Sciascia, il boss e lo sbirro

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INEDITI. Due personaggi in cerca del loro autore: il capitano Bellodi e Don Mariano Arena. In mostra alla Fondazione di Racalmuto le lettere del carabiniere Renato Candida e del mafioso Giuseppe Sirchia allo scrittore. “Caro Nanà…”. La corrispondenza privata con Leonardo Sciascia. L’articolo di Gaetano Savatteri sul quotidiano Il Foglio di sabato 29 novembre

Il capitano Bellodi per tutta la vita continuò a scrivere al suo autore. Allontanato dalla Sicilia, promosso fino a diventare generale, il capitano Bellodi, ormai amico dello scrittore che lo aveva inventato, al punto da chiamarlo confidenzialmente Nanà – vezzeggiativo d’uso a una ristretta cerchia di persone – gli sottoponeva alla lettura quanto andava scrivendo, forse ricordando i tempi difficili e irripetibili del Giorno della civetta.

Pure don Mariano Arena scriveva al suo autore. Mandava lettere accorate dall’isola di Linosa, dove scontava il confino, chiedeva di poter avere qualche libro, diceva di sentirsi vittima di ingiustizie, ma rivelava pure di voler cambiare vita, di volersi sottrarre alle regole dell’Onorata Società. Non ne ebbe il tempo: il piombo di Cosa Nostra lo fulminò in una sera di maggio del 1978 davanti al portone dell’Ucciardone di Palermo.

Don Mariano Arena e il capitano Bellodi nel film "Il giorno della civetta"

Don Mariano Arena e il capitano Bellodi nel film “Il giorno della civetta”

Il carabiniere, il mafioso e lo scrittore. Storie di Sicilia di mezzo secolo fa, quando i carabinieri non andavano in televisione e i mafiosi negavano l’esistenza stessa della mafia. Il carabiniere e il mafioso avevano il medesimo interlocutore che non si era mai allontanato dalla Sicilia, spostandosi tutt’al più da Caltanissetta a Palermo. Lo scrittore si chiamava Leonardo Sciascia.

A venticinque anni dalla morte, la Fondazione che porta il suo nome con sede nella vecchia centrale elettrica a Racalmuto, in provincia di Agrigento – paese dove Sciascia era nato e che aveva eletto a luogo privilegiato di osservazione, fino a farne metafora dell’Italia – espone buona parte delle lettere che lo scrittore riceva e conservava.

Le lettere di Sciascia in mostra

Le lettere di Sciascia in mostra

Saltano fuori dal caveau della Fondazione, dove erano rimaste custodite per un quarto di secolo fino a diventare praticamente inaccessibili, gli scritti rivolti a Sciascia da Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Consolo, Anna Maria Ortese, Gesualdo Bufalino, Italo Calvino, Ignazio Buttitta, Elio Vittorini, Alberto Bevilacqua, Bruno Caruso, Ferdinando Scianna, Enzo Tortora, solo per citarne alcuni. Una miniera di notizie, di comunicazioni e di informazioni: oltre seimila lettere che, dietro le pressioni del nuovo sindaco di Racalmuto Emilio Messana e del suo assessore alla Cultura Salvatore Picone, sono state catalogate e messe in mostra. Raccontano relazioni, amicizie e pensieri privati di Sciascia, permettendo di conoscere quel che c’è prima, dopo e oltre le pagine dei suoi libri.

Dalla massa di lettere che Sciascia aveva donato alla Fondazione spuntano fuori quelle del capitano Bellodi e di don Mariano Arena, personaggi antagonisti del suo romanzo Il giorno della civetta. Il carabiniere e il mafioso scrivevano al loro autore, a colui che li aveva fatti diventare personaggi. Gioco pirandelliano, se così si può dire, visto che si parla di Sicilia e sempre bisogna fare i conti con Luigi Pirandello. Gioco letterario di personaggi in cerca d’autore, magari un po’ forzato, ma neanche tanto.

