Se il futuro non ha voglia di diventare presente

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 “..ci si accapiglia nel presente, come dei topi ignari che ballano mentre la nave sta affondando..”

Alfonso Maurizio Iacono

La luce di febbraio quando il cielo è aperto ti dice che qualcosa è cambiato o meglio sta cambiando. E’ un passaggio. Le giornate si allungano. Fa freddo, è vero, ma è un freddo diverso, fatto di speranza, di una sorta di gioia contenuta, perché annuncia timidamente la primavera o almeno la fa pensare e desiderare. Il futuro si annuncia nel presente e anche se il freddo è ancora pungente, tuttavia puoi cominciare a guardare più in là e provare il piacere dell’attesa mescolato allo struggimento perché ciò di cui hai bisogno non arriva ancora. Arriverà. Eppure marzo sarà ancora più struggente di febbraio. La luce aumenta, il caldo si avvicina, ma non c’è. A volte torna il freddo e allora si prova una quasi rabbia perché il futuro non ha voglia di diventare presente.

Ma intanto le giornate continuano ad allungarsi e quando il cielo al mattino esce dal biancore rosato dell’alba e si fa giorno tra il celeste e l’azzurro, come in un film senza audio ti grida in silenzio: “luce!”, allora è difficile fare ciò che si deve fare. Vien voglia di uscire. Gli alberi, i giardini, le strade, il mare, il fiume, i monumenti ti aspettano. E tu, con la gioia mista a un vago senso di colpa, se ne hai la possibilità, magari di sabato o di domenica, esci a farti avvolgere non solo dalla luce, ma anche dagli odori che lentamente, nel corso delle stagioni, stanno aumentando di intensità. E magari, in un paese come il nostro, passi davanti a monumenti straordinari e talvolta ti fai qualche domanda, meravigliandoti di vedere le cose che hai davanti da sempre con altri occhi. La gran parte delle grandiose costruzioni antiche e medievali, templi e chiese, è fatta per l’immateriale, per un qualche dio. Un intrigante paradosso: la materia, fatta di pietre su pietre trasformate in colonne, trabeazioni, mura, facciate, absidi, transetti, elevata verso l’alto, ma nel massimo dell’imponenza e della visibilità, cerca nel cielo quel che non si vede, un essere che non ha materia né corpo se non immaginato o rappresentato. Anni e anni di lavoro collettivo, di cooperazioni e di costruzioni per dare forma alla materia ed elevarla verso ciò che materia non è. Nella modernità invece le grandi costruzioni, i grattacieli, puntano al cielo ma per un’altra ragione. Non è più un dio a spingere perché la pietra si elevi con leggerezza verso l’alto, ma il lavoro, l’attività concreta di tutti i giorni delle donne e degli uomini, il commercio, gli affari, le vendite, il denaro.

Un grande cambiamento visibile nella vertiginosa altezza delle costruzioni, ma invisibile nella quotidianità della vita di tutti i giorni. Non vi è più il sacro a rendere maestosamente lievi le pietre, ma il profano dei giganti di New York, Toronto, Shangai, Tokio, Parigi, Londra, Francoforte, Milano. Eppure il folle traffico che imperversa nelle strade delle metropoli accentua il desiderio di un ambiente pulito, di un verde odoroso e protettivo, di un cielo dai colori più veri, di bambini che giocano. Ma questo desiderio è diventato quasi un rifugio, una ricerca di piccoli luoghi da difendere, un bisogno di spazio che è anche mentale e che è ridotto alla fuggevolezza di ciò che chiamiamo significativamente tempo libero.

Il tempo non libero è quello in cui si è usati, sfruttati, illusi. Trascorriamo la maggior parte del tempo della nostra vita ridotti alla ricerca di qualche ora, minuto, secondo di libertà al di fuori di ciò che siamo costretti a fare durante quasi tutto il giorno. La politica oggi è questo tempo della non libertà dove ci si accapiglia nel presente, come dei topi ignari che ballano mentre la nave sta affondando, senza guardare al futuro e a ciò che desideriamo veramente. Non come la luce di febbraio che è sì ancora fredda ma che ci fa intravedere un domani che sarà caldo.

foto da internet

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