Sembra la trama di un thriller: storia e misteri di un affascinante castello siciliano

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Un luogo meraviglioso ai piedi dell’Etna, una storia che abbraccia romanzi famosi come “Cime Tesmpestose” e infine un fantasma la cui identità è come un labirinto

Il Castello di Nelson a Bronte

Che relazione esiste fra le sorelle Brontë, Charlotte ed Emily, rispettivamente autrici di due grandi classici della letteratura inglese come Jane Eyre e Cime tempestose, e la Sicilia? Si direbbe nessuna. E invece no; le sorelle Brontë sono siciliane. Non lo sono di sangue o per tradizione, ma lo sono per cognominazione.

Avvenne, infatti, che il parroco irlandese Patrick Prunty, che amava il paese di Bronte in Sicilia, ebbe a decidere di cambiare il proprio cognome in omaggio a un luogo per lui evidentemente così importante, al punto tale da pensarlo più dignitoso alla sua stirpe, con tanto di dieresi che sta a indicare che la lettera ‘e’ finale non è muta come suggerirebbe la regola dell’inglese moderno.

Insomma, Brontë doveva pronunciarsi Bronte, senza tema d’errore. La fama che non avrebbero forse raggiunto le sorelle Charlotte ed Emily Prunty l’hanno invece raggiunta le sorelle Brontë; e alcuni studi e analisi riferiscono anche che le due signore vittoriane abbiano descritto nei loro libri alcuni paesaggi che richiamano all’atmosfera della Bronte siciliana, o meglio, del paesino di Maniace.

È proprio fra questo comune e Bronte, a mezza strada, in aperta campagna, che si trova il Castello di Maniace, sulla grande trazzera regia che per tutto il medioevo fu l’arteria più importante di penetrazione nell’interno dell’isola. La storia del suo nome si fa mistero, ma pare che il nome attuale si colleghi a un avvenimento bellico, quando il generale bizantino Giorgio Maniace affrontò un esercito arabo di cinquantamila soldati, sconfiggendolo.

Il castello è ancora lì, testimone di pietra di avvenimenti che non potrà mai raccontare. Ed è lì per fatti assai più misteriosi, per circostanze ineffabili, per risonanze del soprannaturale; è lì, insieme al fantasma che lo abita. Leggende del folklore locale, gli spettri in un castello; la consuetudine confortante di ciò che si ritiene impossibile. E però il fantasma ha le prove della sua esistenza; copiose e ben documentate, al punto che potrebbe sostenere una causa in tribunale per il riconoscimento della propria esistenza, e, soprattutto vincerla.

A guardia notturna fra le torrette o vagante fra oscuri corridoi, il fantasma staziona nel castello ormai da secoli, ospite invisibile del salotto intellettuale e letterario nato intorno al Duca Alexander e del quale facevano parte lo scrittore Robert Hichens, i coniugi Sharp e la musicista Maude Valerie White.

È l’inverno del 1903-1904, ed è proprio durante questa sua seconda permanenza in Sicilia che la White annota nel suo diario: «Mi ero appena addormentata quando mi alzai di scatto udendo un profondo lamento. Chiunque era colui che si lamentava egli era molto vicino a me. Mi resi conto in quel momento che quando qualcuno esalta il proprio sangue freddo in fondo non esagera. Accesi subito la candela e mi guardai attorno.

La porta della mia camera era chiusa. Non vedo come qualcuno potesse essere entrato e apparentemente nessuno era entrato. Ma i lamenti continuavano. Volsi lo sguardo verso l’orologio e vidi che erano trascorsi tre minuti dalla mezzanotte.

Allora saltai giù dal letto, pensando: “se il lamento continua, se non cessa prima che io arrivi a contare sino a 20, io sveglio l’ospite che è nella camera accanto”. Ero realmente terrorizzata. Quando arrivai, contando, a 18, i lamenti cessarono all’improvviso».

La mattina successiva la White si confida con il padrone di casa, rimasto incredulo e sbigottito, che insiste affinché la donna non vada via. Ma la notte, alla stessa ora, di nuovo uno straziante lamento senza fine lungo il corridoio che sulla sinistra immetteva nelle stanze degli ospiti: un fantasma «di nefanda ed infausta memoria», come lo descrive lo storico siciliano Benedetto Radice. Ma quale identità dargli, a questo spettro terrorizzante?

È l’anima del commendatario dell’Abbazia cardinale Roderic Llançol de Borja, divenuto poi Papa Alessandro VI, che era stato causa di un conflitto lungo tre secoli con tutta la popolazione brontese? È l’anima di questo pontefice, uno dei più crudeli della storia della chiesa, uomo dissoluto e libertino impenitente? O è forse l’anima di Lady Hamilton, l’amante di Horatio Nelson, cui il castello era stato donato dal Re Borbone?