Per molto tempo il capitano Bellodi fu identificato

con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Perché nulla c’è di fantasioso dicendo che il capitano Bellodi del romanzo (colui che nel film di Damiano Damiani aveva il volto e gli occhi azzurri di Franco Nero) era un vero carabiniere che Sciascia aveva conosciuto e incontrato alla fine degli anni Cinquanta ad Agrigento. Per molti anni quel capitano Bellodi sembrò ispirato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che da giovane capitano era stato in servizio a Palermo, finché Sciascia non svelò la reale identità del carabiniere nascosto sotto la divisa di Bellodi: Renato Candida, maggiore dell’Arma ad Agrigento alla fine degli anni Cinquanta.

Sciascia negli anni '60 alla Noce

Leonardo Sciascia negli anni ’60

L’incontro tra Sciascia e Candida risaliva al 1956, subito dopo la pubblicazione de Le parrocchie di Regalpetra che aveva imposto Sciascia all’attenzione nazionale. E già nel modo in cui era nata quest’amicizia c’è tutta la sicilianità antica di Sciascia, quel sentimento di paura e di diffidenza che ogni siciliano, sia pure onesto, prova (o provava) quando un carabiniere bussa alla sua porta.

Renato Candida aveva letto le Parrocchie, voleva conoscere l’autore, confidò questo suo desiderio a un brigadiere. Il sottufficiale comunicò allo scrittore che il suo comandante avrebbe voluto incontrarlo, senza precisare le ragioni. Sciascia era in partenza per la Spagna, rinviò l’appuntamento al ritorno. Ma durante il viaggio Sciascia restò per tutto il tempo in apprensione: aveva timore che qualcuno si fosse sentito offeso alla lettura delle Parrocchie di Regalpetra e che lo avesse denunciato ai carabinieri. Soltanto al rientro in Italia, conoscendo il maggiore Candida, Sciascia finalmente si rasserenò. Anzi, restò sorpreso. Candida era un uomo spiritoso, simpatico, aperto e antifascista. E da questo antifascismo nasceva la sua avversione alla mafia. Non ne negava l’esistenza, aveva addirittura scritto un libro sulla mafia che intendeva pubblicare.

La simpatia diventò amicizia. Sciascia fece pubblicare da una casa editrice di Caltanissetta il saggio di Candida Questa mafia. Libro talmente controcorrente da trasformarsi in un danno per lo stesso Candida. Il maggiore dei carabinieri, infatti, ne ricavò diffidenza e ostilità.
“La pubblicazione del libro”, scriverà anni dopo Leonardo Sciascia, “segnò l’arresto di quel tanto che si era mosso. Pare volessero subito trasferirlo. Quel maggiore dei carabinieri aveva proditoriamente affermato quel che il governo negava; ma pazientarono a tenerlo ad Agrigento ancora per circa un anno, a che non si pensasse fosse stato subito punito. E lo mandarono poi alla scuola allievi carabinieri di Torino”.

Nel 1961 Einaudi pubblica Il giorno della civetta. E’ un successo editoriale. Il capitano Bellodi, emiliano di Parma, ex partigiano, trasferito in Sicilia, deciso a far valere la giustizia secondo leggi e diritto, ricalca il profilo di Renato Candida. “Per ogni mio racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore – racconterà in seguito Sciascia – la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentate alla memoria, all’immaginazione”.

La prima lettera di Renato Candida, in mostra ora alla Fondazione di Racalmuto, porta la data del 6 dicembre 1961. Arriva da Torino: “Mio carissimo Nanà, ti ho aspettato, ma invano, e ho perso la speranza almeno per quest’anno di vederti qui. Mi dispiace, sinceramente mi dispiace. Vedi, se puoi, di spedirmi indietro quei capitoli del racconto che ti inviai, che vorrei un po’ darci sotto”. Saluti e auguri di Buon Natale.

