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Nel 1965 Leonardo Sciascia pubblicava una sua intervista con Giuseppe Genco Russo, boss mafioso di Mussomeli. Ecco il testo del colloquio tra lo scrittore e il padrino

 
Giuseppe Genco RussoCaltanissetta, giugno - Da circa sei mesi un amico, un avvocato, ci promette un incontro con don Peppino Genco Russo: e ieri finalmente l'abbiamo avuto, nello studio dell'amico avvocato dove già don Peppino, tra vasi sicilioti e greci, con un bel ritratto di dama settecentesca come sfondo, è stato da un giornalista cileno splendidamente fotografato. Don Peppino vive a Mussomeli, ma di solito è in giro per la Sicilia a metter pace, ad agevolare pratiche, a raccomandare, ad assistere: ieri era a Caltanissetta per un affare del principe B., oggi sarà a Sciacca, domani chissà dove.

 
Qualche giorno addietro gli era toccato andare fino a S. per raccomandare una ragazza orfana a un professore: per una materia la ragazza non poteva arrivare alla laurea.

Don Peppino è andato a trovare il professore, o un amico del professore, e ha detto: "Bisogna chiudere un occhio, si tratta di un caso penoso: non sarà la prima volta che si chiude un occhio, o tutti e due gli occhi. Promuovetela: se bocciata deve essere, la boccerà la vita".
La pensava così anche Carducci.

Don Peppino è un ragionatore. Da un lungo discorso sa subito estrarre una sintesi, di ogni contrasto sa trovare la soluzione o compromesso. Una volta, tra una decina di avvocati, i più bei nomi del foro siciliano, poiché la questione andava per le lunghe e l'accordo era lontano, don Peppino si alzò ad analizzare la vertenza e a proporre la soluzione. Quando finì di parlare, il professor S. dell'Università di Palermo disse: "Peppi ha parlato", cioè: "Tutto è chiaro, non ho nulla da aggiungere".

E' un uomo di 67 anni (ma ne dimostra meno), di complessione robusta,Giuseppe Genco Russo di colorito scuro: il cappello gli conferisce un che di acre, di cupo. Senza cappello, sprofondato in una poltrona, un bicchiere di birra in una mano e la pipa nell'altra, è subito diverso dalle immagini che ne diffondono i giornali. Solo gli occhi restano, anche quando sorride, lontani: come in fondo ad una prospettiva di antica diffidenza, di insondabile malizia. Sarebbe sciocco chiedere a quest'uomo astutissimo, agguattato a cogliere anche le domande più indirette e le allusioni più vaghe, che cosa è la mafia, che cosa ne pensa della mafia, e se è vero che ne è il capo.

"Non sono nato dopo mezzogiorno", dice don Peppino: e vuol dire: "Non sono nato all'oscuro, vedo ogni cosa, ogni cosa capisco". E poiché nemmeno noi siamo nati dopo mezzogiorno, sappiamo che è meglio parlare d'altro, cercare di capire che tipo d'uomo è, le sue preferenze e i suoi giudizi relativamente a cose e fatti che con la mafia hanno niente o poco a che fare.

Poiché l'amico avvocato ci aveva presentati senza attribuirci l'intenzione d'intervistarlo, dopo due minuti don Peppino, guardando con sorridente malizia l'amico, dice: "Questa è una intervista".

Noi ammettiamo che forse è una intervista, ma che non avremmo mai scritto niente di diverso di quanto lui ci avrebbe detto.

- La prima intervista - dice don Peppino - l'ho avuta il giorno della morte di mio compare buon'anima...


- Don Calò - diciamo noi.

- Don Calò - ripete don Peppino.

- Due giornalisti mi mandano a dire che vogliono parlarmi. Li faccio venire e dico loro: non mi domandate niente, non dico niente, non so niente. Solo una cosa vi posso dire: che la buon'anima di mio compare era l'uomo più onesto e caritatevole che si possa immaginare.

Leonardo SciasciaParliamo un po' dei giornalisti che scrivono di cose che non vedono, o le cose che vedono deformano, e parole che non avete mai dette vi fanno dire. Don Peppino è soprattutto urtato dal fatto che un giornalista abbia detto vecchia e umida la sua casa di Mussomeli. Ci invita ad andare a Mussomeli: non per constatare che vecchia e umida la sua casa non è, ma per il piacere di farci conoscere il paese e di ospitarci.

Chiediamo a don Peppino cosa pensa del caso Tandoy. Lapidariamente risponde: "E' una bardasciata". Bardasciata, come la parola italiana bardassa, ragazzo, viene dall'arabo bardag, ma qui ha senso spregiativo soltanto, come dire: roba insensata, sciocca; e da gente di piccolo affare.

Tentiamo di dire, con franchezza, quel che noi sappiamo e pensiamo della mafia: per saggiare, fin dove è possibile, la reazione di don Peppino.

