Quei motti sapienti di Regalpetra che sopportano il peso del mondo

da | 14 Nov 20

CENTENARIO BUFALINO Ecco cosa scrive lo scrittore di Comiso, in un saggio, in una delle sue raccolte più significative, sulla parlata racalmutese. Ne riproponiamo uno stralcio. E domani, 15 novembre, nel giorno del centenario della sua nascita, lo ricorderemo con le parole della scrittrice Nadia Terranova

Gesualdo Bufalino (Foto di Angelo Pitrone)

L’anziano mezzadro don Carmelo Distefano, ormai in pensione, che ogni tanto per benevolenza antica torna a soccorrere la mia inettitudine contro rovi e malerbe, si trattiene dopo il lavoro, nella luce del mezzodì dicembrino, a sfogliare i libri d’immagini sparpagliati sul tavolo. In uno dei quali, il catalogo della recente mostra di Chagall a Roma, lo intriga un Icaro alato che piomba in fiamme dal cielo su una folla di uomini spaventati, occhi e braccia levate, nella piazza d’un villaggio. Le mie spiegazioni non gli bastano, debbo ribadirle con l’aiuto d’un secondo volume dove un secondo Icaro, bruegheliano, casca analogamente sulla terra, ma questa volta fra l’indifferenza di tutti. Non se ne commuove neanche lui, don Carmelo: Tanti su ‘i cchianati, tanti su ‘i scinnuti, sentenzia. Come a dire che non c’è nessuna salita che non comporti una discesa, nessun volto alto e repentino che non abbia prossimo un precipizio. Saggezza ovvia, familiare tanto al poeta di ottave quanto al semplice uomo dei campi; ma con un distacco nuovo nell’accento di quest’ultimo, l’accento di chi tali vicissitudini ha sperimentato più volte nei secoli, accogliendone di sangue in sangue la verità ereditaria.

Più tardi la fornaia a cui chiedo la mia solita pagnotta, porgendomela di sotto il banco, mi rassicura: Ci l’aiu sarvata comu ‘na picciotta schetta (Gliel’ho conservata come una ragazza da marito), e fa un ghignetto fra sorriso e riso, in cui leggo che non le sta sfuggendo l’anacronismo del raffronto, oggi che in Sicilia l’illibatezza delle nubili non è più pacifica come una volta. Più tardi ancora odo mia madre ripetere, riguardo a tre sorelle zitele che le han fatto una visita interminabile, il fulminante nomignolo che le designa: “La famiglia Ammuttimi ca mi nni vaiu” (Spingimi fuori se vuoi che vada via)…

Bufalino legge “Malgrado tutto”. Foto di Giuseppe Leone

Irrisori esempi, questi che propongo, rubati a un immenso alveare di parole non scritte, un repertorio e glossario di brulicante, ronzante ricchezza, di cui si sarebbe tentati di accreditare la paternità all’inconscio di quel “popolo poetante” in cui credevano i romantici, se non capitasse così spesso di sentirci l’estemporanea malizia inventiva di un singolo individuo, con un’età, un colore di pelle, una piega delle labbra, un’eloquenza o avarizia di gesti sua propria, un inimitabile umore…

Attenzione: un patrimonio sapienziale anonimo e comune esiste in Sicilia come altrove, né si pretende di sottrarlo al dominio della creatività collettiva; epperò la forza del sigillo umano impresso da ciascuno di noi, mentre parla in dialetto, alla propria oralità è tale da innovare istantaneamente la locuzione più frusta e da conferirle un’evidenza senza confronto. Ché se poi a sostegno del linguaggio, con le sue allusioni, scorciatoie e dilatazioni fulminee del senso (non diverse da quelle della poesia più contratta), intervenga il cinema mobilissimo della faccia, delle mani e delle membra tutte, ecco già bell’e pronto per gli applausi della platea uno dei mimiambi senza numero di cui si tesse la nostra giornata.

Questo doveva avvertirsi, preliminarmente, sulla soglia del libro di Leonardo Sciascia (Occhio di capra, Einaudi, 1984) dove, arricchito di molti lemmi e d’una succosa premessa, torna il peculio di locuzioni racalmutesi già anticipato in edizione Sellerio sotto il titolo di Kermesse. […] Ne vien fuori, da un’inedita prospettiva, il ritratto d’una comunità di paese, che si ritaglia il suo spazio-tempo nel retroterra agrigentino verso la metà del XX secolo, ma il cui copione potrebbe agevolmente promuoversi da commedia di vicolo e di cortile a psicodramma sul palcoscenico del “gran teatro del mondo”. Tanti sono i moti dell’universale sentire che vi figurano, sia pure nell’ambito di una specifica economia e socialità di provincia, e sia pure dietro lo stimolo d’una peculiarità linguistica. Peculiarità, ma si vorrebbe dirla salutare infrazione, nel senso che non di rado sulla frase s’innesta un traslato inatteso, quasi un vulnus inflitto, all’ordito denotativo del discorso, perché ne traspaia l’interno subbuglio del cuore, con tutte le angosce e letizie sue, i sentimenti suoi di vita e di morte. A bon’è ca si mori (Meno male che si muore), geme lo zolfataro sotto la piena delle disgrazie. E son mediocri disgrazie, a onor della verità, né meriterebbero una clausola così solenne, degna dell’Ecclesiaste. Benché, proprio in questa capacità di esaltare in emblema un aneddoto irrilevante mi par che consista il germe d’intrinseco di cui parlavo prima, quella virtù solitaria che ha ciascuno di noi, nell’isola, di ricondurre a un’astrazione metafisica (più spesso nera che d’altro colore) lo spicchio di esistenza e di passione terrena che gli è stato sortito. Non senza una goccia di sofistica ironia e di funebre ghiribizzo: un Pirandello quintessenziato. Che era quasi inevitabile, se si pensa che da Racalmuto non ci vuol più di mezz’ora di macchina per giungere alle ceneri del Caos.

Bufalino e Sciascia alla Noce

Qui a Racalmuto, appunto, nella casa di campagna di contrada Noce, Sciascia trascorre ormai la maggior parte dell’anno, da quando, pur senza diradare la sua attenzione dolorosa e risentita ai fatti d’Italia, ha smesso gl’impegni della politica attiva. E queste pagine ultime, saldandosi a quelle d’esordio sulle parrocchie di Regalpetra, sembrano suggellare un armonioso arco di vita e volgerlo fedelmente, per confermarli, ai suoi principi. Certo Sciascia scriverà ancora di cose diverse e maggiori, senza scostarsi più molto, seppure l’abbia mai fatto, dalla propria gente e dal proprio destino. […] Fatto sta che in questo libello, così apparentemente grondante di umori municipali, il narratore e saggista europeo raddoppia ogni momento il linguaiolo e l’etnologo indigeno. Né vi è sillaba che a pronunziarla non si trascini dietro un frantume di favola e di racconto; nessun racconto che non tradisca una lieve dolenzia della memoria; nessuna memoria sotto cui non trapeli una moralità.

Cu tuttu ca sugnu uorbu, la viu niura (Sebbene sono orbo, la vedo nera), dice il cieco mastro Pietro a Racalmuto, il giorno della dichiarazione di guerra fascista. Nero su nero anche nel suo caso, per ricalcare il titolo di un altro libro di Sciascia.
Il quale, come l’orbo mastro Pietro, non una volta sola ma tante, ha visto nero e ha visto giusto. Mai rinunziando, tuttavia, alle ragioni della speranza. In obbedienza all’intestazione-programma di quel giornaletto di giovani che si pubblica al suo paese, e che ha il più bel nome di giornale che io conosca: Malgrado tutto.

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