“Quel ponte si è portato via Vincenzo e tutti i nostri sogni”

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Un anno fa il Crollo del Ponte Morandi. Parla Filomena Mulè, moglie di Vincenzo Licata, l’autotrasportatore originario di Grotte tra le 43 vittime della tragedia. “Auspichiamo che al più presto vengano accertate tutte le responsabilità e che sia resa giustizia a Vincenzo e alle altre 42 vittime di questa tragedia”.

Filomena Mulè

“Quel ponte lo conosceva bene, lo attraversava spesso durante l’anno per ragioni di lavoro”. Filomena Mulè, moglie di Vincenzo Licata, l’autotrasportatore originario di Grotte, che ha perso la vita a Genova nel crollo del Ponte Morandi, racconta quel tragico 14 agosto di un anno fa in cui assieme al marito sono rimaste vittime di quel crollo altre 42 persone.

Vincenzo viveva con la sua famiglia a Vicenza. Nella città veneta si era trasferito negli anni Ottanta per prendere servizio alle Poste. Qualche anno prima aveva infatti sostenuto un concorso nel quale era risultato idoneo. Dopo 12 anni lasciò quel posto e decise di mettersi in proprio, tornando a fare l’autotrasportatore. Aveva il diploma di Perito tecnico, Vincenzo Licata, e per qualche tempo aveva anche insegnato. Ma il lavoro di autotrasportatore era in assoluto quello che amava fare.

Con i suoi camion aveva viaggiato per anni in lungo e largo per tutte le strade d’Italia, e di altri Paesi europei. Mai un incidente, nel suo settore vantava una esperienza consolidata nel tempo, iniziata quando era ancora un ragazzo.

Quella mattina, a Genova, tutto poteva immaginare Vincenzo, ma non sicuramente che quel ponte, che tante volte aveva attraversato con il suo camion, potesse tradirlo, strappandolo brutalmente alla vita.

“Quel giorno, alle 8 – racconta Filomena Mulè – avevo chiamato Vincenzo per la solita quotidiana telefonata mattutina, per darci il buongiorno e scambiarci i reciproci programmi della giornata. Mi aveva detto che si stava dirigendo al porto di Livorno ed io gli chiesi se riusciva a rientrare in giornata, così organizzavo qualcosa per la sera.  “non so , ci sentiamo più tardi, un bacio “ mi disse. A mezzogiorno finito di lavorare lo chiamo, non risponde, ritorno verso casa lo richiamo e non risponde. Vado in cucina accendo la TV e vedo una edizione speciale del notiziario che annuncia il disastro di Genova. D’istinto chiamo Vincenzo al cellulare, suona ma lui non risponde. Chiamo mio figlio Stefano, e cominciamo ad agitarci. Anche lui comincia a chiamare al telefono il padre e cerca di tranquillizzarmi, ma in TV vediamo dei camion coinvolti nel disastro e le nostre paure aumentano. Allora chiamo un collega di Vincenzo e mi conferma che la strada che percorre per andare a Livorno è quella che attraversa il ponte Morandi. Io cerco di calcolare la tempistica del viaggio, il suo collega cerca di rassicurarmi ma percepivo che anche lui era preoccupato anche se cercava di nasconderlo”.

Vincenzo Licata

“Le nostre telefonate senza risposta ci fanno pensare il peggio – racconta ancora la signora Filomena Mulè –Finalmente riesco a parlare con Laura, mia figlia, che si trovava in Sardegna. Laura subito chiama l’azienda per cui lavora il padre e i contatti che ci possano aiutare nella ricerca di informazioni. Chiamo il numero che appare in TV del servizio emergenze, lascio le mie generalità e tutte le informazioni sul camion di mio marito, mi dicono che non c’è una lista ma di lasciare il mio numero dove potermi contattare. Poi suona il mio telefono appare il numero di mia suocera, non ce la faccio a rispondere. Come faccio a dirle che Vincenzo non risponde e che potrebbe essere morto. Come faccio a dirlo proprio a lei che ha già perso un figlio in un incidente con il camion anni prima, che quella cosa orrenda potrebbe essere accaduta di nuovo ad un altro dei suoi figli. In serata ho la conferma dalle immagini che scorrono in TV del suo camion e un ulteriore conferma ce l’ho dal suo carico di bottiglie d’acqua sparso per la strada. Speriamo, comunque che lui sia ferito e privo di sensi, che non ha documenti addosso, che sia stato soccorso e portato in ospedale. Questa illusione alimenta le nostre deboli speranze che, però, si spezzano definitivamente quando arrivati al casello autostradale di Genova ricevo una telefonata dalla Polizia di Vicenza. Il poliziotto mi chiede se sono la moglie di Licata Vincenzo e che purtroppo mi deve comunicare che mio marito è morto, che è stato identificato tramite un documento, che dovevo recarmi all’ospedale San Martino per il riconoscimento della salma. Chiamo Laura devo dirle che suo padre è morto. Mi risponde piangendo, già sapeva. L’aveva chiamata una sua amica che aveva visto il nome di Vincenzo nella lista in TV, venti ore dopo l’ accaduto. Tutte le nostre speranze, i nostri sogni di famiglia per il futuro crollano, come quel ponte che si era portato via il nostro amato Vincenzo”.

Il racconto di Filomena Mulè si chiude con questa amara constatazione. C’è tanto dolore nelle sue parole, e non potrebbe essere diversamente, ma c’è anche tanta dignità e una forte determinazione. Prima di salutarci, sollecitata da una nostra domanda sugli sviluppi dell’ inchiesta avviata, ci dice: “Lo Stato, la giustizia non potranno sicuramente restituirci Vincenzo. Noi abbiamo fiducia nel loro operato. Ma auspichiamo e pretendiamo che al più presto vengano accertate tutte le responsabilità e che sia resa giustizia a Vincenzo e alle altre 42 vittime di questa tragedia”.

 

 

 

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One Response to “Quel ponte si è portato via Vincenzo e tutti i nostri sogni”

  1. María Rosa Rispondi

    14/08/2019 a 16:54

    Una famiglia distrutta dal dolore ma unità ed educata da un grande papà ad affrontare la vita e a sostenersi gli uni e gli altri per poter sopravvivere

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