Schiaffeggiata dalla parola “sfiga”

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Tanti dovrebbero chiedere scusa a Mia Martini, una delle più grandi cantanti italiane, scomparsa nel 1995. “Il suo talento è stato soffocato dall’assurda diceria che portasse sfortuna”. Martedi su Rai 1 “Io sono Mia”, il film ispirato alla sua vita. Nel ruolo di Mia Martini Serena Rossi.

Mia Martini

Quando da ragazza lessi la “patente”, una delle novelle più famose di Luigi Pirandello che racconta di un uomo ridotto alla disperazione perchè considerato causa di sfortuna e per tale motivo da tutti isolato insieme alla propria famiglia, senza più possibilità di trovare un lavoro e che, esasperato, arriva al punto di chiedere la “patente da jettatore”, provai un  forte senso di amarezza e di rabbia. Ho immaginato il dolore, l’impotenza di chi viene così definito e poi inevitabilmente distrutto nella sua vita affettiva, lavorativa e sociale, in tutto. La gente è capace anche di questo: fare della propria stupidità un’arma capace di ferire e persino distruggere la vita degli altri. E per cosa? Per stupide credenze o per gioco o per malvagità.

Il 12 maggio del 1995, quando Mia Martini fu trovata senza vita, per un arresto cardiaco, dentro una gelida  stanza, molti di noi spettatori pietrificati dall’angoscia per la perdita di quell’essere forte ed altero divenuto fragile e reso quasi come la gomma che puoi colpire con un pugno e poi un altro, lasciando solo quell’ammaccatura che ne deforma i contorni, ma non frantuma, non hanno provato stupore, perchè quella donna, quella persona, una delle più belle voci ed interpreti della canzone italiana, si era rintanata da tempo dentro la grotta dell’indifferenza, schiaffeggiata dalla parola “sfiga” anzi: “tu porti sfiga”, davvero insopportabile.

“Era l’Italia degli anni Ottanta, neanche tanto tempo fa – scrive su Panorama  Simona Santoni – e quello che avrebbe dovuto essere terreno fertile di cultura si dimostrò un ambiente infimo e bieco. Di una stupidità crudele che fa tuttora rabbrividire”.

La morte di Mia Martini, “Mimì”, è stata sicuramente una grande sconfitta per chi l’ha conosciuta, amata e frequentata, perchè quella condizione di abbandono in cui si è trovata catapultata senza una logica ragione o causa, è stata resa possibile dal silenzio e dalle assurdità. Qualcuno ha scritto: l’Italia deve chiedere scusa a Mimì. Tanti dovrebbero chiedere scusa a Mimì. In fondo sapevamo di questa donna imprigionata nel grande silenzio e nell’abbandono anche da parte di chi in un tempo non troppo lontano, correva verso lei speranzoso di poterla guardare da vicino o stringerle la mano. Poi un giorno, la fine della idealizzazione, dell’orgoglio. Come sia andata davvero nessuno lo può sapere, ma presupposto che, tutto il dolore ingiustamente subito in tutta la sua esistenza hanno influito pesantemente sulla sua salute fisica e mentale, ora è giusto che illazioni e dicerie lascino per sempre il nome di Mimì, che deve essere ricordata solo per la sua grandezza artistica e morale e, la sua vita travagliata, deve servire da monito a tutti quelli che con troppa superficialità affibbiano etichette infamanti che poi è difficile cancellare per l’intera esistenza e possono portare a tragici epiloghi. Quanti uomini le avranno promesso amore. Forse tutti quelli che l’hanno dimenticata mentre chiedeva aiuto. Quanti amici l’hanno amata. Forse tutti quelli che l’hanno dimenticata mentre chiedeva aiuto. Leo Rosten ha scritto: “…in un certo modo limitato e segreto, ognuno di noi è un po’ matto..ognuno in fondo si sente solo e invoca d’essere compreso; ma non possiamo mai comprendere interamente tutto in un altro e ciascuno di noi rimane parzialmente estraneo anche a coloro che lo amano…”.

Sembra però che per alcuni di noi la felicità sia fitta come la nebbia e la solitudine assordante come il frastuono dei clacson di file di macchine, in una calda giornata d’agosto.” Mimì “, la cui storia familiare, adombrata da un rapporto tormentato con il padre, ne aveva scalfito la vita da bambina, da adolescente e da donna, è rimasta sola fra le pagine di un diario che rappresentano soltanto la consacrazione di stati d’animo che non importano più a nessuno. Ma non sempre l’espressione di ciò che si prova dentro l’anima e si trascrive, culmina nel vero intendimento, nel vero messaggio che vuoi far passare fra la gente, ciò che io voglio tu sappia di me, ed è per tale motivo che spesso si compie la disperata corsa alla ricerca di ciò che veramente siamo fra quelle pagine che nel tempo fissano il coraggio, la rabbia, la vergogna, la sconfitta e la voglia di identificarci col vero essere che è in noi e che si sente dannatamente solo. Non disprezzare mai!

foto da internet

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2 Responses to Schiaffeggiata dalla parola “sfiga”

  1. Maria Paola Rispondi

    10/02/2019 a 17:47

    La stupidità è purtroppo grande alleata della crudeltà, non si cura del dolore che può provocare. Solo quando tocca a noi, in prima persona, ci accorgiamo del male. Ma mai di quello fatto, solo di quello ricevuto. E poi l’indifferenza, che ti rende invisibile e non sente l’angoscia.

    • Simona Rispondi

      11/02/2019 a 7:40

      È proprio così. Forse la vera morte del corpo e della mente per qualcuno, è causata dalla stupidità della gente, dall’indifferenza e dal silenzio. Il silenzio ha un suono imprimente, forte e costante per chi ne è investito. Una vera arma distruttrice.

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