Tra Diritto, Letteratura e Giustizia

da | 17 Lug 22

Spunti e riflessioni su “I sepolti vivi”, romanzo breve di Giacomo La Russa

Vincenzo Campo

Questo mio piccolo divertimento di scrittura è soprattutto per e in ricordo di Venerando Bellomo, Letterato giurista e Giurista letterato, uomo di cultura a tutto tondo, alla cui assenza niente e nessuno potrà mai rimediare perché, andandosene improvvisamente e inaspettatamente come ha fatto, ha lasciato un vuoto che è assolutamente incolmabile.

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Immaginiamo due diversi punti di vista: la letteratura che parla, narra di diritto e giustizia e, d’altra parte, il diritto e la giustizia che si fanno letteratura. Proviamo a farlo in concreto.

Un racconto di diritto e giustizia.

L’ingresso del Palazzo di giustizia era in fondo ad una ripida discesa pavimentata con grossi conci di pietra lavica, le basole di Catania.

A destra una scuola elementare, la Matteotti, e subito dopo, in una cappelletta, l’Uomo-Dio in vincoli, con la corona di spine e il sangue che gronda dalla fronte, una mantella rossa, uno sguardo tra il perso e il trasognato: un Ecce Homo.

Di fronte, a sinistra, un gran portone che era l’ingresso principale del Palazzo di Giustizia.

L’Uomo-Dio in vincoli, al cospetto di Pilato e dei giudici nei primi anni dell’Era cristiana, e di fronte il Tempio della giustizia amministrata di oggi.

Coincidenze.

Certamente coincidenze, perché a nessuno mai sarebbe venuto in mente di collocare l’effige del Dio fatto uomo nel momento del suo proprio giudizio terreno esattamente di fronte all’ingresso del luogo destinato ai giudizi.

E tuttavia, questa coincidenza, questa casualità dovrebbe ricordare all’umanità intera che il Giudizio è prerogativa divina e che, proprio come fu quello di Pilato, del Sinedrio e dell’intero popolo di Gerusalemme che condannò Cristo alla morte di croce, quando è praticato dagli uomini, è assolutamente fallace, relativo; quanto di più lontano dall’assoluto che pretenderebbe d’essere.

Talvolta, da quella via che si chiama Bac Bac, si vedeva scendere un furgone bianco trasformato in cellulare; automezzo destinato al trasporto di detenuti dal carcere di San Vito al Palazzo e viceversa.

Il servizio, chissà perché lo gestiva un privato, invece che polizia o carabinieri o guardie di carcere – che così si chiamavano gli attuali agenti di polizia penitenziaria.

Appena il furgone si fermava davanti a quell’Ecce Homo, si formava un capannello di parenti dei trasportati dal furgone, di sfaccendati e di curiosi; e la differenza fra i primi e questi ultimi era ben visibile evidente: facce cariche d’ansia e del desiderio di vedere i detenuti e farsi vedere da loro quelle dei parenti, facce curiose e un po’ divertite quelle degli sfaccendati e dei curiosi.

Così scendevano dal furgone: davanti e dietro i carabinieri e in mezzo i detenuti, coi ferri ai polsi e lunghe pesanti catene che li legavano in cordata l’uno all’altro e i cui capi erano tenuti dai due carabinieri che aprivano e chiudevano la fila; facce indifferenti, quelle dei carabinieri, che stavano solo svolgendo un lavoro, quello come un altro qualunque; facce meste, vergognose e vergognate quelle degli uomini ai ferri.

Erano ferri brutti e pesanti, neri; un ferro piegato a “U” capovolta con al centro un altro ferro nella cui filettatura nella parte bassa scorreva una piastra tenuta da un bullone di modo che si potesse regolare a seconda della dimensione dei polsi e, infine, sotto un grosso catenaccio.

L’idea che davano era che fosse cosa di Borboni, perché nell’immaginario del siciliano dell’Italia unita tutto ciò che è brutto, antiquato e vecchio è riferito a quei regnanti quando, quanto meno in questo caso, invece,  quello dei ferri doveva essere un retaggio savoiardo: lo stato che nacque dall’annessione del Regno di Napoli a quello di Sardegna acquisì, de plano, automaticamente, legislazione, giurisprudenza e amministrazione giudiziaria di quest’ultimo, che si fece Regno d’Italia. Quei ferri non potevano che essere retaggio dei Savoia. Forse li avevano uguali pure i Borboni, ma questi nostri erano sardo-piemontesi.

