Quei decenni perduti per fare qualcosa di buono per la Sicilia

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Firmato un protocollo d’intesa per il rilancio del Cantiere navale di Palermo. Certamente una buona notizia dopo decenni di lotte.

Agostino Spataro

“…Trieste/Palermo, 4 febbraio 2019 – L’Autorità di sistema portuale del Mare di Sicilia Occidentale (AdSP) e Fincantieri hanno firmato un protocollo d’intesa per il rilancio in piena sintonia del polo della cantieristica navale nel porto di Palermo, alla base del quale vi è l’obiettivo condiviso di permettere al sito siciliano di affermarsi come uno dei più importanti del Mediterraneo. L’accordo, destinato a rivoluzionare l’assetto, anche infrastrutturale oltre che operativo, dell’intero bacino portuale di Palermo, prevede la concentrazione di tutta l’attività cantieristica industriale, attraverso la realizzazione di diverse opere infrastrutturali, fra cui spicca il completamento del bacino di carenaggio da 150.000 tonnellate di portata lorda e la realizzazione di una banchina di 300 metri di lunghezza nell’area nord del porto (Acquasanta)….”

Il brano, estrapolato dal sito www.cittanuove-corleone.net/, costituisce certamente una buona notizia. Finalmente, si potrebbe dire. Dopo decenni di lotte portate avanti da un fronte di forze sociali, culturali e politiche per rivendicare la salvaguardia dei posti lavoro e un ruolo mediterraneo per il cantiere navale di Palermo. Si é lasciato passare tanto tempo prezioso, facendo perdere tante opportunità create, in questi ultimi 40 anni, dalle grandi trasformazioni industriali, tecnologiche, commerciali, ecc.

Il mancato rilancio del cantiere palermitano ha provocato fenomeni di ridimensionamento, di dequalificazione, di marginalizzazione. Solo grazie alle dure lotte delle maestranze si é riusciti a impedirne la chiusura. Eppure non era difficile capire come, a partire dalla seconda metà degli anni 70, l’asse dello sviluppo dei trasporti marittimi si spostava, sempre più, verso il Mediterraneo al centro del quale ci sono la Sicilia e il cantiere palermitano. Si è disconosciuta la centralità mediterranea geo-economica dell’Isola, sacrificandola sull’altare della militarizzazione (anche nucleare) e della creazione di un hub energetico (petrolio, gas, raffinazione, chimica di base, ecc) posto al servizio dello sviluppo del centro-nord italiano.

Una lotta esemplare quella per la difesa e il rilancio del cantiere navale di Palermo che é stata condotta sul terreno sociale, sindacale, ma anche in sede politica e parlamentare, soprattutto dalle forze della sinistra e in particolare dal Pci e dai suoi organi di stampa, primo fra tutti il quotidiano “l’Ora”. Il Pci si batté per salvare e rilanciare, come polo strategico, il cantiere palermitano, in raccordo con altre strutture cantieristiche operanti nell’Isola.

Dopo l’avvio felice della fase della cooperazione fra Italia, Sicilia e il mondo arabo (che s’inaugurò con la realizzazione del grandioso metanodotto Algeria-Tunisia- Sicilia- Italia), elaborammo una vera e propria strategia di cooperazione siculo-araba che inglobava i settori più rilevanti dell’economia siciliana e dei Paesi arabi rivieraschi del Mediterraneo: dall’energia alla chimica fine; dalla cantieristica alle società miste di pesca; dai circuiti turistici integrati agli scambi culturali; dalle nuove tecnologie alle fibre ottiche; dai flussi migratori arabi verso l’Italia e la Sicilia a quelli siciliani verso i paesi arabi, dagli scambi agricoli e commerciali alla Banca mediterranea per lo sviluppo, ecc.

Insomma, una vera programmazione cui contribuirono le forze politiche presenti all’Ars e gli stessi  governi regionali, i grandi Comuni, le province, le forze sindacali e imprenditoriali. Uno sforzo immane, originale (aderente a sano spirito autonomistico) che cercai di riassumere nel mio libro “Oltre il Canale- Ipotesi di cooperazione siculo-araba”Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986

Intorno a queste ipotesi, 33 anni fa, si sviluppò un grande dibattito. Tuttavia, poco o nulla si fece  per  valorizzarle, realizzarle. Per indolenza nostrana, ma anche per un’opposizione evidente dei governi nazionali (specie quello presieduto da Giovanni Spadolini) che temevano una sorta di “fuga in avanti” della Sicilia verso il mondo arabo.

Preoccupazioni infondate che però hanno ostacolato tanti progetti, fatto sfumare tante occasioni di sviluppo nella cooperazione pacifica e reciprocamente vantaggiosa, in un contesto, allora, più favorevole dell’attuale.
Comunque sia, oggi, é arrivata, da Trieste (Fincantieri), la buona notizia. La rileviamo con il più vivo interesse non per rivendicare primati, ma solo per domandare: ma perché ci sono voluti più di tre decenni per fare qualcosa di buono per il progresso della Sicilia?

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