Torniamo a sognare un mondo diverso

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Il mio sogno per l’anno che sta arrivando è l’eguaglianza. Uno sguardo dalla finestra in questo ultimo giorno del 2018.

Alfonso Maurizio Iacono

Se mi affaccio alla mia finestra in questo ultimo giorno dell’anno, cerco di vedere, fra gli alberi che imprigionano la luce divenendo vita, un po’ più lontano in quello spazio mentale che sta fra i tronchi ormai spogli e dormienti, ma anche oltre la loro statica e talvolta oscillante presenza. In quello spazio c’è il tempo. Il tempo che verrà. Il sogno. Il futuro. Abbiamo forse smesso di sognare? Non proprio, ma ormai, quando lo facciamo, è per fuggire dal mondo e sfuggire a noi stessi. Non è un guardare in avanti. Ossessionati come siamo da noi stessi, dal nostro malato narcisismo, dalla nostra incorreggibile autoreferenzialità, non abbiamo tempo per altro. Tutto è un’emergenza. Tutto è una contingenza. Nel fallimentare tentativo di cogliere quell’attimo che il prof. Keating, citando Orazio, ricordava ai suoi studenti nel mitico film L’attimo fuggente, lo abbiamo perso negli anfratti delle connessioni e nel buio della solitudine.  Inceppati nelle giungle delle procedure e delle diete ipocaloriche, ci dimentichiamo degli altri. Occupati come siamo a curare noi stessi,  non abbiamo più tempo per sognare il futuro e renderlo pieno del nostro presente.  Facciamo tutti le stesse cose. Confondiamo l’eguaglianza con il conformismo e l’omologazione e pensiamo di essere individui originali. Siamo giovani fino a tarda età e poi improvvisamente diventiamo vecchi. Non abbiamo più il tempo di diventare adulti e non ci accorgiamo di quanto sia ridicolo tutto ciò.

Il mio sogno per l’anno che sta arrivando è l’eguaglianza. Quella che è sparita nella disoccupazione, nella povertà, nel lavoro, nella scuola, nell’università. Quella che aiuta ad essere davvero individualmente diversi, ma non estranei e ancor meno stranieri. Quella dove un individuo, una donna, un nero, un omosessuale, uno straniero, un disabile, un bambino non debba faticare due volte per essere se stessa o se stesso e non debba negare la sua appartenenza camuffandosi da uomo, da bianco, da eterosessuale, da indigeno, da abile, da adulto. Nonostante la grande retorica sulle libertà, siamo molto lontani da ciò e non basta dire: “E allora in Cina o in Sudan come stanno le donne e gli omosessuali?”. Non basta. Guardare a coloro che sono peggiori di noi per giustificare noi stessi è sempre una scusa per non riconoscere ciò che si deve fare. Vorrei che vi fosse più giustizia sociale. E’ stata grandemente disattesa. Mentre alcuni diritti civili si sono affermati, i diritti sociali si sono indeboliti, lo sfruttamento è vissuto come una cosa naturale, la disoccupazione e l’insicurezza sul lavoro sono tornate minacciosamente ad aggirarsi con più forza.

Vorrei una politica in cui il dubbio è ammesso e dove le affermazioni sempre certe e sicure dei politici, salvo poi cambiare idea senza dirlo e praticare il contrario con le stesse certezze e sicurezze, sparissero per sempre.

Si dirà: sono sogni e desideri, specialmente l’ultimo, che non si possono realizzare. Forse è vero. Ma vi sono due modi per commisurare il sogno con la realtà. Il primo è la rinuncia al sogno in nome di un realismo che nasconde la resa allo stato delle cose esistenti. Il secondo è capire che se forse è vero che i sogni non si realizzano come vorresti, essi tuttavia spingono più di ogni altra cosa a mutare la realtà e a migliorarla. Con il primo modo siamo già vecchi, con il secondo diventiamo adulti. Non si tratta dunque di rinunciare al sogno, ma avere la consapevolezza che, come ebbe a dire Amleto a un altro Orazio: ”ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne sogni la tua filosofia”.

La realtà è sempre più complessa di come la si sogna, ma se si smette di sognare, la si riduce a una immutabile e noiosa semplificazione. Con la raccomandazione di Amleto, torniamo a sognare un mondo diverso.

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