Salvataggio

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Torna il racconto della domenica

Anna Maria Tedesco

A quel tempo si era così piccoli e così felici. Credo fosse cento, mille, diecimila anni fa, una di quelle estati San leonine dove papà e mamma sorridevano e andavano a ballare tutti eleganti alla Focetta (il locale alla foce del fiume dove i sabati  d’agosto suonava zio Sasà) e il mare era ancora mio amico. La San leone di quei tempi (prima della calata dei barbari) era tutta nostra, mia e dei miei fratelli e cugini; la famiglia di mio padre era disseminata lungo tutto il territorio del  borgo, noi piccoli la percorrevamo in lungo e largo, per mare e per terra, a piedi, in bici con le moto, a nuoto, in barca col gommone. Si estendeva dalla Babbaluciara, la spiaggia ad Ovest della foce del fiume Akragas sino alla zona del Ragno d’oro  ad est, dove c’era la casa di zio Giugiù, da lì  iniziava un bosco di eucaliptus e pini mediterranei impenetrabile ai più, tranne che ai ragazzi in motocross e alle coppiette. Noi e altri cugini abitavamo sulla riviera di ponente nei pressi dell’arenile della Babbaluciara, superati piccoli scogli, si apriva la spiaggia dall’andamento sinuoso (al tempo non erano state costruite le barriere frangiflutti, né il porticciolo turistico) con la sabbia fine del colore dell’oro, sovrastata da magnifiche dune vulnerabili, trattenute dalle radici del boschetto della Maddalusa alle spalle. In spiaggia naturalmente andavamo a piedi, ogni mattina e ogni pomeriggio, giusto una pausa obbligata nelle ore più calde alle quali tentavo sempre di sfuggire . Frank ci riusciva sempre, chi poteva trattenerlo? Pisci era.  Lo ero anch’io, ma più piccola e femmina dovevo dare una mano a riordinare la cucina e qualche volta aiutavo mia cugina (se volevo trascinarla con me) ad addormentare suo fratello più piccolo, una tortura.  Gli adulti si approfittavano di noi…

Quella mattina, noi ragazzi eravamo già alzati, sebbene fosse solo da poco passata l’alba, fremevamo, tanto da fare colazione al volo, questo perché sarebbe arrivata di lì a poco la sorella di mia madre. Le due erano le più piccole della famiglia, molto legate tra di loro, belle come le dive  del cinema arrivate da un pianeta diverso. Venivano al mare sì, ma solo per crogiolarsi al sole.
Era bello guardarle, riflettevano con i loro occhi, anche da lontano, le nuance marine, verde acqua chiarissimi quelli di mia madre col riverbero di sabbia, azzurri quelli della sorella come riflesso d’acqua sugli scogli. Mia zia come mia madre aveva tre figli, al più grande eravamo tutti molto affezionati, mia madre lo prediligeva tra  i nipoti, d’altronde era impossibile non amarlo per la sua freschezza, la dolcezza dello sguardo senza filtri, la generosità. Le assomigliava, l’impronta nordica visibile, con tratti fini e regolari. Nonostante quasi gli stessi tratti del viso, noi eravamo  sicuramente meno leggeri, più forti e abituati al mare e non solo per i pochi anni che ci separavano. Nell’attesa che i parenti arrivassero, io e Mino passavamo in rassegna sotto la supervisione di Frank la nostra attrezzatura di base: fiocina, un guadino, retino, coltello, bastone, secchio, pinne, maschera, guanti…   Intorno alle otto, finalmente eccoli, nessun bisogno di parole, schiamazzi piuttosto, baci e abbracci, la zia mi carezzava con la mano calda e un bel sorriso, io la guardavo dritta negli occhi finché non distoglieva lo sguardo, non vedevo l’ora di allontanarmi da quelle due. Mia madre in verità ci invitava presto ad andarcene, in pratica ci cacciava fuori tutti, in realtà voleva essere lasciata tranquilla con la sorella, naturalmente, non dimenticava mai le raccomandazioni di rito:  niente bagno se non arriviamo noi ( figuriamoci!), stai attenta ai piccoli non li perdere di vista, non ti distrarre, mi ascolti? dove hai la testa, sempre a fantasticare. Fate i bravi.

