere che descrivi mi sono molto familiari. Mi è sembrato di ritornare bambina. I pranzi domenicali con i parenti, le uscite con gli amici, la fiera, le tanto attese partite domenicali e i commenti di Sandro Ciotti. Mi manca la sua voce. Ciotti era la voce del calcio italiano. Mi manca anche la pasta a forno con il formaggio di pecora. Mi manca anche il plaid a scacchi della Lanerossi. Ce n’era uno in ogni famiglia. Leggendoti, caro Peppe, mi è venuta un po’, forse più di un po’, di nostalgia. Ti vedo già nonno, mentre racconti ai tuoi nipoti le storie di un tempo che fu.

  3. Teresa Rispondi

    16/02/2020 a 19:35

    Mitico Peppe Piscopo!

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