“Si’ un coppu di fumu allannatu”. Quando esplode il tappo della memoria

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Basta una telefonata e la forza espressiva del siciliano viene fuori incandescente, eruttando come il vulcano Mongibello. “Sì un coppu di fumu allannatu…e tu ammutta fumu cu la stanga”.

Raimondo Moncada

“Si’ un coppu di fumu allannatu”. Ecco il siciliano che ritorna! La lingua madre, quella che ti ha penetrato le ossa ed è tutt’uno ormai col tuo Dna. Basta un niente e prorompe, in tutta la sua magnificenza.

Puoi essere un professore di Lettere durante una lezione di italiano all’università. Puoi essere un giudice in un un processo in tribunale per reati linguistici, chiamato a sentenziare in nome del popolo italiano. Non c’è niente da fare: esce fuori ciò che è naturale, antico, genuino, familiare.

Il siciliano è la lingua del cuore, delle emozioni. E quando i tuoi alunni ti sbullonano il cervello in classe perché non vogliono proprio studiare (“nun ni vonnu mancu a brodu o cu u mutu”) rompi la diga e fai uscire la forza espressiva della lingua dei padri e dei nonni. In italiano quel rimprovero non avrebbe lo stesso effetto sismico. Come fai a tradurre in italiano l’irruente e immediato “Si’ un coppu di fumu allannatu”? Lo puoi solo ricostruire, facendogli perdere di efficacia, nella sua immagine pittorica: sei così vuoto (vacanti di ciriveddu), che mi ricordi un pugno di fumo dentro una lattina.

Un modo di dire, usato una volta in alcune zone della Sicilia, così come tanti, tantissimi altri come: “ammutta fumu cu la stanga” e “mircanti di scorcia d’ovu”, che poi significano la stessa cosa di lu coppu di fumu allannatu. Modi di dire che esprimono lo stesso concetto: l’inutilità, l’incompetenza, l’indolenza, con sfumature e coloriture diverse.

Che bello! Non li avevo sentito prima d’oggi. Ogni città, ogni paese della nostra terra arricchisce la lingua siciliana con modi di dire propri. Li ho ascoltati per la prima volta ieri, al telefono, dalla viva voce del direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana, che, sul giornale, ha ripreso un mio estemporaneo social post sul libro  in lingua siciliana “Chi nicchi e nacchi”, dicendomi quanto sia rimasto colpito dal contenuto e dal titolo che lo ha fatto ritornare indietro di tanti anni (non diciamo quanti): “Era un modo di dire, così bello, così musicale, che da piccolini usavamo spesso  in famiglia, nel mio paese”. Coinvolgendo in diretta la sorella Adele, professoressa di lingue straniere alle medie, Egidio mi ha tirato fuori le tre espressioni di cui abbiamo dato conto, ricordando con entusiasmo le circostanze in cui spesso le sentiva pronunciare.

È straordinario. Basta un niente e viene fuori incandescente, eruttando come il vulcano Mongibello, ciò che sembrava chiuso dal tappo della memoria in lingua italiana.

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