“Spariti dalla vita papà e mamma, ma anche tutto ciò che li ricorda”

da | 12 Gen 22

La tragedia di Ravanusa. Parla Mario Carmina, figlio del Professore di Filosofia Pietro Carmina e di Carmela Scibetta. Da un mese cerca la verità scrutando le macerie dov’è finita la vita dei suoi genitori e di altri sette vicini di casa.

Mario Carmina con i genitori

Da un mese cerca la verità scrutando le macerie dov’è finita la vita dei suoi genitori e di altri sette vicini di casa. E’ arrivato a Ravanusa da Milano subito dopo l’esplosione dell’11 dicembre Mario Carmina, trent’anni, laurea alla Bocconi, assunto alla direzione di una catena alberghiera, figlio unico di Carmela Scibetta, dirigente al Comune, e del professore di filosofia Pietro Carmina, ormai famoso per la lettera ai giovani citata dal presidente Mattarella nel messaggio di fine anno. Un invito “a mordere la vita”, a inseguire i propri sogni. Come aveva fatto Mario, volando presto via, “un po’ a malincuore”, dalla sua Sicilia.

Da un mese è incollato davanti all’area del disastro, dissequestrata dal procuratore Luigi Patronaggio dopo avere accertato che alla base dell’esplosione c’è un tubo “fratturato”, una fuoriuscita di gas accumulatasi nella bolla poi deflagrata. Un boato. Edifici disintegrati. Peggio di un terremoto. Con rovine adesso da sondare per cercare pezzi di vita. Come prova già a fare Mario Carmina: “D’un colpo non hai più nulla. Della mia casa è rimasto il pavimento del piano terra. Spariscono dalla vita papà e mamma, ma anche tutto ciò che li ricorda, i libri, le foto, i gingilli portati a casa dopo un viaggio…”. E’ questo vuoto che Carmina vorrebbe colmare anche scavando con le sue dita. “Sotto c’è un’intera biblioteca di cui andava fiero mio padre. Una Bibbia monumentale. I suoi libri…”.

Guarda il vuoto Mario e ricorda il 6 febbraio dell’anno scorso, quando riaccompagnò a casa il padre dopo il calvario cominciato due mesi prima con il ricovero per Covid ad Agrigento: “Intubato per due settimane, in coma totale, noi tutti a pregare. Poi la ripresa, lenta. E, infine, le dimissioni. Quel giorno che per noi era il Natale cancellato dal Covid, appena fuori dall’auto, una ragazza blocca mio padre. ‘Che ci fa professore, qui?’. Ci abito. E lei? ‘Mi sono appena sposata con Giuseppe Carmina…’. Nessuna parentela. Solo un vicino di casa. E di destino. Perché sono tutti morti sotto queste macerie. Anche la ragazza, infermiera ad Agrigento. Lo aveva riconosciuto, dopo settimane passate ad accudirlo in ospedale. Senza che nessuno dei due sapesse nulla dell’altro. Era Selene Pagliarello, il mese scorso pure lei qui, pronta a partorire col suo bimbo in grembo, dilaniata a due passi dal suo ‘paziente’…”.

Ricostruisce ogni coincidenza Mario e si sorprende ancora di più quando ricorda che quella sera, il 6 febbraio, brindando al ritorno, chiese se durante il coma avesse provato, sognato qualcosa. E il padre: “M’è rimasto un sogno strano: io e Mattarella su una barca, a guardare il mare…”. Risero tutti, come rievoca Mario: “Si, che il presidente pensa a te, pa’…”. Poi, il messaggio di Capodanno. “Quando ho sentito Mattarella mi sono venuti i brividi. Adesso vorrei ringraziare il capo dello Stato. Ma come si fa a scrivere una lettera al presidente?”.

Dettagli di un romanzo che Pietro Carmina non potrà scrivere. Ma l’amato professore di filosofia del “Foscolo”, nella vicina Canicattì, ne ha lasciati due che adesso tutti cercano. Anche perché l’ultimo, “I totomè del barone”, è la storia dell’incendio della Matrice di Ravanusa, Anni Cinquanta, e dei cittadini allarmati davanti alle cause della sciagura. Come succede adesso. Anche a Mario che finalmente s’è potuto avvicinare alle macerie, smuovendo le prime pietre: “Ho tirato fuori un volume di Spinoza e un altro di Nietzsche. Fra quelle pagine, i biglietti dell’ultimo nostro viaggio, New York, agosto 2019”.

Ha anche trovato due palloni da football. “La mia collezione. Chissà se riemergeranno gli altri sedici”. Vorrebbe recuperare soprattutto i libri. E mostra la foto del padre alla scrivania. Alle spalle, una copia dell’“Inferno” di Dan Brown e “Prima della fine”, un testo di Ernesto Sabato, l’argentino che si interrogava sull’esistenza di Dio, sul consumo come mito sostitutivo del paradiso. Temi filosofici a lui cari, come racconta con ironia Mario, arrivato da Milano con la sua fidanzata, Giulia: “Noi i primi di dicembre eravamo a Dubai, per una vacanza. I miei genitori avevano prenotato per febbraio. ‘Facciamo da staffetta’ gli dicevamo in videochiamata, appena rientrati da una escursione nel deserto. E lui: ‘Avrete quindi apprezzato il sublime di Kant, la terza critica, contemplando l’ignoto e prendendo coscienza del limite razionale…’. Ed io a frenarlo: ‘Ma, Pa’, ci devi sempre trovare l’aspetto filosofico”.

Dal Corriere della Sera

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