Ma ci previene con una esemplificazione:

- Noi ora ci stiamo conoscendo, stiamo bevendo la birra e chiacchierando amichevolmente. Lei è di Racalmuto. Domani, mettiamo, a me capita di dover sbrigare qualcosa a Racalmuto: mi ricordo che c'è lei, vengo a trovarla, lei mi agevola come può nella cosa che ho da sbrigare. E poi a lei può capitare di aver qualcosa da fare a Mussomeli: cerca di me, e io sono a sua disposizione. Siamo diventati amici, no?... Questo è tutto: sarà mafia, non sarà mafia, non lo so... Io dico: è amicizia... Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano... C'è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo... Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso. La verità è che nessuno ha capito niente fino ad ora. Parlano di organizzazione: e dov'è questa organizzazione? Ci sono persone indicate come mafiose, e sono democristiane; altre, pure indicate come mafiose, e sono comuniste. E' segno di organizzazione, questo?

- Forse - diciamo - la mafia è un po' come la Chiesa, che sostiene le destre ma non esclude eventuali concordati con le sinistre. E poi c'è il fatto che lei ha una particolare e vasta autorità: e si pensa perciò ad una organizzazione.

- La mia autorità risiede nel fatto che conosco molta gente, ho larghi rapporti, amicizie numerose...

Genco RussoDa giovane si è imposto per non comuni qualità di coraggio e di forza fisica: abbatteva un toro, letteralmente, prendendolo per le corna. Ora si impone per l'astuzia, per la grezza ma non inefficace diplomazia, per la capacità di districare garbugli e dare giudizi "di pace". Certo avrà più da fare che il nostro ministro degli esteri.

Durante il fascismo se ne stette appartato: arrestato nel 1927 da Mori, ebbe una condanna a quattro anni senza una specifica imputazione; poi, libero, si diede a badare alle sue terre, agli animali e ai raccolti. Gli chiediamo un giudizio sul fascismo.

- Ho fatto il carcere senza aver commesso nulla, senza nemmeno essere imputato di un preciso reato – dice.

Gli chiediamo un giudizio che prescinde dal suo caso personale.

Dice: - In ogni paese comandavano i pagliacci: ma non si può negare che c'era una situazione d'ordine.

- E della Democrazia Cristiana, cosa pensa?

- La Democrazia Cristiana...- dice don Peppino, perplesso. - La Democrazia Cristiana... Ecco: io sono sempre stato per... (e qui il nome di un deputato democristiano siciliano), sempre, non mi sono mai spostato di un millimetro.

- Per amicizia o perché ne condivide la linea?

- Per amicizia e perché ne condivido la linea - Una pausa, poi afferma recisamente: - Fanfani non mi piace.

- Lei è decisamente contro le sinistre?

- Contro i comunisti.

- Perché?

- Perché non dicono la verità, perché imbrogliano le carte.

Continua a parlare, e il succo delle sue argomentazioni è questo: che è assolutamente pessimista sulle possibilità che il mondo cambi, che l'umanità trovi ordine di giustizia. E crediamo che questo suo giudizio sia sincero: con un'esperienza come la sua, dentro una società come quella siciliana, non crediamo possa essere ottimista nel considerare la natura umana, la vita associata e ogni speranza di rinnovamento.

- L'umanità è quella che è: ci sono i forti e i deboli, i furbi e gli allocchi. Sotto una pergola alte, solo la statura alta o l'ingegno consentono di arrivare ai grappoli.

- Ma intendiamoci: io - dice don Peppino - sono per il bene del popolo; e lei venga a Mussomeli e domandi chi è che paga il salario più alto ai braccianti, le risponderanno: Peppi Genco. Io ogni mattina, prima di prendere il mio caffè, lo faccio portare agli operai; e se in campagna ho una bottiglia di vino, io resto senza vino, ma il contadino deve averlo... Questo voglio io: il bene del popolo.

- Insomma - diciamo - lei non fa che del bene...

- E trascuro le mie cose, i miei interessi per farlo. Voglio il benessere del popolo e la giustizia. Niente vendette. Quando vennero gli americani, un tale venne da me con una lista di quattordici persone da passare agli americani: quattordici fascisti di Mussomeli da fare arrestare e deportare. Io presi la lista e la feci a pezzi: niente vendette. E così mi sono regolato anche nel Comitato di liberazione. Erano tempi brutti: c'erano anche bande che infestavano le campagne: ma a Mussomeli non è accaduto niente, nemmeno una gallina hanno rubato. Avrei fatto tremare le ossa al primo che avesse osato fare una mala azione...

Quest'ultima frase pronuncia con gelida forza. Anche per questa sola frase, per il modo come la pronuncia, valeva la pena incontrare don Peppino Genco Russo.

Leonardo Sciascia

 

 

(Da "Mondo nuovo", giugno 1965)