Strada lunga, dritta

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 Il racconto della domenica

Alfonso Gueli

La strada da percorrere era lunga, infinitamente lunga, e comunque non l’avrebbe portato da lei.  Oppure era breve, brevissima, al punto che non aveva senso sforzarsi d’immaginarne la fine. Era lì, a pochi passi, sarebbe bastato alzare lo sguardo dal cruscotto.

La vide.  E vide l’altra strada, quella che gli era parsa troppo lunga. Esisteva, ma non era la sua. Le correva accanto e si dissolveva lontano, così lontano che anche se gli fosse appartenuta mai sarebbe riuscito a seguirla fino in fondo: si sarebbe fermato prima, stanco e senza più curiosità.

Senza più curiosità – ripeté ad alta voce.  Era una frase spaventosa. Avrebbe voluto cancellarla dalla mente, ma era troppo tardi, ormai si era impadronita di lui, lo dominava. Non più parole, non più pensieri. Niente. Solo un coro di clacson impazziti che scandivano il suo silenzio.

Accarezzò il volante e la leva del cambio rivestiti di pelle, allungò la mano sul sedile accanto al suo: pelle morbida, scivolosa, bella anche da vedere… tutto era pelle e tutto a portata di mano, tranne la pelle di lei, lontana, infinitamente lontana, come l’amore che non c’è più, o come l’amore che non ci sarà mai, come la strada che cammina accanto alla tua e non ti appartiene.

Sentì una voce, poi un’altra. Qualcuno bussò al finestrino del lato guida.

“Si sente male?”

Tre o quattro persone lo guardavano al di là del vetro.

“No, perché?”

“Perché il semaforo è diventato verde, poi rosso, poi di nuovo verde.”

“Il semaforo? Quale semaforo?”

“Quello che c’è davanti a lei. E’ sicuro di sentirsi bene?”

“Sì, grazie.”

“Allora si sposti, per piacere. Ha bloccato la fila.”

Mise in moto e andò dritto, sempre dritto senza badare a frecce e segnali, accompagnato dall’umiliazione di sentirsi ridicolo. Si era fermato meccanicamente davanti a un semaforo rosso e non si era accorto che poi era diventato verde. Non si era accorto che era un semaforo. Non si era accorto mai di niente.

Ripartendo, aveva imboccato l’unica strada che andava dritta, convinto che fosse la più breve. E invece andava avanti, sempre avanti, e a un certo punto gli venne la curiosità di sapere dove portava.

Non incontrò più cartelli né indicazioni.

Non c’erano più case ai lati della strada, poi non ci fu più strada, ma non se ne accorse, felice di avere trovato una strada che sicuramente lo avrebbe portato da qualche parte (e non più da lei, ma che importava, ormai) e di avere ritrovato la voglia e la curiosità di sapere dove.

Si svegliò di buonumore. Gli sembrava di correre ancora nella notte. Si sentiva rinato.

E’ così facile nascere! – pensò. – Una faccenda di cui si occupano gli altri… tua madre, l’ostetrica, il ginecologo, gli addetti alla sala parto. Tu devi solo aprire la bocca e piangere: e da quel momento cominci a esistere; e anche a morire, ogni giorno un po’.

Previsto. Inevitabile. Ma se poi ti capita di chiudere la bocca perché credi di non avere più niente da dire, se ti viene voglia di piangere e non lo fai perché credi che a una certa età sarebbe disdicevole… allora ogni semaforo diventa rosso, e se non c’è te ne inventi uno, e resti lì a contemplarlo.

E’ facile nascere, la prima volta. Più complicato, perché è una faccenda che dipende da te e da nessun altro, rinascere. Volerlo, soprattutto, sapendo già che ricomincerà tutto daccapo: amori, errori, delusioni, attimi di gioia e bocconi amarissimi.

Aveva appetito. Anche se non c’era nessuno a preparagli la colazione e a dirgli:  “Buongiorno, hai dormito bene?”

Sì – avrebbe risposto – ho dormito… non so se bene o male, ma ho dormito e ho sognato, un sogno lungo come la strada che mi portava non so dove, però andavo senza fermarmi, senza più chiedermi se ne valesse la pena… che assurdità, si passa metà della vita a domandarsi se ne vale la pena e l’altra metà a non sapere come rispondere… e invece vale sempre la pena, e vuoi sapere perché? Perché non è una pena. E’ vivere, sai?, e vivere è un  miracolo che non si dovrebbe sprecare.

Gli venne il sospetto che stesse esagerando. Fortuna che non c’era nessuno ad ascoltarlo.

Non c’era più lei. Lei non c’era più perché si era stancata di ascoltarlo.  Se n’era andata. Molto prima di lui si era accorta che poi il semaforo diventa verde.

L’avrebbe inseguita e raggiunta. Le avrebbe detto… no, non le avrebbe detto niente. L’avrebbe presa per mano in silenzio e insieme sarebbero entrati nel sogno della strada lunga e dritta che sicuramente li avrebbe portati da qualche parte.

“Buongiorno” – disse lei uscendo dal bagno. – “Hai dormito bene?”

La fissò, contrariato.  Aveva continuato a sognare anche dopo la fine del sogno. Lei era lì, non si era mai mossa.

“Hai russato per tutta la notte” – aggiunse ridendo. – “Hai sognato, almeno?”

“No” – rispose lui, brusco.

Lei era lì, come sempre. Peccato, sarebbe stato così bello inseguirla, raggiungerla e prenderla per mano…

Si sentiva defraudato.

Mangiò in silenzio la sua mela e dopo il primo sorso allontanò sgarbatamente la tazza di caffè.

“E’ tiepido” – disse, disgustato.

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(Già pubblicato nel 2011 nel libro di racconti “Ombre scolpite” (Editrice Medinova)

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