Un Angelo del Fango

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Il racconto della domenica

Fina Bellomo

“SE AGIAMO SECONDO LA NOSTRA COSCIENZA,

RISVEGLIAMO LA COSCIENZA ANCHE NEGLI ALTRI”. (Patricie Holeckova).

Al suono delle sirene Carmine impallidì.“Tutto ok” gli sussurrava la moglie Lidia: “ torniamo a casa: “. Carmine sapeva bene che niente era ok e che neanche quella notte avrebbe preso sonno. Avrebbe contato le pecore, avrebbe pregato, la coscienza lo avrebbe rassicurato, ma inutilmente.

“La coscienza? Cos’è la coscienza?” si chiederebbe il giovane lettore. E se lo chiederebbe a ragione. E’ una parola così in disuso! Anacronistica?

Ma come si fa a spiegare la coscienza? La coscienza si sente, non si spiega, si sente perché è sempre presente nell’intimo di ognuno di noi, parla sempre la stessa lingua e parla al cuore oltre che alle orecchie. La mia generazione ne riconosce subito la voce perché è cresciuta con la cultura della coscienza, quella morale, coscienza del rispetto e della legalità.

Spesso la sera, nel bilancio dell’operato quotidiano, la coscienza ci aiutava. Analizzava, scavava in profondità per educarci a distinguere il bene dal male.

Siamo una specie in via di estinzione? Il lettore giovane riderà di quanto detto.

Obiettore di coscienza? No, non obietta, ignora.

Dunque non è tutta colpa sua. Nessuno gli ha spiegato che è molto costruttivo confrontarsi con la propria coscienza. E’ vero, all’inizio fa male, ma dopo? Ci si sente più risollevati perché la coscienza non è il senno del poi che tormenta con rimorsi e rimpianti. E’ un valore che, se ripristinato, migliora il nostro futuro. Ma lui, il lettore giovane, come può ascoltare la vocina se, in nome del progresso, ha sempre le orecchie occupate dalle auricolari? Se è abituato al tutto e subito, al non fallimento, se corre affannosamente con l’ossessione di essere sempre tra i primi? Perché cercare la coscienza se questo significherebbe autolesionismo?

Carmine, essendo della mia generazione, dialogava spesso con la sua coscienza, anche troppo. Si esaminava in modo maniacale e arrivava sempre alla stessa conclusione.

Aveva fatto tutto quello che era nelle sue possibilità, forse di più. Aveva la coscienza a posto. Però….. quel maledettissimo orgoglio ….bla bla bla bla bla bla, sempre concentrato sulla sopravvivenza di se stesso. Lo torturava, gli faceva il lavaggio di cervello.

“Hai visto come ti ha ridotto la tua voglia di fare del bene? Nessuno ti sarà riconoscente”.

“Non dargli ascolto”, gli diceva timidamente la coscienza, mentre l’orgoglio sempre più istintivo, sempre più inalberato lo guardava dall’alto in basso.”Hai imparato la lezione? E la manina? Te la ricordi vero?”

Quella manina! Altro che se non se la ricordava, era così piccola! Aveva scavato tra il fango, a mani nude, senza strumenti, incurante della fatica, della pioggia battente e sensibile solo alle grida strazianti dei superstiti che sembravano tifare per centuplicare l’adrenalina nel suo corpo. Alberi sradicati, auto ribaltate. “Scavate per favore non smettete”.

Carmine aveva visto una manina che usciva dal fango, l’aveva afferrata e stretta con tutte le sue forze per tirarla fuori. Poi non l’aveva più sentita, ma non aveva mollato la presa. Il fango, era stato il fango, l’aveva inghiottita come resto del corpo. Era il novembre del 1966, esattamente il 4 novembre. Un’alluvione catastrofica aveva colpito la città di Firenze. Cumuli di cultura, bellezze artistiche e civiltà distrutte, ma soprattutto cadaveri ovunque. Firenze ferita chiedeva aiuto e il mondo rispose perché Firenze apparteneva a tutta l’umanità. Fu un movimento spontaneo.

Molti i giovani che corsero a dare una mano, tra costoro, anche Carmine, partito da solo dal suo paese, Favara, dal sud della Sicilia perché quello che era accaduto a Firenze lo riguardava da vicino.

Li chiamavano “Angeli del fango”. Sì’, Angeli, perché i ragazzi del 68 non erano solo i giovani ye ye che guardavano al mondo con occhi diversi degli adulti, i matusa, non erano solo i ragazzi che scandalizzavano, votati alla trasformazione alla rivoluzione culturale, sognatori e idealisti, Ma erano ragazzi che, al momento del bisogno, sapevano rimboccarsi le maniche d’istinto, sapevano sporcarsi senza pensarci sù.

