Quei luoghi attraversati da Leonardo Sciascia

di | 20 Nov 21

Fino al 20 novembre 1989 la sua presenza. Da allora le parti di Leonardo Sciascia sono vuote dell’uomo, ma lo scrittore le ricrea continuamente nelle sue opere

Leggendo Dalle parti di Leonardo Sciascia mi è venuto di fare un gioco: tracciare sulla carta geografica le linee degli spostamenti di Leonardo Sciascia, da Racalmuto e ritorno, in terra siciliana e fuori, in periferia. Uso questa parola, suggestionata da una citazione di Hector Bianciotti «Leonardo Sciascia è il maggiore scrittore della grande periferia di Palermo, l’Italia». Una periferia che oggi, con gli studi e le ricerche a nostra disposizione, si è molto ampliata, fino a contenere parti del mondo le più remote, dove troviamo numerose tracce di Sciascia e i suoi testi tradotti in tutte le lingue.

Racalmuto, Caltanissetta, Assoro, Valguarnera Caropepe, Roma, Palermo, Milano, Madrid, Valencia, Parigi, Palermo, Racalmuto. La topografia che ne è venuta fuori mi ha fatto ricordare, involontariamente, due versi di una poesia attribuita all’amato Borges (La poesia dei doni), che mi pare sintetizzino in modo fulmineo questo libro di Salvatore Picone e Gigi Restivo, atto d’amore verso il Maestro, da parte di chi “ha bevuto la stessa acqua”, vive in quella terra, ne subisce inevitabilmente, nel bene e nel male, la memoria e la storia: «per la ragione, che non cesserà di sognare un qualche disegno del labirinto».

La vicenda umana e letteraria di Sciascia, se osservata dal punto di vista spaziale, disegna appunto un labirinto, anzi più labirinti, che si sviluppano in superficie e in profondità. Il tracciato orizzontale è fatto soprattutto di luoghi chiusi, in cui il bambino Leonardo – poi ragazzo – vive, e da cui, come negli antichi riti di passaggio, esce adulto, scrittore, intellettuale: Salita del Monte dove nacque, CasaSciascia con le sue stanze popolate di donne, la sartoria dello zio, la scuola, il Teatro Regina Margherita. Lo stesso Sciascia afferma «Io credo che tutto quello che per un uomo conta, tutto quello che lo ha fatto com’è, accada nei primi dieci anni di vita: e dunque fatti più piccoli, persone di più piccolo affare. Magari dimenticati», e ancora «Credo di aver letto – tra gli otto e i quattordici anni – tutta la carta stampata sui cui riuscivo a mettere le mani», quindi possiamo comprendere l’importanza delle esperienze vissute in questa porzione di mondo negli anni dell’infanzia e della prima adolescenza. E poi il Magistrale a Caltanissetta, l’Ufficio dell’ammasso del grano di nuovo a Racalmuto, il Circolo Unione, il barbiere, la biblioteca. Si tratta di un labirinto della formazione, inteso calvinianamente come approccio gnoseologico alla complessità del reale, che mai la ragione rinuncerà a sfidare, anche se probabilmente finirà in un altro labirinto, senza trovare l’uscita, come accade nei suoi gialli. Per esempio in quello del Kaos/Caso pirandelliano, il luogo più lontano dalla ragione che si possa immaginare «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione»; un labirinto, attraverso cui si fa l’esperienza della giustizia/ingiustizia «Lì (consorzio agrario ndr) ho avuto, per così dire, il primo impatto con la giustizia».

E poi c’è il labirinto in verticale delle miniere di zolfo, i cunicoli in cui erano stati inghiottiti i Rosso Malpelo della storia, il punto di depressione ciclonica in cui si suicidò il fratello Giuseppe, innescando un vortice di disperazione che avrebbe trascinato via anche il padre Pasquale alcuni anni dopo. Il luogo di dolore, Àssoro, si trasforma in una condizione perenne dell’animo, uno spazio nascosto in una galleria interiore, sebbene condiviso con tanti altri siciliani e non, che di tanto in tanto pudicamente affiora, ma solo nella scrittura, in un aggettivo come “fraterno” rivolto a Pier Paolo Pasolini che aveva perso Guido, o all’improvviso, nel Giorno della civetta, in una criptocitazione in cui riemergono i versi di Attilio Bertolucci per il fratello morto.

