“Sciascia è la mia guida quotidiana”

di | 19 Apr 21

Incontriamo Andrea Apollonio, magistrato e scrittore, autore del libro “Verità impossibili. Voci della magistratura siciliana sull’opera di Leonardo Sciascia”. “Visitando a Racalmuto i luoghi sciasciani ho provato un senso di profonda gratitudine per lo scrittore”

Andrea Apollonio

L’occasione mi è stata fornita da due motivi ben precisi: la visita del magistrato Andrea Apollonio a Racalmuto e la lettura del suo libro “Verità impossibili. Voci della magistratura siciliana sull’opera di Leonardo Sciascia”, edito da Salvatore Sciascia.

A Racalmuto ad accompagnare Apollonio nei luoghi sciasciani l’Assessore alla Cultura Enzo Sardo, che mi ha raccontato dell’entusiasmo e delle emozioni del magistrato nel visitare quei luoghi.

Andrea Apollonio, pugliese, è Sostituto Procuratore della Repubblica di Patti . Già procuratore dell’Avvocatura dello Stato e dottore di ricerca nell’università di Pavia, ha scritto e curato numerosi saggi sulle mafie, tra cui Storia della Sacra corona unita. Con il romanzo L’arte borghese della guerra proletaria, sua seconda prova narrativa, ha vinto nel 2016 il premio “Building Apulia” per scrittori emergenti; nel 2020 è stato messo in scena il suo testo teatrale Goodbye Scu. 

Quando ha scoperto Leonardo Sciascia?

Non so dire quando precisamente ho scoperto Leonardo Sciascia, ho però un ricordo molto nitido: dovevo avere non più di vent’anni e, in piena estate, leggevo “A ciascuno il suo”. Quel libro, in quella particolare fase della vita, mi colpì molto, mi lasciò spaesato: non avevo mai letto nulla del genere. Fu un’epifania. Da lì ho gradualmente percorso tutta la straordinaria opera sciasciana, eppure, stranamente, quasi ogni estate mi ritrovavo a leggere, rileggere, “A ciascuno il suo”. Oggi, a dire il vero, nutro un grande rimpianto: quello di non poter più “scoprire” Leonardo Sciascia, o anche solo uno dei suoi gialli incompiuti, ma di poterli soltanto “rileggere”.

Che cosa ha provato nel visitare i luoghi di Leonardo Sciascia?

Un senso di profonda gratitudine per uno scrittore che mi è guida quotidiana. Sciascia è morto quando io avevo due anni, eppure oggi cerco il contatto e il dialogo con chi l’ha incontrato, come se potessi raccogliere ancora le briciole di quelle idee, di quello spirito illuminista. Vado a Racalmuto ogni volta che ne ho l’occasione perché ci sono i luoghi, e perché ci sono ancora gli amici di Sciascia. E proprio tornando da una di queste trasferte ho pensato che, in vista del centenario della nascita di Sciascia, sarebbe stato utile – perfino doveroso – raccogliere le voci della magistratura siciliana su Sciascia, cristallizzando così il debito di gratitudine che tutti, e in primo luogo noi magistrati, abbiamo (o dovremmo avere) nei confronti di Sciascia. Nasce così la raccolta “Verità impossibili”.

Nel suo libro, il Procuratore Giovanni Salvi sostiene che Sciascia ‘ è uno scrittore che ci mette continuamente di fronte alla nostra inadeguatezza di uomini e di magistrati…”

E’ vero, perché i valori a cui tendiamo, o dovremmo tendere, sono lontani e inafferrabili. La giustizia, per esempio: che è, o dovrebbe essere, il punto d’arrivo di ogni società, di ogni civile consesso, invece finisce sempre per essere lo scoglio su cui si infrangono le speranze degli uomini. Questa mia precostituita disillusione mi deriva certamente dalle letture (e dalla lettura di Sciascia in primo luogo), ma – paradossalmente – si è rafforzata da quando frequento i palazzi di giustizia, in cui non sempre le cose vanno come dovrebbero, secondo giustizia. Ecco, in questo senso io mi sento profondamente inadeguato, come uomo e soprattutto come magistrato.

 Perché lo Stato è così distante dal cittadino?

Credo sia all’opposto: credo sia il cittadino ad essersi distanziato dallo Stato. Lo Stato, in fondo, è un’entità, rimane sempre nello stesso posto; è il cittadino che non crede più nello Stato. E come potrebbe? Oggi il cittadino coglie, nelle politiche pubbliche e decisionali, un senso di insuperabile opacità, quando non proprio di menzogna. Non voglio girare la testa dall’altra parte, guardo in casa mia, alla crisi di delegittimazione che da due anni sta funestando la magistratura italiana, oramai da molti definita un “sistema”. Talvolta penso che ci meritiamo questo giudizio profondamente negativo, perché la magistratura dell’ultimo decennio è sovente apparsa autoreferenziale, opaca nelle decisioni di carattere organizzativo. E dopo i recenti scandali, come poteva continuare il cittadino ad avere fiducia nella magistratura? A volte mi chiedo cosa ne direbbe Sciascia, se fosse ancora tra noi. E’ solo uno dei tanti possibili esempi, utile per spiegare come sia questi, secondo me, ad essersi allontanato dallo Stato, e con ragione da vendere.

 Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato?

Lo diceva Sciascia, e il titolo della collettanea è un chiaro tributo al concetto di “verità impossibile” che egli ha coniato. Bisogna piuttosto chiedersi perché la verità, in tanti campi della vita pubblica, sia diventata una chimera; non è forse lo Stato a frapporsi, a rendere difficoltosi i processi volti alla verità? Sciascia ci ha spiegato bene come, molto spesso, lo Stato non ha alcun interesse alla verità: pensiamo all’ “Affaire Moro”. Lo Stato va quindi rifondato sulla verità: nel senso che i poteri pubblici, di ogni natura e di qualsiasi tipo, devono accantonare le opacità e le mistificazioni. Quanti scandali dei nostri giorni sono legati all’impossibilità di fare luce sui processi pubblici decisionali.

Lei è d’accordo sul fatto che la storia della Sicilia sia fatta di molte sconfitte?

La Sicilia… A volte detesto quest’Isola, maturando l’idea di andarmene per sempre; a volte mi pervade invece la convinzione di non potere più fare a meno della Sicilia. Vivo sentimenti contrastanti sulla Sicilia, come li nutriva il capitano Bellodi il quale, alla fine de “Il giorno della civetta”, da un lato ha intenzione di lasciare perdere le cose siciliane, troppo occulte per un “continentale”, dall’altro sulle cose siciliane vuole “sbatterci la testa”, come se ne fosse stregato. La Sicilia è un universo a parte – lo dico da “continentale” -, una terra apparentemente irredimibile, probabilmente perchè la cui storia è fatta di molte sconfitte. Ma proprio per questo, la Sicilia è, a ben guardare, la culla della speranza, per i siciliani e per tutti gli italiani. Ecco perché impegnarsi qui, in Sicilia, ha un valore doppio, triplo…

Quali sono i santuari intoccabili del potere?

Non lo so, anche perché se lo sapessi non sarebbero più intoccabili, evidentemente. Il potere è per sua natura occulto, nascosto, segreto. Lo si percepisce a malapena, si ha il sentore che “dietro” qualcosa ci sia un potere: ma è appunto invisibile. Da tante storie raccontate da Sciascia non deduciamo proprio questo? Chi ha ucciso il professor Laurana in “A ciascuno il suo”? Chi Don Gaetano in “Todo Modo”? Chi muove i fili ne “Il giorno della civetta”? E cosa anima il procuratore in “Porte aperte”? Egli ci ha insegnato cos’è il potere senza mai descrivercelo né indicarcelo: Sciascia, con i suoi romanzi, ci ha disorientato, ma al tempo stesso ci ha messo in guardia. Anche in questo sta la grandezza inarrivabile di Sciascia.

Quale il legame tra Mafia e politica?

E’ storicamente accertato che le classi dirigenti siano state spesso infiltrate dalle mafie. C’è un legame forte – storico – tra mafia e politica, di occulta cointeressenza. Ecco, per esempio: la mafia è uno di quei poteri invisibili, e che pure riesce ad infiltrarsi nel tessuto sociale. Come raccontare questo fenomeno così peculiare? Sciascia per primo ha capito, sessant’anni fa, che un romanzo sarebbe servito più di mille saggi e di mille sentenze. Solo a quel punto, infatti, l’Italia ha avuto notizia che in Sicilia imperversava la mafia.

Quante sono le pagine oscure della giustizia? E possono i cittadini credere ancora nella giustizia?

Tante. Ribadisco che a volte l’ingiustizia dimora proprio nei palazzi di giustizia, a dispetto del nome. Basta leggere “Porte aperte” per averne una chiara idea. Però i cittadini devono essere messi in condizione di credere ancora nella giustizia, e in coloro che esercitano la giurisdizione: i magistrati. Riallacciandomi a quanto dicevo, dobbiamo invertire la rotta, ripartire. La magistratura – che è istituzione centrale, necessaria e irrinunciabile dell’ordinamento costituzionale – deve riuscire a infondere una “nuova” fiducia; magari partendo proprio dagli insegnamenti di Sciascia sul corretto esercizio del potere e sulle sue distorsioni. Io, per esempio, ritengo inaccettabile che la magistratura abbia perso quel ruolo di riferimento intellettuale nella e della società, che un tempo aveva. Ha perso questo ruolo perché, a partire da un certo punto in poi, ha smesso di dialogare con la cittadinanza, dimenticando – giusto a titolo d’esempio – l’insegnamento di Giovanni Falcone, che invitava la magistratura a dialogare, fuori dai palazzi, con la società sui fenomeni criminali: perchè questi si sconfiggono sul piano culturale, molto più efficacemente che nei tribunali.

A questo proposito, e in ultimo: qual è il compito degli intellettuali nel mondo di oggi?

Bisogna anzitutto capire dove sono gli intellettuali, oggi. La stagione dei grandi maestri (che con le loro parole e i loro messaggi ci permettevano più facilmente di orientarci nel panorama dell’opinione pubblica) si è conclusa, a mio avviso, con la morte di Umberto Eco e di Andrea Camilleri. Oggi rimane molto poco: per questo, ancor più amaramente rimpiangiamo l’assenza assordante di Leonardo Sciascia.

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