Trasieru i mericani!

di | 28 Feb 21

Il racconto della domenica

Gaetano Provenzano

Fu così che in una calda mattinata di una domenica di luglio del 1943, a Naro si diffuse velocemente la notizia che tutti, da qualche tempo, presagivano e si aspettavano.

In verità, non erano tanti ad essere rimasti in paese in quel periodo; molti erano già sfollati nelle campagne per paura dei bombardamenti e le vie della Fulgentissima non erano animate dalla presenza di gente con ripercussioni anche sulle attività economiche locali che, da tempo, versavano in uno stato di languore.

In quel periodo, peraltro, la campagna richiedeva diversi lavori di manutenzione. Solo chi era impossibilitato o non aveva nulla da perdere, oppure era convinto che gli americani sarebbero stati fermati sul “bagnasciuga” era rimasto nell’abitato.

Tutta la macchina burocratica, amministrativa e dei servizi pubblici era ferma, bloccata, dissolta.

Soffermarsi per strada, specie all’imbrunire, era considerato un rischio. Il silenzio nelle anguste stradine della cittadina era quasi surreale.

Eppure la notizia circolò subito, preannunciata dai frequenti rombi degli aerei militari.

“U Zzi Vicinzinu” fu tra i primi a diffonderla.

Era appena tornato dalla sua campagna in contrada “Siritinu” e li aveva visti da lontano…

-“A sta mììì…quantu suuuunnu…! ([1]) (allungando il tempo sulle vocali “i” ed “u”).

Così iniziava – pigliando fiato – a raccontare quello che aveva visto dal “cugnu” ([2]) del suo terreno.

-“Campagnole, carri armati, bummi, muschetta, mitragliatura…

-Chiossà di cientu. Fannu cuomi li diavuli!” ([3]).

Un piccolo nugolo di astanti lo ascoltava con curiosità ed interesse. Non riuscì a portare a compimento la sua azione di propalazione, quando un rumore di ferraglia, simile a quello dei trattori cingolati, ruppe quell’irreale silenzio che aveva fatto da colonna sonora e caratterizzato le ultime ore della cittadina.

-“Trasieru…trasieru…i mericani, trasieru! Un mari di surdati, arrivaru i carri armati!”([4]).

Come per incanto, anche quei pochi arditi per strada erano spariti.

L’imponente colonna armata dei carri saliva lentamente per il Viale.

Il fragore era notevole e qualcuno portava le mani alle orecchie.

Le camionette precedevano i carri e perlustravano la via e i dintorni a 360 gradi.

Ragazzoni chiari e giovanissimi, con lo sguardo incuriosito e vigile, tenevano ben salda l’artiglieria in dotazione con il dito pronto ad agire al minimo movimento sospetto.

I militari sulla seconda camionetta con mitragliatrice scrutavano le intersezioni con il mirino dell’arma orientato in senso opposto a quello di marcia.

Doppia colonna di soldati americani appiedati ai lati del viale, concentrati a scandagliare visivamente qualsiasi movimento insolito.

Dalle persiane socchiuse la gente vedeva passare quella ‘processione’ ‘fuori stagione’ ed era indecisa se correre fuori a festeggiare o starsene a casa nascosti.

“U Zzi Liddru”, invece, era rimasto per strada. Per lui nulla poteva essere peggiore delle vicissitudini passate.

Non aveva più niente da perdere. Due figli morti in guerra, la moglie morta di crepacuore. Una capra tignusa [5], incinta e senza latte…

Scendeva, con le mani dietro la schiena e la pipa spenta in bocca, verso San Calogero, come faceva sempre più spesso dalla fine della festa del Santo Patrono di giugno.

I suoi pensieri vagavano in un’altalena di esercizi di memoria individuale, cercando di riordinare mentalmente passato e presente, curando di tenere ben ferme le cose che si era proposto di fare in giornata.

Non doveva dimenticare di ritirare la biancheria stesa nel ‘vignale’] dietro casa. Doveva riscaldare la “brucculiddra” della sera precedente per il pranzo; doveva, poi, pulire la stalla perché il caldo aveva amplificato un certo odore…

Pur assorto in tali suoi pensieri, diede uno sguardo alla colonna di mezzi militari che transitava, ma più perchè fu attratto dal rumore insolito che essi suscitavano, che per altro.

