Supercoppa tra Juventus e Milan in Arabia Saudita. Provo disgusto

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Cosa non si fa e non si dice per i soldi! Il denaro l’odore ce l’ha.

Che rapporto c’è tra etica e politica? Che rapporto c’è tra consenso e principi morali? E’ una domanda che va posta oggi nel conflitto tra sindaci (io sto con i sindaci) e governo a proposito dell’accoglienza e della sicurezza. Che rapporto c’è tra principi etici e costituzionali da un lato e leggi approvate dall’altro? Ma l’argomento in questione riguarda anche un fatto apparentemente lontano: la partita di calcio. L’idea che la finale di Supercoppa tra Juventus e Milan si faccia in Arabia Saudita, uno dei paesi al mondo dove di più si calpestano i diritti umani e civili, mi provoca non solo indignazione ma, francamente, disgusto e schifo. In realtà tutti, da Salvini a Boldrini, si dichiarano schifati. Ma poi sembra che l’unico risultato sarà quello di (forse) non guardare la partita. Basta questo? Il presidente della Lega ci spiega che non solo le donne potranno andare da sole allo stadio (bontà sua!), ma che anzi questa partita sarà un evento perché per la prima volta le donne potranno assistere a una partita in Arabia Saudita.

Cosa non si fa e non si dice per i soldi! L’Arabia Saudita vuole rifarsi la faccia agli occhi del mondo, in particolare dopo la morte del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso e fatto a pezzi, e paga molto bene perché questo incontro tutto italiano si svolga a Riad. Amo il calcio o forse l’amavo. Sono il classico siciliano che tifa Juventus. La prima volta che vidi la mia squadra del cuore fu a Palermo. C’erano i miei idoli. C’era soprattutto Omar Sivori. Da un punto di vista tecnico, ero e sono un seguace di Gianni Brera. Leggevo l’ultima pagina del leggendario Guerin Sportivo, dove Brera scriveva in lombardo l’Arcimatto.

Alfonso Maurizio Iacono

Per me la partita perfetta è quella che finisce zero a zero. Ogni rete è sempre un errore della difesa piuttosto che una prodezza dell’attacco. Il famoso catenaccio con l’invenzione del libero dietro i difensori, tanto vituperato da tutti, era (e nascostamente continua ad essere) la forza dell’organizzazione tattica e collettiva di una squadra che ha sempre la meglio sulla squadra fatta da fuoriclasse ma incapace di organizzare una vera difesa. Provate a pensare a tutti i campionati possibili e vi accorgerete che hanno sempre vinto le squadre con grandi difensori, senza i quali i fuoriclasse dell’attacco non avrebbero potuto fare la differenza. E questo vale per il Brasile di Pelé (e di Djalma e Nilton Santos), per l’Olanda di Cruijff (e di Kroll) e il Milan di Sacchi, di Gullit, Van Basten, Rijkard (e di Baresi e Maldini). Vi è stata evoluzione tattica (e forse involuzione tecnica), ma ancora oggi senza una difesa accorta si fa la fine del Brasile che beccò sette reti infilate dalla Germania nell’ultimo campionato del mondo. Amavo anche la Juve di Anastasi e poi di Trapattoni, Furino, Scirea, Causio, Tardelli, Platini. Ma poi vi fu l’Heysel, la finale Juventus-Liverpool, 39 morti, 600 feriti. Era il 1985. Accadde prima della partita, che fu giocata lo stesso. Non contano i morti, non conta la violenza, non conta il razzismo, non contano le violazioni dei diritti. Lo spettacolo deve continuare.  Lo spettacolo, non il gioco.

Oggi più di prima non è più il gioco che fa spettacolo, ma è lo spettacolo che usa il gioco per vendersi e vendere meglio. Ironia amara della globalizzazione, che permette questo trionfo dell’ipocrisia e questo ulteriore smacco di ogni elementare principio etico, sempre sacrificabile di fronte al consenso e al denaro che, come ebbe a riferirci Svetonio, riferendosi a una non nobile polemica tra Vespasiano e suo figlio Tito a proposito della tassazione della pipì, non ha odore. Ce l’ha, è cattivo e quando permette di rifare il trucco ai cattivi perché appaiano buoni, non è molto diverso dal maleodorante ambiente dei vespasiani.

foto in evidenza da internet

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