Di Francu e di “LAmérica”

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Il racconto della domenica

Olindo Terrana

Quasi tutti in Sicilia hanno un parente a “Lamérica”, e se non hanno un parente hanno un amico.

La Sicilia, dopo l’unificazione dell’Italia, è stata l’ultima regione ad avviare, nei primi anni del secolo scorso, consistenti flussi migratori per le Americhe causati dalle difficili condizioni di sopravvivenza economica nell’Isola.

“Lamérica”, in quel tempo, veniva vista come una sorta di miraggio. Luogo di riscatto nei confronti della miseria e delle condizioni disumane di lavoro nelle miniere e nei campi e di rivalsa verso un mare e una terra entrambi infecondi alla maggior parte dei siciliani, che giorno dopo giorno, nell’immutabile realtà, vedevano svanire le loro fatiche nelle mani dei pochi ricchi e dei loro prepotenti servitori che sfruttavano la Sicilia e i siciliani.

Per tali ragioni milioni di essi, dopo il triste esodo, si sono stabiliti nelle Americhe, dove hanno anche trovato condizioni migliori rispetto a quelle dei luoghi di partenza e dove, alcuni fra loro, hanno perfino trovato “Lamérica” e cioè, oltre alla nuova stanzialità, anche quelle opportunità, che sviluppate attraverso le proprie capacità e l’adeguato impegno lavorativo, hanno permesso loro di diventare, ricchi, potenti e famosi.

E già! Il tanto decantato “Sogno americano”.

Come quello vissuto da alcuni siciliani, o loro discendenti, diventati celebri nel mondo quali i registi Frank Capra, Martin Scorsese e Joseph Roland Barbera, gli attori Al Pacino, John Travolta, Ben Gazzara, Joe Mantegna, Iron Eyes Cody (Espera Oscar De Corti), Armand Assante, Ariana Grande-Butera, la popolare cantautrice Lady Gaga (Stefani Joanne Angelina Germanotta) e “The Voice”: l’indimenticabile Frank Sinatra.

I siciliani, per loro natura, hanno un fortissimo legame alla propria famiglia e alla propria terra, non a caso quelli emigrati hanno sempre mantenuto vivi i contatti con gli amici e i parenti lasciati, ai quali, oltre a mandare aiuti economici, scrivevano anche delle opportunità offerte da “Lamérica”.

In verità gli Stati Uniti d’America, fin dallo sbarco degli Alleati, e per i noti legami dell’Italia al Patto Atlantico, hanno costituito punto di riferimento nella crescita e nell’evoluzione dell’Italia del dopoguerra e la Sicilia, in particolare, carezzò persino il sogno di diventare la quarantanovesima stella della bandiera americana.

In pratica fino al tragico omicidio di J. F. Kennedy “Lamérica era Lamérica”, indiscutibile punto di riferimento e luogo che evocava nell’immaginario collettivo siciliano una realtà nella quale avvenivano, o potevano ancora avvenire, miracoli quali la conquista della luna e, al singolo individuo, la realizzazione del proprio sogno: qualsiasi esso fosse.

Di tutto ciò era certamente sicuro Ciro “U vò”, così soprannominato per l’enorme e instancabile forza che disponeva, paragonabile a quella di un bue.

Ma a parte tale straordinaria forza, una casupola in pietra di poco meno di 40 mq, dove i nove figli erano costretti a dormire su giacigli di paglia, e un piccolo orto, Ciro non possedeva nient’altro e la sua casa, spesso, era costretta a ricevere una silente convivente: la fame.

L’immutabile stato di povertà, l’enorme fatica lavorativa e il complessivo stato di indigenza della famiglia indussero i primi tre figli di Ciro: Filippo, Calogero e Giuseppe, nei primi anni sessanta, a emigrare negli Stati Uniti. I tre ragazzi, intelligenti e abituati alla scuola dell’obbedienza e dei sacrifici del padre, ben presto, con il loro modo di fare e l’instancabile lavoro cui si sottoposero, riuscirono a farsi una discreta posizione economica attraverso la quale mandavano in Sicilia parte dei loro risparmi. E fu grazie ad essi che il padre acquistò negli anni svariati ettari di terra, fino ad evolvere la sua condizione di bracciante in quella di proprietario terriero e di poter definitivamente scacciare, dalla nuova e bella masseria che aveva comprato, la sgradita ospite dei tempi passati. Quella fame che, purtroppo, gli aveva strappato via, a causa della tubercolosi, le care figlie Maria e Adele.