Tra gli angeli c’era pure Teddy Kennedy, giovane e sporco di fango. Carmine ricordava con tanta foga Teddy aveva scavato e, ricordava con orgoglio, l’abbraccio che gli aveva dato 30 anni dopo, quando ritornato a Firenze, di cui si era innamorato, volle rivedere tutti gli altri angeli. Li riconobbe uno ad uno e volle ringraziarli tutti personalmente, a nome dell’umanità.

Teddy aveva trovato che Carmine era strano. Certo dopo 30 anni, ma non era tutta colpa del tempo che deteriora. No. Quella manina non recuperata aveva condizionato tutto il suo futuro. Da allora Carmine soffriva d’ansia, stanchezza e insicurezza . Stress post traumatico. A poco valeva il supporto della famiglia. Carmine non riusciva ad agire d‘istinto come prima, ad andare dove il cuore lo portava, aveva paura delle conseguenze.

Però ne soffriva tanto. E l’orgoglio? sempre a frenarlo, a fargli il lavaggio di cervello, soprattutto la notte quando tutto si avvolge di mistero e si diventa più vulnerabili. La notte, spesso, Carmine aveva l’impressione di sentire ancora quella manina fra le mani, impotente, mentre gli occhi della madre lo penetravano impietosi fino a soffocarlo. Allora si sentiva come paralizzato, legato a letto, sudava freddo e senza un filo di voce per gridare e chiedere aiuto. Lilia cercava ora di assecondarlo, ora di scuoterlo, ma lui rimaneva assente, gli occhi smarriti nel vuoto e la volontà sbattuta tra coscienza e orgoglio.

Ogni tanto succedeva però che, nei momenti di sconforto, Carmine si attardasse nel suo garage, si chiudeva a chiave per una buona mezz’ora e risaliva a casa più sereno. Lilia cercava di spiegarsi quella mezz’ora misteriosa e soprattutto cosa nascondesse gelosamente in quel cassetto di cui Carmine portava la chiave sempre appesa al collo.

Il 23 gennaio del 2010, Carmine stava recandosi al lavoro e, come sempre, stava attraversando Piazza Carmine, in pieno centro storico a Favara. Ad un tratto un boato lo stordi, polvere e detriti riempirono l’aria impedendogli la visuale. Si bloccò di colpo e scese dalla macchina. Sirene, grida, folla. Era crollata una casa ed una famiglia, gente povera, era sepolta sotto le macerie.

Carmine cominciò a correre all’impazzata senza rendersene conto, senza sapere né dove né perché, là da dove provenivano le urla, spinto dallo stesso bisogno che lo aveva portato a Firenze. Scavava e scavava anche se i vigili del fuoco gli intimavano di allontanarsi perché era pericoloso. Carmine scavava a mani nude, sempre con la stessa foga, sempre incurante del dolore e il viso bagnato di lacrime. Vennero recuperati i corpi, ma per due sorelline Marianna di 14 anni e Chiara di tre, non ci fu nulla da fare. Carmine ritornò a casa sanguinante, stremato, aveva fatto quello che era nelle sue possibilità.

Aveva la coscienza a posto, perciò era deciso ad un diverso approccio alla vita. Temporeggiò volentieri e più del solito nel suo garage a rovistare nel suo cassetto misterioso. Ne tirò fuori i suoi disegni, uno ad uno. Li guardava e sorrideva, sorrideva della sua ingenuità, del suo volersi prendere in giro per forza, del suo aver voluto stravolgere nell’arte la realtà. Quella realtà non era soggetta ad interpretazioni, lo sapeva, però Carmine non aveva avuto la forza di accettarla.

E allora l’aveva ridisegnata. Nei suoi disegni aveva dato uno svolgimento diverso alle esperienze più nere della sua vita. Le aveva ricreate e immortalate diversamente da come erano andate per sminuirne la dolorosità.

Sì fermò più del solito davanti al disegno che lo ritraeva a Firenze con un bambino sporco di fango, stretto a lui mentre salutava con la manina in segno di vittoria. Gli occhi gli si annebbiarono mentre lo strappava come aveva strappato gli altri. Non servivano a niente, le cose erano andate come erano andate. Però ora era agguerrito, pronto ad affrontare la bestia che sarebbe balzata fuori dal suo orgoglio per ricordargli ancora Il suo fallimento. Carmine non lo temeva più, anzi lo aspettava al varco per gridarle la sua serenità.