Comunque, quale che fosse l’origine dell’uso, certo era che si trattava di un uso barbaro e inumano. Senz’altro disumano.

Scesa dal cellulare, la fila indiana con carabinieri avanti, detenuti in mezzo e carabinieri alla fine varcava la soglia di quel grande portone oltre il quale, a guardare dall’esterno, c’era solo il buio; il nero; e per quelle persone in vincoli quel nero era la grande incognita della libertà agognata o della continuazione della carcerazione.

In realtà quel portone era l’accesso al mondo intermedio della Giustizia amministrata e la cornice entro la quale quel mondo operava.

In fondo all’aula, su una predella alta una trentina di centimetri – giusto quelli che bastano ad avvicinare i giudici a Dio – a semicerchio i banchi dei giudici dell’Assise, con lo scranno del presidente più in alto e poi, discosto, alla destra della corte quello del pubblico ministero.

Alla sinistra dei tavolacci, il posto dei giudicabili.

In basso i tavoli e le sedie riservate ai difensori. Sedie, non poltrone.

Poi una balaustra in legno che separava la parte dei sacerdoti, dei ministranti e dei compartecipi, quella riservata al rito, da quella destinata a chi era lì per assistervi. E normalmente la gente gremiva quella parte.

Alle spalle del posto del presidente e, ovviamente del presidente stesso quando l’avrebbe occupato, due carabinieri in alta uniforme, con le sciabole e con i pennacchi rossi e blu.

“Entra la corte”, diceva ad alta voce il signor Capostagno e tutti si alzavano e ogni parlare, ogni brusìo cessava; era l’incipit, l’introibo ad altarem dei di quella messa; da una porta laterale, in fondo, entravano i due giudici in toga e gli altri, i popolari, con indosso la fascia tricolore.

Quindi si cominciava secondo un preciso protocollo: i riti d’introduzione, le formalità di apertura, l’escussione dei testi formalmente invitati a giurare dal Presidente che cantilenava “consapevole della responsabilità che con il giuramento assumete davanti a Dio, se credente, e davanti agli uomini, giurate di dire la verità, null’altro che la  verità” e poi invitava con un “dica: ‘lo giuro’, con l’evidente contrasto del “voi” – retaggio fascista della formula – e il “lei” del parlato del presidente.

Istruita la causa, terminati i riti d’introduzione, si passava alla liturgia della parola.

Cominciava la parte più bella, per quelli che erano lì, magari a gremire quell’aula proprio per sentire la parola di chi accusava e di chi difendeva; per farsi raccontare in maniera organica la vicenda per cui era causa, la storia che aveva portato lì quelle persone in vincoli; per appassionarsi, per esecrare, per esultare; per parteggiare con questo o con quello, col presunto autore o con l’autore o con la vittima, la parte offesa.

Perché da quel momento quegli uomini e – seppure di rado – quelle donne che vestivano le toghe nere coi fiocchi d’argento o d’oro il procuratore, d’argento e nero o d’oro e nero i difensori, avrebbero prospettato le loro ragioni, avrebbero evocato i fatti di causa e li avrebbero fatti rivivere in quell’aula.

Perché quei giuristi, accusatori e difensori, in quel momento, si facevano letterati: raccontavano una storia così come loro l’avevano intesa e capita, cosi come a loro piaceva prospettarla sottolineando ora uno ora un atro elemento e così come la sapevano rappresentare.

Perché la verità vera è conosciuta solo da Dio che agli uomini ha lasciato le verità, tante quante sono gli occhi che la vedono, le bocche che la raccontano, le orecchie che la ascoltano e così di seguito in una sorta di vite senza fine.

Tratteggiavano, quei giuristi, la figura e la personalità dei protagonisti di quella storia che s’era fatta processo, dei buoni e dei cattivi; raccontavano il fatto e suggerivano spiegazioni e ragioni.

Ognuno come sapeva e come gli veniva in quel momento, a raccontare la storia che avevano scritto nella loro mente e sulle loro carte e come la sapevano raccontare; ognuno col suo stile, ora asciutto, ora tecnico, ora enfatico, ora baroccheggiante. Qualche volta, ahimè, noioso e magari soporifero.

Quei giuristi, lì, in quel momento sperimentavano – come ancora sperimentano in ogni causa – “la forza evocatrice delle parole e la loro capacità creatrice”, come ha scritto qualcuno nel recensire un libro che parla di diritto e letteratura; esattamente come in un romanzo, come succedeva all’Opera dei pupi o come faceva il cantastorie, rivivevano lì vicende umane, sentimenti di amore, di odio, di interesse, d’indifferenza.