Roberta De Luca, segretario Ass. “Amici di Sciascia”

Un posto a parte occupa Palermo, verso cui lo scrittore mostra l’amore e l’insofferenza del “regnicolo”, la città/non città con le redazioni dei giornali, la casa editrice Sellerio, il Palazzo dello Steri, catalizzatore dei temi che più gli stanno a cuore.

Oltre alla dimensione siciliana la mappa sciasciana contiene quella italiana ed europea, con il tentativo fallito di stabilirsi  a Roma, e poi le città amate e adorate, Milano e Parigi. E la Spagna, gravida di storia, resistenza e sicilitudine.

E ancora, c’è un altrove, mai veduto fisicamente, ma immaginato, mitizzato, demolito, comunque attraversato. L’America: nei libri letti, tutti, da quel primo La morte viene per l’arcivescovo della scrittrice e giornalista Willa Cather; nell’epopea delle miniere di sale e di zolfo paragonabile alla corsa all’oro della storia americana. Infine, lo sguardo da uno spazio infinitamente lontano: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Neanche quando ormai era polvere, ha rinunciato alla facoltà tutta umana della memoria, segno che quell’aldilà potrebbe non essere altro che una proiezione della Terra e che, in fondo, non si era mai davvero contraddetto.

Ecco allora il disegno del labirinto, di uno spazio che è superficie e viscere, che è chiuso e aperto, che è Sicilia e mondo, altrove terrestre e non-luogo oltre il terrestre, uno spazio, in cui si sono costruiti, malgrado tutto, il sogno della ragione, il candore della verità, l’acutezza di una penna che ha riscritto in chiave moderna la dinamica degli affetti di matrice greco-mediterranea. Il sogno di uno scrittore, per dirla ancora con Calvino, arabo-siculo-universale di Rahal Maut. Di Nanà, che nel piccolo ironico eretico Nenè ha posto il senso più autentico della sua umanità: «È convinto che la povertà sia mancanza di materassi e di piatti, è ossessionato dall’idea che i poveri dormano per terra e mangino la minestra nelle scatole di latta che buttiamo via…» «Dormono davanti la chiesa» disse Nenè «e mangiano nelle buatte del pomodoro: l’ho visto io. E muoiono» «No che non muoiono» disse il padre. «Muoiono» disse Nenè con un tono che non ammetteva replica. E aggiunse «Ma io mi faccio povero: e i poveri non muoiono più».

Fino al 1989 la sua presenza. Da allora le parti di Leonardo Sciascia sono vuote dell’uomo, ma lo scrittore ricrea continuamente quei luoghi nelle sue opere, ed essi non potranno mai più essere gli stessi di prima del suo passaggio: in un’intuizione bellissima degli autori, il vuoto, solo apparente, è stato riempito dal corsivo delle sue opere, dalla potenza delle sue parole.

Che il vuoto sia apparente è confermato dalle foto (di Tulumello, Pitrone, Troisi, Picone, Savatteri, Helbig, Da Corte) poste in appendice al libro insieme a documenti tratti da vari archivi, a completamento visivo di quanto raccontato nelle pagine precedenti. Ho pensato alle parole di Sciascia del suo Ritratto fotografico come entelechia, quando riprende La camera chiara di Barthes e le foto che Pedriali fece a Pasolini. Certo, il suo discorso riguarda il ritratto e non lo spazio privo del corpo, ma non ho potuto fare a meno di dirmi “Sto vedendo gli occhi che hanno visto quei luoghi”. E tra quegli occhi ci sono anche quelli di Leonardo Sciascia. E quei luoghi attraversati da Leonardo Sciascia, anche ora che lui non c’è più, soprattutto quando guardo le foto in cui non è ritratto, saranno sempre i luoghi visti da Leonardo Sciascia.

La fontana dei “Novi Cannola” sarà sempre quella, e solo quella, della Sicilia, il suo cuore.

PIAZZETTA PER UN PRIMO ATTO

La fontana ha chiamato le case

a un sonno lieve –

e la luna

all’amore della fontana

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Intervento di Roberta De Luca – alla Camera dei Deputati – alla presentazione del libro “Dalle parti di Leonardo Sciascia” di Salvatore Picone e Gigi Restivo. Il libro, edito da Zolfo, è dedicato ai luoghi sciasciani.

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