Le Rubriche

I cilindri del potere e le città vuote nelle opere

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Si conclude oggi nella galleria dello studio fotografico "Riflessi" di ...

Sabato, 8 Marzo 2014

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Il filo rosso delle storie di "Donne allo specchio

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Un contributo letterario con forte valenza sociale nella raccolta di ...

Giovedì, 6 Marzo 2014

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E Matteo il Magnifico si prese l'Italia

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E' bastato un blitz durato poche settimane e la determinazione ...

Sabato, 1 Marzo 2014

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Rubrica a cura di:Giancarlo Macaluso

Giancarlo Macaluso
Uomini e donne, visti da vicino, che hanno lasciato il segno nella loro manciata di mondo. Ma non solo...

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Giampiero Cacciato, pittore e fondatore della corrente dei Neroidi

L’artista dell’intemperanza

L’apprendistato, le scoperte, i riconoscimenti, il ritorno a Racalmuto. Il nostro ricordo a due anni dalla scomparsa

Giampiero CacciatoL’uomo era spigoloso. Aveva asperità e intemperanze tipiche dell’artista. Una venatura polemica , verso il mondo verso gli uomini, che si “leggeva” anche nei suoi quadri inafferrabili. Quasi volesse, per capriccioso divertimento, sottrarre la sua opera a una comprensione a tutti i costi; un gioco a nascondersi nell’inquieto e volgare e limaccioso mare dei nostri tempi. Aveva settant’anni, Giampiero Cacciato, quando è morto, il 27 settembre di due anni fa. E’ vissuto facendo il pittore, con molti riconoscimenti e molto talento, dice chi capisce di pennelli e colori. Nell’ultimo scorcio della sua personale parabola umana ha conosciuto la sofferenza.

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Dieci anni fa moriva Totò Liotta. Fece conoscere il cinema a intere generazioni

In basso l'album dei ricordi

"Questo è un film che tutte le famiglie devono vedere!". Chi ha almeno cinquant'anni, fra Racalmuto e Grotte, la sente ancora nelle orecchie quella voce indurita dalle sigarette che gracchiava dall'altoparlante di un'auto in corsa. La macchina, col tempo, cambiò e si affollò di giovinetti-aiutanti: erano i figli. Col tempo quella voce sparì. Per sempre. Si congedò dal mondo il 16 settembre di dieci anni fa.
Per come si erano messe le cose lui avrebbe dovuto passare la sua vita tra pagnottelle, filoni, farina e sudore. Ma il destino per lui aveva in serbo un futuro da Mangiafuoco buono e senza barba. Fu un "uomo delle stelle" che per molte sere della sua esistenza trafficò con "pizze" di celluloide che magicamente regalavano sogni e passione su un muro bianco di una piazza o sul telo stirato di una arena.
Per racalmutesi e grottesi Totò Liotta era il cinema. A dirla tutta, egli stesso sembrava essere uscito dal ritaglio di una pellicola. Talmente era un personaggio, con quei due occhi profondi e guizzanti, forse azzurri o verdi, che restava appiccicato nella mente di chi lo conosceva molto di più delle migliaia di volti che scorrevano veloci nelle sue proiezioni.

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Il baritono che parlava poco

Storia di un personaggio racalmutese che viveva facendo il sarto

Totò Bertolino (foto Salvatore Picone)La sua vita era tra la piazzetta e la Matrice. Forse quei "cento passi" li avrà ripetuti centomila volte. O forse un milione di volte. Sempre con la stessa leggera andatura, ricurva e serena. La testa sghemba, le spalle ingobbite. Cappello o paglietta, a seconda del clima, cravatta a fantasia, giacca a quadri. Le dita della mano abbrunate dal fumo di sigaretta. Piccolo e magro, signorile e ossequioso. Di pochissime parole. Il che, in un'epoca di chiacchiera diffusa e inutile, gli dava un tocco di mistero. Persino di fascino. Salvatore Bertolino ora non c'è più da oltre quattro anni. E' morto nel novembre del 2007, se ne è andato che aveva ottantuno anni. Non rinunciando, immagino sino all'ultimo, alle sue amate sigarette senza filtro.

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Il magistrato che indagò le cosche agrigentine

Morì a 39 anni mentre era in vacanza con la famiglia. La sua memoria tramandata in un libro di Robertò Alajmo

Luca CrescenteL'aggettivo che ricorre più spesso, in questa storia, è "normale". La storia "normale" di un uomo diventato magistrato e poi marito e poi padre. Un uomo che ha avuto poco tempo, troppo poco, per coccolare i suoi affetti, i suoi sogni, le sue ambizioni, le sue idee, la sua professione. Il destino ha interrotto la sua corsa un giorno di agosto di otto anni fa.
Luca crescente aveva trentanove anni quando se ne è andato. Era un sostituto procuratore della direzione investigativa antimafia. E la morte lo ha colto, crudelmente, mentre si trovava in vacanza in Trentino con moglie e figli, piccolissimi. Roberto Alajmo sulla "breve vita felice di Luca Crescente" ci ha scritto un libro (Tempo niente, Laterza). E se quelle pagine sono venute via una dopo l'altra, parola dopo parola, pezzo dopo pezzo, frammento dopo frammento, si deve alla determinazione della moglie di Crescente, Milena Marino. Tecnicamente sarebbe una vedova, ma come si fa a chiamare così una donna che al telefono ci dice, "io, si capisce, sono molto innamorata di mio marito". E con una voce che si colora di felicità quando parla del suo uomo che ha conosciuto all'università.

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Un personaggio stravagante, buono e rispettato da tutti

Il vezzo di chiamare tutti per cognome, il mestiere di raccogliere erbe selvatiche e il gusto perenne per lo sberleffo a tutti i costi

Marino fotografato da Salvatore FarinaA Racalmuto il bosco dei personaggi si dirada. Se n'è andato, il 12 ottobre del 2009, un altro che i più giovani neanche ricordano. Lillo Marino, classe 1933. Aveva la voce forte ma tremula nei toni alti. Chiamava tutti per cognome. E, come preda di un'atavica diffidenza, aveva l'ossessione di essere "fottuto" nei piccolissimi lavori cui era chiamato di tanto in tanto. Ha vissuto da uomo libero, da padrone della piazza, da clochard rispettato da tutto il paese. Lo vedevi trascinarsi la carriola per le strade, a volte vuota a volte carica di erbe selvatiche col cui commercio guadagnava pochi spiccioli. Sulle consunte scale della chiesa di San Giuseppe, cui era devoto, nei pomeriggi miti guardava passare la gente fumando il suo mezzo toscano.

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