Quel bambino che da grande voleva fare Giuda

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Ricordi di ieri e riflessioni di oggi di Venerando Bellomo.

Venerando Bellomo

Ci sono dei lavori che sfuggono alla regola temporale imposta dalle conquiste sindacali, ma, anzi, diventano non solo forma e stile di vita, ma anche pensiero permanente. Sotto tale aspetto da paragonare ad una sorta di ordinazione sacerdotale: “sacerdos in aeternum”. La prova di questo sta nel fatto che gli appartenenti alla categoria, anche fuori dal loro contesto d’occupazione, continuano a professare una sorta di credo laico, cercando di coinvolgere, in ogni modo, tale é la forza dell’ispirata fede, chi non appartiene alla regola: rapportando ogni fatto, anche minuto, di vita quotidiana ad un precedente canonico.

Deciso ad andare a Palermo con il treno, mi imbarcai su quello mattutino, trovandolo affollato di  pendolari, in special modo insegnanti. I viaggiatori d’abitudine, stanziali, capirono subito che ero pesce fuor d’acqua ma non ci fecero caso. Inoltrandomi per il corridoio, ad un certo punto mi sentii chiamare con voce garbata: un professore di liceo, che conoscevo da sempre, con un sorriso cordiale, mi invitava a sedermi nella poltroncina di fronte a sè. Uno scambio di convenevoli: il tempo, la mattinata, la mia improvvisata sul convoglio, la sua abitudine ferroviaria. Poi, d’un tratto, non so come, disse una sorta di parola magica, un innesco: “continuità didattica”. Tanto bastó perché esponesse la sua omelia su leggi, decreti delegati, codicilli, circolari ministeriali, bandi ed ordinanze, che sgranava con competente disinvoltura come un rosario, per poi repentinamente passare, credo fosse d’obbligo nel rito che stava celebrando, al redarguimento dell’ormai insanabile maleducazione dei discenti, affidandosi, negli esempi, all’iperbole, ed apparendomi visibilmente avvilito. A dire il vero, dopo i primi passaggi, mi distrassi completamente, pur rimanendo con lo sguardo su di lui, ragione di cortesia, pensando: siamo alle solite, quante volte ho sentito questo discorso. Ma l’espressione che aveva usato per iniziare il suo funambolico ragionamento: continuità didattica, mi arrovellava. Pensai di non averne mai avuta, mutando repentinamente quello che era stato il mio percorso formativo, che se fosse stato una regata, con quelle brusche virate, avrei di sicuro spaccato lo scafo, rimanendo naufrago su qualche sperduta isola, senza nemmeno l’amicizia o la devozione (dipende da come la si vede) del buon Venerdì.

Era quasi la fine di ottobre di un anno ormai lontano, frequentavo la quinta elementare, il mio maestro si era ammalato e la classe, che negli anni precedenti aveva avuto un insegnamento asburgico, ormai, con i supplenti che si avvicendavano repentinamente, era abbandonata nella completa anarchia. Decisi di andarmene, ma non ci riuscii, un’indulgente e buona maestra, mi recuperó nei meandri del corridoio e mi portó nella sua classe, il cui ordine ed eleganza, faceva tanto pensare ad un collegio svizzero; pensai: mano di donna. Mi fu assegnato l’unico posto libero, dove col mio compagno, com’era nelle cose, ci furono giorni di diffidenza. Poi cominciò a dirmi di lui e del padre che lo teneva a bada a colpi di cinghia. Ripeteva: ma la colpa è mia, “ca sugnu tintu!”.  Un giorno si presentó davvero mal messo e magari zoppicava. Replicó al mio eloquente sguardo: “mi li detti fu lu capizzagliu vagnatu”. Oggi il telefono azzurro avrebbe aperto una sede a casa di quel bambino. Poi una volta, durante una pausa, mi chiese: “tu da grande cosa vuoi fare?”. Non ricordo più la mia risposta, ma ho davanti i suoi occhi lucidi, pieni di orgoglio e di speranza, sognanti ed ispirati: io Giuda nel mortorio!

Ha ragione Andrea Camilleri quando all’appunto di qualcuno che gli contestava che nei suoi romanzi non era presente la criminalità organizzata, rispose che ciò non era affatto vero, in quanto questa c’era, eccome, ma l’aveva relegata volutamente nelle retrovie, una sorta di ostracismo  letterario, perché nella trasmutazione della realtà alla finzione letteraria, anche l’antieroe può affascinare qualcuno, così come quel ragazzino, mio compagno di banco, umiliato dalla vita e in  quelli che dovevano essere gli affetti familiari, sicuro ricovero contro le brutture, si era affezionato ed aspirava a diventare Giuda: chissà che gli passava per la testa.

Ed ha ragione Gaetano Savatteri quando dice, provocatoriamente, di non poterne più della Sicilia e dei distorti paradigmi che si vogliono trarre dai suoi classici della letteratura anche cinematografica. Cioè dal voler fare diventare questi unità di misurazione, invece, non essendo altro che meri luoghi comuni, decontestualizzati dall’opera dove hanno avuto significato, erigendoli a presunti canoni, diventati ormai irreali, che non tengono volutamente conto della mutazione della sicilianità, dove ognuno aspira alla propria legittima redenzione, almeno letteraria.

Allora ne potevamo davvero fare a meno dell’ennesimo sceneggiato televisivo (continuo a chiamarli così): Maltese, trasmesso dalla Rai, che nulla aggiunge a ciò che tutti conosciamo, con la pretesa di emulare, com’era solito per gli scrittori civilmente impegnati, l’opera di denuncia, non tenendo conto che la realtà giudiziaria ha definitivamente stabilito la verità. Risultando, perciò, il prodotto di autori arrivati con estremo ritardo, fosse stato per loro: spirati i termini della prescrizione.

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