Lettere da Linosa, lettere dal confino

il mafioso Sirchia chiedeva di avere dei libri

E’ invece passato un altro Natale – il Natale del 1971 – quando Sciascia riceve la prima lettera di don Mariano Arena, il boss mafioso che il capitano Bellodi aveva tentato, inutilmente, di portare a processo. Il messaggio arriva da Linosa, segna la data del 4 gennaio 1972. Scrive Giuseppe Sirchia, boss confinato all’isola, braccio destro di quel Michele Cavataio che agli inizi degli anni Sessanta aveva sfidato l’aristocrazia di Cosa Nostra guidata da Stefano Bontade, aprendo la prima guerra di mafia. Sirchia era accusato di avere ucciso Bernardo Diana, il vice di Bontade. Lo scontro tra famiglie si concluse nel dicembre 1969, con l’uccisione di Michele Cavataio nella strage di viale Lazio, alla quale partecipò anche Bernardo Provenzano.

Ma questa è mafiologia stretta, per addetti ai lavori. In quegli anni i mafiosi si ammazzavano, i giornali scrivevano di guerra fra cosche, ma l’identità delle forze in campo restava oscura per chi non era dentro alle segrete cose di Cosa Nostra. Sirchia sicuramente sapeva, così come poteva immaginare che la sua sorte era segnata: già una volta era scampato a un agguato, ma la vendetta di Stefano Bontade prima o poi si sarebbe compiuta.

Un biglietto di Renato Candida a Sciascia

Un biglietto di Renato Candida a Sciascia

Forziamo il gioco pirandelliano. Per il personaggio di don Mariano Arena, Sciascia probabilmente si era ispirato a Peppe Genco Russo, il padrino di Mussomeli che incarnava la mafia feroce e rurale del feudo. Sciascia aveva perfino intervistato per un rivista il vecchio capomafia che amava apparire sui giornali. “Questo è tutto. Sarà mafia, non sarà mafia, non lo so… Io dico: è amicizia. Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano…” filosofeggiò Genco Russo. E quando don Peppe si presentò a Sciascia per farsi autografare una copia de Gli zii di Sicilia, Sciascia escogitò una formula geniale: “Allo zio di Sicilia, questo libro contro tutti gli zii”.

Insomma, diciamo la verità: Giuseppe Sirchia non era don Mariano Arena. Ma in qualche modo lo era, così come tutti i mafiosi di allora avrebbero potuto rivedersi nel mafioso raccontato da Sciascia (splendidamente rappresentato dalla smorfia dell’attore americano Lee J. Cobb nel film del 1968). Forse Sirchia aveva già visto il film, ma nel 1972 quando scrive a Sciascia sostiene di non avere letto nulla dello scrittore. “Sono uno dei diciotto deportati nell’isola di Linosa – si presenta Sirchia – lei forse conosce di già il mio nome tramite la stampa: cronaca nera per precisare”. Dice di aver letto solo qualche intervista rilasciata da Sciascia a qualche giornale, “ma non ho letto mai un suo libro che tanto desidererei leggere”.

“Ma i libri costano – spiega Sirchia – e in questo purgatorio umano, senza lavoro e privi del sussidio (poiché ce lo danno quando gli fa comodo) non siamo in grado di procurarceli. Gliene sarei grato se cortesemente mi inviasse qualcuno dei suoi libri. Qui siamo privi di giornali, di riviste e di televisioni: siamo tagliati fuori dalla società. Qui non esiste nemmeno un veterinario, perché se ci fosse ci affideremmo a lui. L’ozio si sta trasformando in apatia, l’unico svago è leggere, ma manco c’è che dobbiamo leggere. Il prete ci rifornisce di giornali pieni di preghiere e di miserie più di quelle che allegnano dentro il nostro spirito”.

