Se la politica è come un “pastiche”

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Oggi chi sta al governo comunica come se stesse all’opposizione. I leader si rivolgono al popolo come se dovessero combattere dall’altra parte del potere e del governo, ma…

Alfonso Maurizio Iacono

Sono sinceramente contento che la sindaca Raggi sia stata assolta. Significherà un ritorno alla politica politica? Ne dubito molto. Sarebbe bello, ma non accadrà. E non per colpa dei giudici, ma per colpa della politica. Anni fa il mondo tremò per una fellatio andata più o meno a male, fatta al presidente degli USA Bill Clinton, il quale fu accusato non della fellatio, ma del fatto che la negò e mentì. Cosa volete che siano oggi le fake news e le accuse violente ai giornalisti e ai giornali da parte di esponenti del governo? Nel ’68 gridavamo “Telegrafo e Nazione la stampa del padrone” e avevamo delle ragioni, anche se schematiche, per farlo. La stampa stava dall’altra parte. Poi le cose in parte cambiarono anche grazie alla forza dei movimenti. Ma non stavamo al governo. Tutt’altro.

Oggi chi sta al governo comunica come se stesse all’opposizione. I leader si rivolgono al popolo come se dovessero combattere dall’altra parte del potere e del governo, ma non è così. Questa è l’epoca di ciò che gli architetti e gli urbanisti prima e i filosofi dopo hanno chiamato postmoderno. Come ha rilevato il critico americano Fredric Jameson, il Postmoderno è caratterizzato dalla fine della profondità e dal dominio del pastiche. Che cos’è il pastiche? Scrive Jameson: “ Il pastiche è, come la parodia, l’imitazione di una particolare maschera, un discorso in una lingua morta: ma è una pratica neutrale di questa mimica, senza nessuna delle ulteriori motivazioni della parodia, monca dell’impulso satirico, priva di comicità e della convinzione che accanto a una lingua anormale presa momentaneamente in prestito esista ancora una sana normalità linguistica. Il pastiche è dunque una parodia bianca, una statua con orbite vuote”. Nel pastiche ci sta tutto e il contrario di tutto: governi che si mostrano come se fossero opposizioni e, proprio per questo, assumono volti giustizialisti e autoritari, e opposizioni che mostrano la falsa saggezza dei governi, politici e partiti che si contraddicono, tanto domani sarà tutto dimenticato e quel che è stato ieri non c’è più. Si è persa la profondità del moderno, che, tradotta in politica e dentro questo attuale simulacro di democrazia, significa la fine di ogni progetto di cambiamento che non sia lungo più di sei mesi o un anno.

Per capirci e per fare un esempio, invece dell’attuazione di una riforma della giustizia, che implica tempi lunghi e grande complessità, ci si limita al tema della prescrizione, più ad effetto immediato. Così, nel governo M5Stelle e Lega stanno insieme proprio nei termini di un pastiche. Reddito di cittadinanza non oggi ma domani, prescrizione non oggi ma domani (sembra di sentire la canzone di Giorgio Gaber), TAP no invece sì, Ilva no invece sì. E TAV dopo la manifestazione dei quarantamila a Torino con la presenza della Lega che la vuole? Non c’è più profondità, che è diventata come l’attenzione: si sta perdendo.

Non c’è passato, non c’è futuro. C’è solo il presente che, come una patologia psichica, si rinnova quotidianamente alimentandosi di ciò che trova e che sarà gettato via al più presto. Tutto è nel calderone senza profondità: selfie di politici, attori e registi che si prendono e si lasciano con le loro compagne e i loro compagni, prese di posizione via facebook grazie a cui un leader decide ancora prima di ogni confronto democratico. Siamo nell’epoca in cui un mutamento è solo il mezzo di una incessante, nevrotica ripetizione. Se non ritorniamo al piacere della profondità, allo sguardo prospettico, al senso del tempo lungo, democrazia e politica resteranno sullo stesso piano della non democrazia e della non politica: distinti ma indifferenti; senza critica e senza ironia. L’insulto sta accanto all’argomentazione e la svalorizza. Come in un pastiche appunto.

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