Quel tormento che avvinse la vita di Alessandro Manzoni

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Al Circolo Unione di Racalmuto la presentazione del libro di Salvatore Silvano Nigro “La funesta docilità”.

Da sinistra Salvatore Silvano Nigro, Salvatore Ferlita, Salvatore Picone

Al Circolo Unione di Racalmuto, metaforicamente trasformato in aula di giustizia morale e letteraria, con l’accoglienza garbata del suo presidente Francesco Marchese, si è voluto dare soluzione ad un tormento che avvinse la vita di Alessandro Manzoni e il suo romanzo.

L’occasione è stata quella della presentazione del libro di Salvatore Silvano Nigro “La funesta docilità” edito da Sellerio, il cui contenuto lo scrittore ha limpidamente esposto con Salvatore Ferlita, tra le letture intercalate di Carla Carafa e gli interventi in esergo di Gigi Restivo, Salvatore Picone e con la gustosa aneddotica di Gaetano Savatteri.

L’antecedente letterario del libro di Nigro è una “Cronachetta” di Leonardo Sciascia “Manzoni e il linciaggio del Prima”. Lo scrittore racalmutese muovendo da una lettera che Manzoni scriveva a Claude Fauriel, ove narrava dei fatti tumultuosi che nel 1814 a Milano ebbero quale atroce epilogo la morte del conte Prina, vessatorio ministro delle finanze del Regno Italico e come tale oggetto di pubblico odio, lucidamente nota, per la stringatezza e per l’asetticità della missiva stessa (contrariamente a quanto avrebbe dovuto essere), appunto, il travaglio interiore che coinvolse, per la vita, l’autore dei Promessi Sposi. Entrato in crisi il regime napoleonico, una folla inferocita aveva assaltato la casa del conte Prina, dov’egli si era rinserrato, e da lì, questi, ludibricamente veniva trascinato per strada.

Nei pressi viveva Manzoni con la sua famiglia, che certamente aveva sentito gli orrendi suoni della caccia all’uomo: il vociare del branco, che furiosamente perpetrava l’assassinio, a colpi di parapioggia, astenendosi i gendarmi presenti da ogni intervento e celebrandosi in tal modo la “selvaggia festa della morte”, una sorta di orripilante liturgia.

Le omissioni che la lettera conteneva, le pause nella scrittura, i silenzi lessicali, stimolarono lo scrittore a percorrere, con metodo induttivo, i grovigli di un giallo che ormai poteva essere soltanto filologico.

Così, tale fatto di cronaca, secondo Sciascia, aveva provocato in Manzoni in un rimorso postumo, per il mancato suo intervento, in qualche modo, in favore (e se così  fosse stato non si sa bene con quale possibile esito) dell’uomo divenuto  preda di una  ferocia ancestrale e non contenibile.

La vicenda, il consumarsi della vicenda, aveva avuto gran peso, a distanza di anni, nella scrittura,  dell’episodio ove  è narrato il tumulto di San Martino, trovandovi, in quel contesto, la propria assoluzione, in virtù di quella Grazia anche redentrice che permea il romanzo, concedendo a Renzo quello sprezzo del pericolo nella salvezza del Vicario di Provvisione – la cui vicenda è fiscalmente similare al tumulto vissuto personalmente dallo scrittore – che a lui era mancato o che colposamente aveva deciso di farsi mancare nella vicenda del Prina.

Tale contrizione, a ben vedere, parrebbe nascere da una ritenuta posizione di garanzia, quantomeno di natura cristiana o di tipo morale, della quale il Manzoni si fece carico per gli eventi milanesi del 1814. E la “funesta docilità” diventa, dunque, una colpevole arrendevolezza, per l’avere modellato il proprio comportamento ed anche il proprio sentire secondo quello scellerato della folla, essa stessa sospinta, nella raccapricciante degenerazione, dall’opera di violenti, che nulla avevano in comune con la giusta causa indipendentista  rivendicata dalla miglior parte milanese.

E pare proprio emergere nella narrazione sull’uomo – disgraziatamente rimasto in solitudine, non solo per quella sua straziante  sofferenza, ma anche per il suo ritrovarsi disconosciuto da chi gli doveva essere congiunto, per ragioni di appartenenza o di ideologia – un parallelo con “L’Affaire Moro” dove l’omissivo (anche questo per mancato intervento) contesto di spettanza non poteva che essere consapevole del sacrificio estremo al quale si avviava lo statista.

Ma quella “Cronachetta” di Sciascia (che, con le altre, ha la triplice natura di gioco, divertimento e pietà) non è riuscita a diventare “Affaire”, così che “La funesta docilità” – il cui autore ha illustrato le ragioni che lo hanno spinto a scrivere il libro e la sua comune passione con Sciascia per lo scrittore romantico –  ne rappresenta la continuazione, divenendo, in tal modo, lo scrittore-saggista, come ha evidenziato Salvatore Ferlita, filologo detective, che per arrivare alla soluzione della vicenda utilizza, è il caso di dire probatoriamente, anche le immagini contenute nel romanzo manzoniano. E  tale metalinguaggio risolutorio, altro non rappresenta che un omaggio alla filologia quale amore per la verità.

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2 Responses to Quel tormento che avvinse la vita di Alessandro Manzoni

  1. Gaspare Agnrllo Rispondi

    20/01/2019 a 15:21

    Ottimo scritto. Bravo Venerando.

  2. Raffaella Rispondi

    17/02/2019 a 18:01

    E bravissimo

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