Reale e virtuale. Un qui e là che sono lo stesso spazio in cui abitiamo

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La fotografia si evolve come la bellezza. E si adatta a un cambiamento della società senza precedenti che non è solo evoluzione tecnologica ma riguarda anche i comportamenti, le pratiche relazionali, la maniera in cui percepiamo e conosciamo tutto ciò che ci circonda.

Franco Carlisi

Dovendo realizzare un’intervista scritta per la rubrica Close Up, cercavo domande ingenue per stimolare in cambio risposte interessanti. Tiravo fuori, nonostante lo spirito di abnegazione, concetti dall’aria ordinaria e dimessa. Idee usurate che mi tornavano in mente solo per contraddirle. E domande che non esigevano alcuna risposta. Forse perché l’argomento da trattare –la fotografia- quando pensi di averlo afferrato, si disfa tra le mani. Ma ancor più perché, con gli anni, il dubbio si è insinuato nella compattezza delle mie idee, mi ha reso sempre meno impermeabile alle incertezze, più fragile nelle mie convinzioni e mi ha costretto a ridefinirmi. Ho finito così per indossare sempre meno gli stivali del categorico preferendo alle affermazioni stentoree, alle battute efficaci l’inferenza di un ragionamento, di un discorso documentato.

Riconosco in questa debolezza una delle più deleterie inclinazioni del mio carattere. Infatti, guadagnerei sicuramente nella considerazione altrui se anziché sospendere il giudizio per intervenuti ragionevoli dubbi, mi abbandonassi secondo la consuetudine del momento alla sicumera più esclamativa. Oppure, se potessi trattare le passioni, le fisime, le increspature salutari del pensiero con parole addomesticate e con esse avere certezze da spendere. È la grande questione del rapporto tra le parole e la vita. Lo so. Me ne faccio una colpa. Ma, in questo caso, ho delle attenuanti: scrivo in uno stato di letargica sospensione con soprassalti di disobbedienza isterica quando, mio malgrado, mi ritrovo a pensare secondo la spiccia disinvoltura del “pensiero comune” avendo come unici interlocutori una tastiera impaziente e lo schermo del computer.

Voglio comunque tranquillizzare il lettore: alla fine, l’intervista risulta molto interessante grazie alla qualità dell’intervistato.

Tuttavia, tornando alla mia esperienza vorrei contraddire una vulgata giornalistica: pare che realizzare un’intervista metta un fremito di eccitazione voyeuristica. Sarà. Nel mio caso me ne viene un tedio da serrarmi gli occhi in segno di resa incondizionata alle narcotiche e ondulatorie perplessità del pensiero. Mi vedo così, per un tempo indefinito, sonnambulo funambolo in precario equilibrio sulla corda che oscilla tra il dubbio e la verità, prima di riaprire gli occhi sulla mia immagine specchiata dallo schermo in pausa. Incredulo, non mi riconosco. Com’è possibile che la mia immagine mentale che è sempre ferma, nella realtà si sia così radicalmente trasformata? E queste parentesi qui? Quando, precisamente, sono comparse? Che mi sia consumato per l’insistenza in un lavoro così ingrato? C’è qualcosa che è rimasto immobile. Gli occhi, dicono. Pare che i bulbi oculari rimangano tal quali. Solo più profondi, più intensi. Il tempo ci usura e spesso ci migliora in un processo di invecchiamento ed evoluzione.

Siamo in divenire. Persino la lingua si evolve. Lo asseriva già Dante Alighieri. Ed è vero. Tutto evolve. Il cambiamento è in noi. Nel tempo che siamo. Anche la bellezza muta, condizionata, come sosteneva Umberto Eco, dai canoni sempre nuovi dell’epoca in cui viviamo. Se non fosse così non potremmo più parlarne e finiremmo per negarla o assolutizzarla con affermazioni che «si fondano sulla presunzione della oggettività e immutabilità del valore estetico»1.

Tutto scorre, lo sappiamo dal tempo della scuola. Ci muoviamo insieme a tutto ciò che ci circonda. E se la fotografia è il risultato del rapporto del fotografo col mondo, ovviamente questa relazione non può essere mai statica, neutrale.

Un mio amico fotoreporter da oltre venti anni sostiene di muoversi all’interno delle coordinate bressoniane; condanna la democratizzazione degli istanti che rende retorica tanta fotografia e ribadisce l’importanza del momento decisivo. Come dargli torto. Tuttavia quando qualcuno definisce belle le sue fotografie, si difende. Convinto com’è che la fotografia debba essere buona e basta. Chissà se Henri Cartier Bresson approverebbe. Anche adesso che dalle sue foto sono quasi sparite le forme e il mosso ha invaso la scena, il mio amico si ostina ad assolutizzare il buono come unica categoria estetica ascrivibile alla fotografia. Insomma, alla sua fotografia è accaduto quel che è successo a me davanti allo specchio. È cambiata dando rappresentazione ai mutamenti del suo aspetto, della sua psiche, della sua visione del mondo, in maniera silente e impercettibile mentre lui continua a scomodare Bresson.

Si evolve la fotografia come la bellezza. E si adatta a un cambiamento della società senza precedenti che non è solo evoluzione tecnologica ma riguarda anche i comportamenti, le pratiche relazionali, le forme di percezione e di conoscenza. Rafforza la sua presenza nella nostra vita -la fotografia-moltiplicando i suoi significati, i suoi usi, i suoi obiettivi. E se pure la vediamo sempre più attestata nella rappresentazione della finzione, del verosimile, continuiamo a riconoscerle un rapporto privilegiato con il reale. Solo che la percezione di quello che noi chiamiamo “reale” oggi è cambiata. L’evoluzione della tecnica ha permesso di allargare i confini del reale che ora straripa nel virtuale. C’è qualcuno qui disposto ad affermare che il virtuale non sia reale? E se si obietta che il reale è il concreto, be’, bisognerebbe allora rispondere che l’amore è astratto eppure è quanto di più reale esista. Viviamo un presente che si è fatto molteplice e frantumato nei mutevoli presenti ai quali si può ricondurre la nostra esperienza concreta e nello stesso tempo virtuale. Viviamo un qui e che sono sullo stesso piano, sono lo stesso spazio in cui abitiamo. Confidiamo nel flusso infinito di immagini cui siamo sottoposti per poterci avvicinare di più al mondo mentre in realtà ce ne allontana confinandoci in un’astrazione dal concreto che ci disorienta e nel contempo ci affascina e ci rapisce.

La fotografia si è fatta contagiare da questo desiderio diffuso di superare il perimetro del concreto. Non è più copia del reale e forse non lo è stata neanche quando ha preteso di esserlo. È essa stessa una forma nuova del reale, consustanziale alla nostra esperienza di vita, concreta e virtuale insieme.

E questa rivista? Anche Gente di Fotografia si evolve e si avvia verso un nuovo corso con una veste grafica rinnovata e con una più ricca proposta di contenuti; determinata a stare dentro il presente in maniera problematica e analitica, senza fantasie di fuga. Se la fotografia è un universo mutevole dai confini fluidi e labili che chiede di essere esplorato e abitato, in questo universo ci muoveremo senza mete precise o mappe tracciate. Conosceremo percorsi provvisori, rotte inesplorate, giri a vuoto e approdi utopici, nell’isola che non c’è.

[1] U. Eco, Opera aperta (1962), Bompiani, Milano 2009, p. 88.

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