Una lettera di Giusepep Sirchia

Una lettera di Giuseppe Sirchia

E’ un don Mariano in disgrazia quello che si rivolge a Sciascia. Un poveraccio condannato a morte da Cosa Nostra che scrive da un’isola tagliata fuori dal mondo. Sciascia risponde, gli fa avere i volumi. Sirchia, a febbraio del 1972, prende di nuovo carta e penna e ringrazia lo scrittore (“la invidio – scrive – vorrei avere metà della sua cultura”), lamenta di sentirsi vittima di ingiustizia, assolto in corte d’Assise, ma condannato al confino. Sirchia ha quarant’anni, spiega che è sposato da sedici anni, ma che assieme a sua moglie ha passato, al netto di carcere e confino, sì e no trenta mesi.

Il dialogo tra l’autore e il suo personaggio prosegue e si infittisce. A un certo punto, il mafioso da Linosa si cala pirandellianamente nel gioco delle parti: “Il personaggio Sirchia – scrive il 20 aprile 1972 – è un povero diavolo che cerca di uscire dall’inferno”. E’ diventato il don Mariano Arena del suo tempo. Le lettere da Linosa ruotano attorno ai temi della giustizia e dell’ingiustizia, argomento sensibile per lo scrittore di Racalmuto. Sciascia ne parlerà, anni dopo, in un intervento inserito nel suo saggio Nero su nero: “Perché aver comprato un certo terreno è cosa mafiosa per Mancino e non lo è per l’uomo politico che l’ha comprato assieme a lui?”. Gli interrogativi riguardavano una compravendita fatta da un tale Rosario Mancino che non si dava pace perché dopo l’acquisto di un terreno fatto, secondo la sua opinione, assieme a un parlamentare democristiano (ma il fatto non è mai stato dimostrato, in realtà)  lui era finito al confino e il deputato era diventato ministro. Sciascia omette il nome del politico, ma nelle lettere di Sirchia il nome è quello dell’allora ministro dell’Interno Franco Restivo.

Sciascia, a confronto con il “suo” don Mariano, cerca di comprenderne le ragioni: “Soltanto cercavo di esortarlo a dire, davanti ai giudici che lo condannavano, ai giornalisti che lo intervistavano, a me come uomo che scriveva sui giornali, le cose cui alludeva, i nomi che taceva”. Niente da fare, Sirchia viveva dentro le regole di Cosa Nostra, non avrebbe parlato, se non per stupirsi che l’altro Stato, quello dei giudici e dei carabinieri, si materializzava “per lui e per altri come lui, pesci piccoli, nel carcere e nel confino”.

L'articolo sul "Foglio" del 29 novembre 2014

L’articolo sul “Foglio” del 29 novembre 2014

Eppure Sirchia, ancora una volta in senso pirandelliano, sta scoprendo “il piacere dell’onestà”. I libri, le letture, la lontananza e la paura della sentenza di Cosa Nostra sembrano smuovere qualcosa nelle sue certezze mafiose. Il 20 giugno 1972, in una lunga lettera a Sciascia, scrive così: “L’omertà bisogna rispettarla in qualsiasi settore: politica, polizia, giustizia, ecc. Io ancora ho molti guai e spero che un giorno ne uscirò fuori con la speranza di potermi rifare una vita, non per me, ma per le mie figliole che studiano e spero, almeno loro, riscatteranno il marchio dello schiavismo di cui io sono stigmatizzato”.

Sirchia da Linosa viene trasferito nel carcere dell’Ucciardone di Palermo per scontare una pena, gode della semilibertà, esce al mattino e rientra in cella ogni sera. Ha cominciato a dipingere. Sciascia gli propone una mostra dei suoi disegni, ma Sirchia declina l’offerta: “Ora smetto, pregandola che le mie confidenze siano solo sue, perché voglio vivere in pace, voglio rifarmi una vita, non potrò essere io a cambiare qualcosa (che è la Società), e se non voglio esserne schiacciato, bisogna che mi stia incastronato nella mia casella. L’unica cosa che desidero è essere lasciato in pace e vivere assieme alla mia famiglia: lontano dalla Sicilia, anche se amo la mia terra più di ogni altra cosa al mondo”.