Improvvisamente un soldato, il cui capo sporgeva dal carro armato, si girò verso di lui. Disse alcune frasi per l’anziano incomprensibili.

Egli riuscì a captare, comunque, l’ultima parola “Firore” ed intuì che stesse chiedendo informazioni sulla strada per andare a “Fruri”.

Fu spontaneo e non si pose il problema della comprensibilità del suo dire per il destinatario, rispondendo a getto:

-“Ah…Fruri…si, Fruri, Fruri capivu…. Cciavìa i terri pigliati na vota. Si… pi gghirici, pigliàti di ccà…!

U Zzi Liddru si trovava all’altezza dell’incrocio con il sentiero per “Urghinina” (Oggi diremmo via Madonna delle Grazie), si girò verso la parte alta del viale e -con la mano- fece cenno di proseguire diritto e poi-sempre con la mano- accennò ad una svolta a sinistra, per indicare al soldato che dovevano girare a sinistra.

Fu bravissimo a mimare il percorso in quanto disegnò nell’aria, con la mano messa a taglio verticale, una breve retta e poi la curvò verso sinistra.

-“Yes, Good…Ok, yes,yes, ok, thank you, hi”, rispose il soldato.

“Di nenti…tankiù  vidè a tia….” rispose l’uomo che riuscì a intuire il senso del ringraziamento del milite.

-“Come, come here”, fece l’altro, accompagnando le parole con il chiaro gesto della mano che invitavano ad avvicinarsi.

U Zzi Liddru non capiva, poverino…!

Parlava il dialetto narese, conosceva qualche parola di canicattinese ma gli altri idiomi e le lingue “frustiere” per lui erano incomprensibili.

Il suo naturale intuito ed il senso spiccato di immediato adeguamento alle situazioni gli fecero capire che quello dicesse “Cummìa…cummìa”.

Non aveva paura, u Zzi Lilliddru…

Era convinto checchiù scuri di menzannotti un putìa fari…”

E poi quel ragazzone americano, stranamente, gli ricordava uno dei suoi figli caduto in guerra, quello più piccolo.

Si avvicinò diritto al carro e, a tu per tu, rivolto al militare, disse:

-“Salutammu…picciuttiè…chi ti serbi?”

Il soldato senza nulla rispondere allungò le mani nell’abitacolo del carro e trasse fuori alcuni sacchetti di plastica trasparente.

Sigarette, piccoli pacchetti di cellophane sottili con la scritta ‘Beech Nut’, biscotti Sunshine, barrette di cioccolato, zollette di zucchero, bustina di limonata e aranciata solubile.

Mise tutto in un pezzo di carta avvolgente e lo consegnò all’anziano.

U Zzi Liddru si rese conto della bontà del gesto e ringraziò più volte, con una certa commozione, quel giovane soldato che lo salutò con un cenno della mano e si ritirò subito all’interno del carro riprendendo la marcia.

L’anziano seguì con la vista per pochi istanti la colonna militare motorizzata che, in buona parte, svoltò per Via Diaz; solo alcuni mezzi proseguirono per il viale.

Alcuni ragazzini presero a correre per inseguire la colonna dei carri.

U Zzi Liddru non fece in tempo ad arrivare al lato murale della strada, che un piccolo stuolo di compaesani, materializzati lì quasi per incanto, gli si fece attorno.

Gli chiesero cosa volesse “u mericanu” e -soprattutto- “chi cci detti” (cosa gli aveva dato).

U Zzi Liddru riferì puntualmente l’accaduto e mostrò con orgoglio i regali ricevuti.

Tutti guardavano con stupore quelle etichette colorate con scritte americane.

“Iammucci, iammucci vidè…qualcuno gridò, e tutti scattarono correndo in direzione della colonna dei carri, come presi da un raptus improvviso collettivo.

Ma ormai il rumore del loro passaggio si percepiva solamente in sordina.

—————————–

Tratto dal Volume “Fiorivano i girasoli” ed. 2019 YCP editore

 

 

 

 

1 commento

  1. Avatar

    Peccato che a Racalmuto le cise’ andarono diversamente, non fecero la stessa cosa, come testimonia Leonarda Sciascia nel suo libro gli Zii di Sicilia. Non diedero caramelle e ciccolati in contrada Garamoli, bensi’ gratuite sventagliate di mitra rivolte ad innocenti passanti.

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