Partiamo carichi come i muli, nella stradella camminiamo in parallelo con passo cadenzato, ma  arrivati alla foce, cambiamo l’assetto della nostra formazione e procediamo in fila indiana, Frank in testa, magrissimo e segaligno non parlava, per la maggior parte del tempo nemmeno si voltava a controllarci, ma quando lo faceva, ci ordinava con gli occhi il silenzio e ci scrutava come un capitano le sue reclute;  Mino  dai capelli splendenti  gli stava dietro a seguire Tanino con le sue gambe agili e io con le  mie stupide trecce a chiudere. Quando si fermava Frank dovevamo fermarci tutti, finalmente lo stop, siamo arrivati alle pozze di marea, prima della spiaggia, tendenzialmente è questo il posto dove si radunano i granchi per mangiare e per muoversi. Le pozze di marea sono luoghi ideali in cui trovare ogni genere di essere marino, inclusi i granchi della costa. Se trovi una pozza di marea e inizialmente non vedi nulla, continua a cercare diceva Frank. C’è sempre vita in una pozza di marea. Lui cauto cominciò a  sollevare  le pietre dimenticandosi di noi che facevamo  lo stesso. Tanino però era curioso e  faceva domande:

– Che stiamo facendo?

– Cerchiamo granchi, ci servono come esca  per i polpi.

– Ah! Cos’è questo? e quello?

Frank allora si illuminava e cominciava a parlarci e spiegava a noi tutti i nomi dei pesci e delle piante marine con una precisione da biologo divulgatore:- “Le alghe più comuni nelle pozze di marea sono Cystoseira compressa, Sargassum vulgare, Ellisondia elongata, qui si possono osservare alghe verdi filamentose e ulvacee come Ulva laetevirens”. Tanino ne era affascinato, noi, nonostante l’abitudine, pure. A me incantava la sua voce e la sua luce, per il resto ero distratta  non ascoltavo. Al contrario di Mino e  Frank che non credevano a certe storie di streghe di mare, io sì, in quel punto dove c’erano le alghe, anche con solo 20 30 cm d’acqua, io mettevo la maschera e avevo paura che il mostro da lunghi capelli che si mimetizzava tra gli scogli potesse tirarmi giù. Frank diceva che erano storie che si inventava mia madre per spaventarmi; a casa non le credevo, ma in quegli spazi immensi sì, almeno ero pronta, con la maschera potevo vederlo il mostro. Di animaletti ce ne erano tanti, e anche piccoli pesci come la bavosa, tra questi la bavosa galletto Coryphoblennius galerita e una specie simile, la bavosa dalmatina Microlipophrys dalmatinus e pure ricci, ma non molti e poi granchi e paguri. Comunque eravamo lì per prendere granchi e poi andare a  caccia di polpi.

I nostri secchielli cominciavano a riempirsi, sugli scogli affioranti ce ne erano tantissimi, soprattutto sulle pareti inclinate, noi fratelli eravamo bravi a prenderli con le mani, io sceglievo quelli non molto grandi per via delle chelate che mi ero presa più volte e che cercavo di evitare. Visto il granchio gli poggiavo un dito sul dorso e lo bloccavo contro la pietra, è una presa sicura e non c’è pericolo che ti pizzichino, una volta che li hai bloccati mettendogli un dito sopra, con pollice e indice dell’atra mano, lo afferri ai lati, tenendogli le chele premute sul corpo e lo sollevi, e il gioco è fatto! è una presa che funziona sempre! Tanino si dava da fare con il retino, lui aveva il giusto swing, se hai un po’ di manico riesci a prenderli anche poggiandoci semplicemente il retino sopra, per intrappolarli devi dare una “strusciata” di lato con contemporanea “roteata” del guadino e te lo trovi dentro, ma devi essere rapido a metterlo da qualche parte, altrimenti esce in pochi secondi.