Sirchia forse stava per sganciarsi da Cosa Nostra

ma finì ammazzato sotto i colpi dei killer

Finirà incastronato, come lui stesso dice, sotto i colpi dei killer di Stefano Bontade la sera del 22 maggio 1978 mentre sta rientrando nel carcere dell’Ucciardone accompagnato dalla moglie Giacoma Gambino: massacrato a colpi di mitraglietta. Resta uccisa anche la moglie, smentendo – se ce ne fosse bisogno – la leggenda che la mafia non toccava donne e bambini. Sei mesi prima di essere ammazzato, Sirchia aveva mandato una cartolina di saluti a Sciascia. L’addio del condannato a morte.

La notizia dell'uccisione di Sirchia sulla "Stampa" di Torino

La notizia dell’uccisione di Sirchia sulla “Stampa”

Lo scrittore, il mafioso, lo sbirro. Il capitano Bellodi, ormai a Torino, continua a scrivere a Sciascia, al suo inventore letterario. Il 29 giugno 1983, tre giorni dopo le elezioni politiche, appena conclusa l’esperienza di Leonardo Sciascia come deputato del Partito radicale, Renato Candida (ormai promosso generale) spedisce un biglietto al suo autore. “Caro Leonardo, ora che la fatica parlamentare (o meglio la burrasca) è passata, mi auguro tu abbia il tempo, fra una cosa e l’altra, di tirar giù la prefazione o presentazione che sia. Certo che, se vorrai, potrai mettere delle belle cose, come ad esempio lo sfascio di certo partito per aver voluto (troppo tardi) rompere”. E qui il riferimento sembra al Pci di Enrico Berlinguer, alla strategia del compromesso storico e al tramonto di quella stagione.

Le ultime lettere del capitano Bellodi al suo autore sono un dialogo carico di sofferenza. Candida, nel febbraio 1988, chiede a Sciascia di trovare spazio per leggere alcune pagine che gli ha inviato. Il generale, gravemente malato, insegue l’orologio: “Hai ritrovato la parte di manoscritto? Ti prego cercala e trova un tantino di tempo per leggerla, correggerla e tagliare il superfluo: altrimenti ho tempo di andarmene nell’aldilà senza aver concluso neppure questo lavoro. Scusa se ti sollecito, ma ho proprio paura del tempo”. Non ci sono più il personaggio e il suo autore, ma due uomini alle prese con la malattia e la morte. Candida è malato, pure Sciascia lo è: “E tu come vai?” chiede il carabiniere in pensione. “E i tuoi occhi? E le ossa? (Mi pare che per i mali alle ossa bisogna camminare molto)”.

Sciascia e il capitano Bellodi si incontrano per l’ultima volta nel maggio 1988, a una presentazione al caffè Platti di Torino, a margine del Salone del Libro. “Era magrissimo – ricorderà poco tempo dopo Sciascia – respirava con affanno, stentava a reggersi in piedi, ma seguì attento tutto l’incontro; si intrattenne poi a parlare con due o tre persone che mi avevano fatto domande sul mio atteggiamento su mafia e antimafia. E poi due mesi fa, un ultimo saluto per telefono, mi disse che per lui era finita”.

Il capitano Bellodi muore nell’ottobre 1988. Un anno dopo, il 20 novembre 1989, Sciascia si spegne nella sua casa di Palermo. Se questo fosse un gioco o un sogno fatto in Sicilia, si direbbe che nessun autore può sopravvivere alla scomparsa dei suoi personaggi. Venticinque anni dopo la morte di Sciascia, al secondo piano della Fondazione di Racalmuto, affacciata su una vallata di antiche tegole, mandorli contorti e miniere abbandonate, si allineano le lettere ingiallite di uno scrittore, di uno sbirro e di un mafioso. Ed è il racconto di un pezzo d’Italia. Di ieri. Ma forse anche di oggi.

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