Dei nove figli di Ciro, Franco era l’ultimo e dal fratello maggiore si distanziava di ben 22 anni. In ragione di ciò Franco non aveva conosciuto il lunghissimo periodo di povertà subito dalla sua famiglia e, a seguito della nuova condizione economica paterna, poteva ben considerarsi figlio di un agiato possidente. Inoltre, Franco non aveva alcun ricordo dei fratelli emigrati, i quali, al fine di risparmiare al massimo, non erano mai più ritornati in Sicilia.

Per tali circostanze e per il piacere di conoscere il fratello più piccolo, i “Frati miricani” invitarono Franco a recarsi in America, offrendosi poi di riaccompagnarlo per poter finalmente rivedere gli anziani genitori e festeggiare tutti insieme il nuovo status familiare.

Con immensa felicità Franco partì per gli Stati Uniti e lì, nel lungo mese di permanenza, ebbe modo di vedere le condizioni di vita agiata che conducevano i fratelli ed il loro livello di integrazione sociale, nonché le meraviglie di New York. Una città, per lui, inimmaginabile con i suoi grattacieli e con tutte le opportunità che offriva, nel frenetico via vai degli abitanti di razze così diverse.

“E già!” Pensava Franco, stupito per quell’accavallarsi di eventi ed emozioni, “Lamérica è sempri Lamérica”.

E questa sua constatazione rimase radicata nei suoi pensieri, non solo durante il viaggio di ritorno, ma anche dopo lungo tempo che era arrivato al suo paese dove, nelle passeggiate domenicali in piazza con gli amici, quasi sempre raccontava delle innumerevoli cose viste nel suo viaggio americano.

Ma tali racconti non sempre risultavano chiari agli amici, considerato che loro avevano vissuto soltanto in quel piccolo paese o, al massimo, si erano raramente recati a Palermo per fugaci impegni giornalieri.

Fra tali amici, Mimmo, il più affezionato, dopo averlo sentito più volte raccontare degli eventi americani un giorno gli domandò: “Francù ma mi vò spiari in maniera semplici chi cosa è Lamérica?”

Franco, che fino a quel momento non era mai stato sfiorato dal dubbio che i suoi interlocutori, e men che mai gli amici più cari, non avessero compreso adeguatamente ciò di cui lui raccontava, si rese conto per la prima volta che, effettivamente, non era facile per il suo amico e ancor più per gli altri, comprendere la complessità degli eventi narrati.

A quel punto, forse anche un po’ piccato per il leggero dubbio che non venisse creduto, per fare capire all’amico cosa fossero gli Stati Uniti d’America ricorse ad un esempio: “Mimmù, chi t’haia diri? Chiui l’occhi e pensa a nna cosa granni… Ci sì Mimmù…? Ci sta pinsannu…?”

E con gli occhi chiusi Mimmo rispose “Certu ca ci stai pinsannu…”.

“Orbeni Mimmu! Vidi sta cosa granni ca tu sta pinsannu – a Lamérica – è ancora cchiù granni,.… ma cchiu granni assà Mimmu… di nà grannizza accussì straordinaria, ca tu un ti la pò immaginari!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 Responses to Di Francu e di “LAmérica”

  1. nicolo' Giordano Rispondi

    05/01/2020 a 15:05

    è la triste realtà che ci accomuna quasi tutti i Siciliani, scritto in maniera semplice è molto lineare nei contenuti, GRAZIE

    • Olindo Terrana Rispondi

      26/01/2020 a 22:37

      Caro Nicolò ti ringrazio. Un caro saluto a te e ai tuoi cari

  2. Totò Morgante Rispondi

    07/01/2020 a 0:46

    Bravo Olindo ….
    ua narrazone mi fa venire in mente ciò che si racconta a proposito di un lontano parente prete nella Grotte dei primi del novecento allorchè uno dei tanti giovani in partenza per la Grande Guerra chiedeva:”Parrì … ma l’Austria quantu è luntana ?”. E lu parrinu gli ripeteva:”luntana ….luntana !”; e il ragazzo: “ma quantu luntana ?”. A un certo punto il prete gli fa: “Tu ha presenti Mussumeli ? Ebbeni, ancora cchiù luntana assa’…!”.

    • Olindo Terrana Rispondi

      26/01/2020 a 22:40

      Carissimo Totò ti ringrazio per questo tuo ricordo che potrei prendere in prestito per un nuovo mini cuntu. Un caro abbraccio

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