Sciacca, una città che si agita in gabbia

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Non sa fare altro che dividersi, intanto le Terme continuano ad essere ancora chiuse

Terme Sciacca

È la mattina del 25 ottobre 2017. Sono appena trascorsi quattro mesi dall’elezione di Francesca Valenti a primo cittadino di Sciacca. Il governo regionale guidato da Rosario Crocetta è agli sgoccioli della sua prima (e ultima) legislatura.

Al culmine di mille pressioni, il fiorentino Alessandro Baccei, “tutore” dei conti pubblici siciliani all’uopo nominato assessore regionale all’Economia dal governo di Roma, si presenta a Sciacca insieme con Gaetano Chiaro, dirigente generale del Dipartimento Finanze e Credito. È quest’ultimo a sottoscrivere con il neo sindaco una convenzione che prevede la cessione al Comune di quasi tutto il patrimonio immobiliare delle Terme, in uno con l’impellenza di scrivere (e pubblicare) in tempi europei il bando per la scelta del partner privato per la possibile gestione dei beni. Prospettiva: una riapertura a brevissimo termine per sanare la clamorosa “sigillata” di due anni e mezzo prima decisa però (giova ricordarlo), guarda caso dallo stesso Baccei su istanza dell’allora capo di un altro dipartimento, quello delle Società Partecipate, Grazia Terranova.

Un’interruzione improvvisa e clamorosa dell’attività delle Terme, quella del 2015, che getterà la città in una depressione economica senza precedenti e nel pieno di un danno d’immagine da cui non si è ancora ripresa.

Si scoprirà quasi subito che quella convenzione, la stessa che una raggiante Francesca Valenti sottoscrive, è piena di falle e “trabocchetti”, più o meno consapevoli, che la Regione tenta di infliggere alla città di Sciacca: è un documento frettoloso, scritto male, interpretato peggio, carico di insidie e responsabilità, guarda caso tutte a carico del Comune. Una convenzione concretamente inapplicabile, dunque. Tanto è vero che pone questioni tuttora irrisolte, compreso il mancato accatastamento di taluni beni, comprese (udite udite) perfino le stesse stufe di San Calogero. Ma come: le Terme senza le stufe?

Il sospetto prevalente è che quella convenzione sia solo una sorta di “polpetta avvelenata” organizzata, a pochi giorni dalle elezioni regionali, nel tentativo politico elettorale di salvare il salvabile. E, infatti, il governo Musumeci (che vince le elezioni) azzera tutto. Il successore di Baccei è il professor Gaetano Armao. Avoca a sé la questione, strappa in mille pezzi la convenzione del 24 ottobre 2017, annuncia un nuovo percorso che, sempre attraverso un ruolo significativo del Comune, sia più ragionato. O “intelligente”, per usare il suo aggettivo. “Bisogna fare le cose in maniera intelligente”, ha detto infatti più volte Armao.

E noi (figuriamoci) siamo d’accordo con l’assessore Armao. A Sciacca così le cose vogliamo farle: intelligenti. Ci piacerebbe farle perfino “illuminate”, ci accontenteremmo che venissero fatte appena un po’ “sensate”. Il punto, diciamocelo con tutta la franchezza, è che sulle Terme di Sciacca l’attuale governo della Regione ha deciso di far calare il sipario. L’ennesima presa in giro, insomma. Lo dimostra il fatto stesso che dopo la demolizione del programma Baccei, e del tentativo probabilmente “sensocolpista” dell’ex assessore di riparare al gravissimo errore di chiudere le Terme piuttosto che tentare di rilanciarle mantenendole in vita, della sedicente prospettiva “intelligente” preannunciata da Armao (intento confermato pubblicamente a Sciacca durante “Vesper al Cinema” dal capo della sua segreteria Rino Piscitello) non si riesce ad intravedere ancora nemmeno l’ombra. Il tutto con, sullo sfondo, l’equivoco (perché non di altro a questo punto può trattarsi) della consistenza dei beni assegnata al Comune su un patrimonio che del comune non è.

Il governo Musumeci (non certo solo sulle Terme) di fatto non fa altro che rimbrottare chi, a dire dei suoi stessi protagonisti, non avrebbe fatto le cose “a dovere” o in maniera da considerarsi “intelligente”. Basti pensare che, per dirne un’altra, ad opinione del Governatore il problema delle esondazioni del Cansalamone verrà risolto attraverso la demolizione delle case costruite lungo quelli che un tempo erano gli argini (malgrado queste non siano abusive, e vorremmo vedere quale tribunale non accoglierebbe gli inevitabili ricorsi).

Massimo D’Antoni

Il punto vero di tutto, secondo il nostro modesto osservatorio, è che la povertà culturale civica nella quale negli anni è precipitata questa città, induce ormai a considerare che la “lancia in resta” di Agatocle (il condottiero raffigurato nel simbolo municipale di Sciacca) in realtà è rivolta contro se stesso.

È un autolesionismo, quello saccense, nel quale (infatti) sguazzano individualismi e giochini di palazzo, e nel quale l’impostazione privilegiata è quella della gestione fine a se stessa del potere, sulla falsariga del vecchio (odioso) adagio: “levati tu (dalla poltrona, s’intende) che mi ci metto io”.

E così: la conclusione di tutto è che nella piccola contrapposizione giornaliera, Sciacca non fa altro che agitarsi in gabbia, debilitando oltremisura la propria coscienza civile, immolando se stessa sull’altare della schiavitù dalla maldicenza reciproca. Col risultato che mentre il nostro cortile litiga, la città sprofonda. O, tanto per citare Tito Livio, mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. Ecco perché oggi l’unico sussulto d’orgoglio possibile è quello che può spingere al più presto verso l’organizzazione di un presidio civico di protesta davanti la presidenza della Regione siciliana. Perché nell’era dell’immagine nella quale viviamo sono i simboli quelli che contano.

E allora, forse, l’operazione Baccei non sarà stata la strada giusta; il vuoto assoluto nel quale le Terme stanno navigando, però, non si è rivelata certamente una strada migliore di quella a suo tempo bocciata.

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