Questo nostro Paese lentamente ucciso dalla follia e dall’incapacità

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L’talia sommersa ripropone lutti, dolore e distruzioni. E un senso di sconfinata impotenza.

Alluvione di Genova

Alluvione di Genova

Le alluvioni che stanno sommergendo l’Italia riproponendo ancora lutti e distruzioni oltre all’angoscia ed al dolore procurano un senso di sconfinata impotenza. Ci fanno sentire disarmati. Quello che colpisce di più in queste ore è proprio il prolungato disarmo di un’intera nazione. Incapace di affrontare le sue emergenze. E così assistiamo impotenti al tracollo di intere città. Ad arrendersi non sono infatti in queste ore dimenticate periferie dell’impero, ma il cuore pulsante del Paese.

Milano le cui strade del centro sabato sera sono apparse fiumi di acqua e fango avvolti in un silenzio spettrale nell’assenza assoluta delle Istituzioni, una sorta di Caporetto simbolica con interi quartieri sommersi per ore e nessun mezzo della protezione civile, vigili urbani, in azione a vigilare, indicare strade da evitare, semplicemente a dare conforto.

L’impotenza dei sindaci in grado solo di gridare “state a casa se potete”. Non solo dunque la folle politica costruttiva che per decenni ha riempito di cemento valli e colline, strappato alberi, ucciso giardini, interrato fiumi, in omaggio a quella speculazione edilizia che ha costruito fortune sciacallesche e criminali, l’unica folle, miope industria sempre in attivo in questo Paese che sembra essere solo in grado di farsi del male.

Non solo questo, anche l’incapacità manifesta di organizzarsi di fronte al pericolo, di fronteggiare con rigore le calamità. Quasi un liberi tutti che offre inerme il petto al disastro. In realtà metafora di un Paese che ormai sa solo confidare nella sua, presunta buona stella, per trarsi fuori dai guai. Capace solo di incrociare le dita e sperare che un Dio benevolo lo preservi dalle avversità meteorologiche, ma del tutto incapace di farvi fronte, apprestare strategie di difesa, di resistenza. Un folle paese scellerato che si fa male da solo.

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