Le parole di quei giuristi, in requisitoria e in arringa, prendevano – come ancora prendono – l’intelligenza, i sentimenti e l’anima di chi li ascolta in maniera tanto più forte quanto maggiore è la loro capacità letteraria, la loro capacità creativa ed evocativa.

Ecco perché il giurista è letterato e l’opera del suo ingegno è letteratura. Che poi, beninteso, c’è buona e cattiva letteratura.

Ne “I sepolti vivi”, Giacomo La Russa narra di un fatto vero, dell’occupazione di una miniera nei primi anni Cinquanta da parte di un gruppo di minatori licenziati per esigenze di razionalizzazione della produzione; narra dei sei mesi trascorsi tutti nelle viscere della terra senza mai vedere la luce del sole; narra dei contrasti fra gli occupanti; narra delle loro famiglie; narra degli altri minatori non licenziati e non occupanti; narra delle relazioni fra gli occupanti e il partito di riferimento della classe operaia; narra dell’epilogo giudiziario e della condanna degli occupanti; narra della triste conclusione della necessità d’emigrazione, da clandestini, in altri Paesi europei.

E questa è senz’altro letteratura, e letteratura buona, caratterizzata da un’ottima narrazione, nella forma e nei contenuti; narrazione che avvince e che spinge il lettore ad arrivare quanto prima alla fine.

Ma in questa narrazione, oltre ai protagonisti tutti disegnati con maestria, dagli occupanti alla bottegaia, al deputato, ai figli e alle mogli, al padrone, ci sono anche le questioni dei vari interessi tutelati dalla legge, e perciò dei diritti e dei conflitti fra gi stessi: il conflitto fra il diritto al lavoro degli occupanti e il diritto di organizzare e gestire il lavoro da parte del padrone; ma anche del confliggente diritto degli altri minatori che si vedono sospeso il loro diritto al lavoro per l’impossibilità di adempiere alla loro obbligazione di prestarlo.

E ancora le questioni della giustizia, nel senso di conforme a giusto perché in realtà tutti questi diritti e tutti i conflitti raccontati rimandano proprio alla giustizia, a ciò che è giusto e alle varie possibili giustizie, perché in astratto corrispondente a giustizia è il diritto dei lavoratori a mantenere il posto di lavoro, come ugualmente corrispondente a giustizia è il diritto dei lavoratori non licenziati a prestare la loro opera e percepire il salario, come ancora astrattamente conforme a giustizia è organizzare la forza lavoro da parte del padrone.

E infine la giustizia formale, quella amministrata dallo stato che valuta e confronta tutti questi diritti in conflitto e stabilisce in concreto a quale o a quali di questi lo Stato offre la sua tutela; la giustizia corrispondente allo jussum, al comando, quella che stabilisce quale diritto fra quelli in  conflitto è da ritenere prevalente in base all’Ordinamento.

E in questo caso, per la cronaca, nella storia vera e nel romanzo, i giudici ritennero prevalente il diritto del datore di lavoro.

E nella formazione e per la formazione di questo giudizio torna in gioco la letteratura: la requisitoria del Pubblico ministero, che racconta i fatti dal suo punto di vista, offre le sue valutazioni anche sulle rifluenze del fatto sull’Ordine pubblico, e che perciò offre una sua narrazione e i suoi giudizi; l’arringa del difensore che narra della vita dei suoi assistiti e prospetta la sua soluzione e anche lui offre la sua narrazione e i suoi giudizi.

Nota a margine: Una volta c’erano le riviste di eloquenza; e pubblicavano sunti di cause, requisitorie e arringhe meritevoli di divulgazione. Un fascicolo de “L’eloquenza siciliana” -tanto per fare un esempio- che era una rivista che si pubblicava a Palermo, era come un fascicolo di una rivista letteraria. Era un piacere leggerla. Oggi, mi pare e temo, con il progressivo abbandono dell’umanesimo, con l’affermarsi del primato della tecnica, si fa molto meno buona letteratura nelle aule di giustizia.

1 commento

  1. Salvatore Miseria

    Onestamente non mi ritengo in grado di scrivere un commento, solo un grosso apprezzamento per il racconto, per la prosa così plastica che ti spalanca le porte al lettore e lo fa “entrare in scena”

    Rispondi

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