Ne avevamo abbastanza per stanare un esercito di polpi, non è che la cosa mi andasse molto, alla vista del granchio o dei granchi il polpo mimetizzato sullo scoglio si sarebbe mosso, bisognava tirarlo piano piano, se no faceva resistenza, agguantare la testa e poi svoltarla dall’interno per ucciderlo o morderlo, puaah! Odiavo questa pesca. Per fortuna non facemmo in tempo perché arrivarono le dive …

Da lontano le signore  ci fecero cenno di uscire dall’acqua e incamminarci verso la spiaggia. Obbedimmo. L’ombrellone venne piantato da Frank proprio sulla duna (loro cicalavano). Finita l’operazione ci concessero il permesso di entrare in acqua. Il mare era bellissimo e vivo di colore verde chiaro, calmo con piccole chiazze blu. Franco Mino e io, già esperti nuotatori, ci spingevamo sempre al largo. Mia madre stava un po’ in apprensione, ma ci lasciava fare, dopo le prodezze spericolate a Lampedusa taceva e poi di squali qui non ce n’erano. Si vedeva lontano mille miglia che Tanino era orgoglioso di poter fare una nuotata con noi che eravamo considerati dei fenomeni di mare. Tutti e quattro ci lanciammo dalle dune a ridosso del boschetto correndo al galoppo e rincorrendoci. E splassh! All’inizio procedetti lentamente e per assicurarmi che i piccoli seguissero il ritmo mi voltai indietro; Mino non era da meno e seguiva con naturalezza, ma mi resi conto dopo poche bracciate che già mio cugino faticava  a starci dietro. Va beh al banco ci saremmo fermati. Era una  tappa obbligata quella del  banco, lì giocammo a prendere la sabbia dal fondo, (dovevamo dimostrare di scendere veramente stringendo nelle piccole mani la sabbia che poi esplodeva al sole appena riemersi) per pochi minuti, poi  riprendemmo a nuotare puntando l’orizzonte. Ormai eravamo in mare aperto: il campanile della chiesa e le nostre mire si distinguevamo appena, improvvisamente  Frank si fermò, voltò la testa di qua e di là, annusò l’aria, poi si inumidì il dito con la saliva e l’alzò.  Accidenti,  pericolo , il vento era cambiato  intanto  una corrente fredda m’attanagliava  le gambe. Mi girai, Tano era lontano ma la corrente lo spingeva verso di noi. Feci un cenno con la mano a Mino che capì al volo e fece dietro front, io e Frank cominciammo a nuotare a stile libero verso Tanino come forsennati, manco fossimo alle olimpiadi. Noi sapevamo cosa fare, mantenere la calma e nuotare in senso perpendicolare alla corrente, ma il cuginetto cominciava ad agitarsi e annaspare. Lo raggiungemmo in fretta, il bambino era nel panico e non potevamo avvicinarlo di fronte o da dietro, nessuno dei due poteva farcela, ci avrebbe spinto sott’acqua. Non so come a pochi metri da lui sorridevo  urlandogli: forza campione, ma chi se l’aspettava che tu fossi così bravo, dai ora torniamo! Fu così che lo calmai, doveva avere pazienza e fiducia. Gli diedi istruzioni chiare su come aggrapparsi a noi, una mano sulla mia spalla destra e una mano sulla spalla sinistra di Frank. Lui doveva solo affidarsi e battere un pochino i piedi. Ci scherzammo su, lo avremmo portato a riva come un delfinotto catturato, noi eravamo il motoscafo… weeoom wromm. Avevamo tutte e due le braccia libere, nuotavamo a rana, certo non eravamo veloci ma ce l’avremmo fatta. Ogni tanto per brevi istanti ci fermavamo per consentire a Tanino di riposarsi un po’ e non mollare la presa. Mino nuotava e ci precedeva alla grande, nessun segno di stanchezza. Il tempo passava, la corrente si faceva più forte, ma non ci aspettavamo soccorsi. Finalmente dopo minuti che sembravano ore vediamo la spiaggia con tanti piccoli puntini sulla battigia. Erano persone in piedi che guardavano, che accidenti guardano, pensai. Solo quando fummo vicini alla riva qualcuno ci venne incontro. Eravamo stanchi e un po’ preoccupati, c’era un capannello di persone intorno a una donna sdraiata a terra,  era  mia zia svenuta, mentre mia madre in piedi inferocita, incurante della gente, mi trapassò con lo sguardo e corse verso di me,  afferrandomi per un braccio e cominciando a trascinarmi con forza  sibilando tra i denti:  a casa vedrai! E vale anche per voi!

Feci appena in tempo a dare un buffetto a Tanino, ci aspettavano rimproveri e una caterva di botte, ma tant’è, eravamo contenti di essere tornati tutti e quattro.

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