Se non troviamo il tempo di occuparci del futuro, sarà il futuro a occuparsi di noi e ci tratterà male, molto male

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Oggi 13 gennaio l’anniversario del naufragio della nave Costa Concordia. Le catastrofi possono e devono essere impedite.

Alfonso Maurizio Iacono

Oggi 13 gennaio è l’anniversario del naufragio della nave Costa Concordia. L’affondamento, che costò la vita di 32 persone colpevoli soltanto di volersi godere una vacanza, è – lo scrissi allora e lo riscrivo oggi – una metafora del nostro modo di vivere negli ultimi anni. Una metafora dell’autoinganno. Quando la Costa Concordia, adagiandosi come una balena morente, davanti all’Isola del Giglio, concluse il suo viaggio e l’irresponsabile gioco dell’inchino divenne mortale, si capì che quel giorno fu somministrata una sorta di overdose di spettacolo tagliato male con la stupidità, l’arroganza e la superficialità. Quella stessa catastrofe ci riportò alla crisi economica e morale che ci aveva da poco aggredito e stava cominciando a togliere molte delle illusioni del modo di vita imperante, fatto di supermercati, di diete, di pause pranzo e di auricolari, dove tutti sono isolati e connessi. Allora ci svegliò tutti nell’incertezza e nell’insicurezza per il presente e per il futuro, ma poi ci siamo di nuovo riaddormentati nei sogni delle fiction, delle chat e dei blog. Dopo di allora sono accadute altre catastrofi che potevano essere evitate, tra le quali il Ponte Morandi di Genova, mentre situazioni come quelle dell’Ilva continuano a farci toccare con mano la tragedia del contrasto tra sfruttamento e ambiente, tra lavoro e inquinamento.

Gennaio è anche il mese che fa pensare al futuro. Le giornate finalmente si allungano, la luce aumenta, e niente come questo mese permette di guardare lontano i monti o il mare in un cielo terso, lavato, pulito. Quando la luna è piena, brilla di luce e mentre il sole sta sorgendo, si ingrandisce e, diventando sempre più pallida, inizia lievemente a colorarsi. Perfino la nebbia del mattino non è opaca e si abbassa lentamente per offrire lo scenario dei campi che cominciano a svegliarsi. E’ vero, gli alberi sono ossuti e irsuti, eppure so che piano piano, più in là, si sveglieranno. Dormono di un sonno che sogna il domani fatto di foglie e di fiori. Ma per noi quale domani? Quale futuro? Ciò che vediamo nello spazio che gennaio offre alla vista, oggi non riusciamo a scorgerlo nel tempo.

Qualcuno forse continua a pensare solidamente che, nonostante tutto, il progresso va avanti, che nonostante miseria e fame in molte parti del pianeta, nonostante inquinamento e devastazione degli ambienti naturali, nonostante l’oppressione, lo sfruttamento e le guerre, il mondo vada comunque verso il meglio o forse, con qualche illusoria prudenza, verso il meno peggio. Nessuno o quasi si azzarda più a dire, come Pangloss, il personaggio leibniziano del Candido di Voltaire, che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Voltaire, campione dell’illuminismo, dopo il terremoto di Lisbona del 1755, cominciò a non credere più alla provvidenza e dubitò del progresso. Ma si trattò di un evento naturale. Che dire, quando i disastri sono gli umani a provocarli?

Gli abitanti dell’Isola del Giglio e i soccorritori ci hanno ricordato che vi è un paese fatto di persone generose e efficienti, con un grande senso dell’altruismo e anche un grande senso del dovere. E così pure i soccorritori del Ponte Morandi, del disastro di Livorno e così via. Ma non basta. Non è ai soccorritori e alla loro generosità che dobbiamo affidare il nostro futuro, anche se è una fortuna che ci siano, ma, al contrario, questo futuro dobbiamo immaginarlo e progettarlo in modo che di loro si possa e si debba fare a meno perché, là dove è possibile, le catastrofi possono e devono essere impedite. Se non troviamo il tempo nel presente, qui e adesso, di occuparci in prima persona del futuro, togliendoci le cuffie e distogliendo lo sguardo dal display che ci fa sognare senza sonno e non ci fa agire, sarà il futuro a occuparsi di noi e ci tratterà male, molto male.

Da Il Tirreno

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