Questione di coscienza. La sua volontà, fino ad ora sballottata tra coscienza e orgoglio, aveva prevalso e si sentiva proiettata in un futuro vivibile.

Carmine non avrebbe avuto bisogno né di pregare né di contare le pecore per addormentarsi, né quella notte né le notti a seguire. anzi, avrebbe fatto spesso un’insolita passeggiata in un luogo misterioso, tra le stelle, mentre l’Orsa Maggiore gli avrebbe illuminato Il cammino.

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7 Responses to Un Angelo del Fango

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    Bruno Rispondi

    19/01/2020 a 9:16

    Toccante racconto che permette al lettore di riflettere e di effettuare un viaggio introspettivo, di analisi e di valutazione dell’essere ancora persona atta a prifondere sentimenti che nascono dalla coscienza undividua. Ottimo messaggio di un prezioso sentimento che la scrittrice urla alla società, società, oggi, con contrasti stridenti tra vecchie e nuove generaziini, un profonfo bisigno di promuovere i più nobili moti dell’animo umano che non dovrebbero esser influenzate o cambiate dal e nel tempo.
    “in Principio fu la luce” e con essa anche la coscienza. Non cambiamo la luce…!

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    Ivana Maria Rispondi

    19/01/2020 a 10:28

    Il racconto mi ha fatto riflettere molto,sul percorso della vita che ognuno di noi affronta.La prima cosa che mi è saltata fuori è il “tempo”…esso risana le ferite,cura gli animi e guarisce le ferite.Complimenti Fina sai mi sarebbero piaciuto tanto scrivere ma non sono capace anche se sono molto brava a raccontare il mio vissuto e molto spesso riesco ad incantare…chissà potrei raccontarti e tu scrivere❤orgogliosa di te

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    Schembri rita Rispondi

    19/01/2020 a 11:16

    Molto bello. Avvincente e molto scorrevole. L’ho letto d’un fiato. Penso comunque che i nosri giovani,si rifugini dietro degli auricolari, come Carmine nella cantina. Vivono in un mondo privo di certezze, devono scavare come fa Carmine per tirare fuori loro stessi dal fango, ed aiutano il prossimo, anche tanto. Dobbiamo chiederci: noi del 68 abbiamo fatto delle scelte concrete? La sera abbiamo continuato ad ascoltare la vocina interiore? (coscienza)
    Bravissima comunque

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    Alessia Rispondi

    19/01/2020 a 17:51

    Bellissimo racconto che ci permette di fare un viaggio dentro di noi. Un racconto che ci fa riflettere sulla differenza generazionale…si è passati troppo in fretta da una società pregna di valori, di sentimenti e rispetto ad una società dove i valori non esistono, e dove il materialismo e la voglia di avere tutto subito senza capire il valore di come si conquista quello che desideriamo, la fanno da padrone. Forse noi giovani, attraverso i nostri auricolari, dovremmo proprio ascoltare questa vocina, la nostra coscienza e capire che dovremmo tirarci fuori da questo fango che ci sta soffocando. Grande Fina, con la tua semplicità riesci sempre a farci riflettere su temi molto toccanti….fiera di averti incontrata nel mio cammino.

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    giuseppa mendola Rispondi

    19/01/2020 a 22:17

    racconto avvincente che colloca lo stesso personaggio,Carmine,in due luoghi diversi geograficamente ma simili per la storia. Bisogna salvare delle vite e Carmine non si tira indietro ne’ a ventanni ne’da adulto.Fallisce entrambe le volte ma con il crollo di Favara si libera da un incubo che lo ha inseguito per anni. La sua coscienza e’a posto. Gia’ la coscienza! E qui mi verrebbe da riferire che mia nonna diceva ” a cuscenza l’avi u lupu” per sottolineare con la saggezza popolare che si tratta di merce rara.
    E’ un racconto originale e ben scritto che ho letto tutto d’un fiato.
    Brava Fina !! Complimenti.

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    Angela Rispondi

    21/01/2020 a 13:46

    Racconto molto avvincente che fa pensare e riflettere sulle vicende umane che spesso generano calamità naturali molto frequenti.

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    Giuseppina Rispondi

    21/01/2020 a 16:51

    Il racconto ci fa riflettere sull’impotenza dell’uomo in certe situazioni.Nulla possiamo fare ,noi umani,quando c’è di mezzo la forza distruttrice della natura.A niente servirà il rimorso di coscienza.Comunque, l’importante è avere fatto tutto il possibile per aiutare gli altri,solo così potremo anelare ad un po’ di serenità.Bravissima Fina.

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