Ipotesi senza prove di identità, anche se la presenza del fantasma è ancora una volta accertata dal poeta scozzese William Sharp, che scrive: «…quando visitai Maniace per la prima volta sperai di scoprire che lo spirito di un papa si aggirava tra i suoi antichi recinti; ma per quanto il castello si vanti di avere uno spettro, esso non ha nulla a che fare con i Borgia, essendo una specie di creatura inutile e priva di leggenda, una sorta di “genius loci”, in qualche modo eccentrico nell’aspetto e nell’abitudine, ma del tutto inoffensiva e discreta.»

A quanto pare, il Duca Alexander aveva chiesto agli ospiti se avessero paura dei fantasmi, aggiungendo che «il corridoio, sul quale si aprono le camere, è a detta di tutti infestato, tanto che, con suo gran dispiacere, la servitù non dormirebbe mai e poi mai in quell’ala del castello».

Beniamino Biondi

Lo annota lo scrittore Robert Hichens, che al castello aveva trascorso un periodo nell’anno 1900, e riferisce anche di aver chiesto se lui aveva mai veduto qualcosa, di notte, sentendosi così rispondere: «No, ma di quando in quando sento dei rumori nella notte come di qualcuno che cammina lungo il corridoio. Questo è tutto». In quei giorni Hichens scrive una lettera ad Alfred Vaut Peters, studioso svedese di spiritualismo e occultismo, per mantenere fede ad un impegno preso a Londra. Quale impegno?

Pare che lo svedese avesse visto in una sfera di cristallo che lo scrittore «si sarebbe trovato a breve fuori dall’Inghilterra, in un posto solitario circondato da montagne, delle quali una terribile, in un castello dotato di torrette, costruito attorno ad una corte con una cappella che era stato luogo di preghiera di monaci, con accanto un fiume rumoreggiante; vide anche all’interno del castello un lungo corridoio, sul quale si affacciavano le camere, infestato da un fantasma che vi passeggiava».

Se mai questa visione avesse trovato fondamento nella realtà, Hichens avrebbe dovuto scrivergli una lettera; e così avvenne, essendo il Castello di Maniera identico alla descrizione fatta dallo spiritista. Pare che dopo il 1903, forse per eccesso di prove a carico della sua esistenza, il fantasma abbia smesso i suoi lamenti, o almeno non vi è più traccia di essi nelle memorie dei successivi visitatori né se ne trovano cenni nella tradizione orale. Rimangono le due piste sulla sua possibile identità.

E invece no; le piste sono tre. La terza, macchinosa come un romanzo, è una leggenda inglese che ancora sopravvive nella zona, per cui si dice che l’anima della regina Elisabetta I d’Inghilterra risiede nell’Etna, a causa di un patto con il Diavolo in cambio del suo aiuto per salire al trono d’Inghilterra.

Ma andiamo con ordine. Elisabetta I d’Inghilterra, figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, fu l’ultima monarca della dinastia Tudor. Diede nome a un’epoca, l’età elisabettiana, che vide un’enorme fioritura artistica e culturale, nella quale visse William Shakespeare. Dotata di un innegabile fascino, la Regina era però vanitosa al punto tale da inorridire al pensiero di vedersi invecchiare, lamentando lo scorrere impietoso del tempo durante le sue numerose crisi depressive, e aveva un carattere difficile e uno smodato desiderio di potere. Alla sua morte, dunque, i diavoli ne gettarono il corpo dentro il cratere dell’Etna, per farla andare all’inferno.

Ma durante il percorso, portata a braccio su una delle rupi più alte, la Rocca Calanna, le cadde la pantofola che calzava il suo piede regale. Assai tempo dopo, un pastore al pascolo con le sue pecore vide in quello stesso punto il prezioso luccichio della scarpa, e appena presa fra le mani si bruciò. A soccorso contro quel maleficio, fu chiamato un esorcista che fece volare via la pantofola che si andò a posare su una torre del Castello di Maniace. Passarono gli anni e il castello venne donato all’ammiraglio Horatio Nelson, e si racconta che durante una festa da ballo a Palermo, una dama misteriosa, il fantasma della regina Elisabetta, gli diede un cofanetto che custodiva la sua pantofola, con l’intesa che lui la custodisse senza mai svelarne il segreto.

Lady Hamilton, l’amante di Nelson, riuscì però a trafugarla, e sconfitta la fortuna irrimediabilmente l’ammiraglio morì pochi giorni dopo nella battaglia di Trafalgar. Era il 21 ottobre 1805. Che sia il crudele Papa Borgia, l’amante di Horation Nelson o la Regina d’Inghilterra, non è dato sapere. Forse anche il fantasma non sa chi sia, e i suoi gemiti notturni sono soltanto il pianto furioso di un’identità impossibile. Accade nel mondo dei morti, nel buio di un corridoio, sulla torretta ventosa di un castello in pietra.

Siamo a Bronte, dove si coltiva il pistacchio più prezioso della Sicilia, quello che forse avrà saziato Emily, nel silenzio torrido di un’estate, prima che il suo nome fosse conosciuto in tutto il mondo per i suoi romanzi. E magari ha portato con sé il fantasma, nella brughiera di Cime tempestose, a futura memoria di questo angolo di Sicilia dove i misteri si nascondono là dove nessuno penserebbe mai di cercarli: alla luce del sole.

 

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