Quando la politica viene messa in rima

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PASQUINATE RACALMUTESI. Oltre cinquant’anni di strofe anonime per raccontare sindaci e assessori, vizi e difetti del Palazzo municipale. Una tradizione che non si spegne. Ancora oggi, nella piazza virtuale, ogni evento é segnato dalle pasquinate che spiegano in satira la vita pubblica del paese.

Una frase, due righe, una rima. Bastano per delineare una situazione, offendere un avversario, rendere memorabile un soprannome. Frasi che suonano nella memoria collettiva di un intero paese. “Nenti era e neti torna, lu marchisi serracorna“. Oppure: “Ngaglià la parrinedda“. Difetti caratteriali o fisici, vecchie storie di famiglia, pettegolezzi e indiscrezioni finiscono così condensate nelle poesie politiche. Per lo più anonime, anche se attribuite o attribuibili ad alcuni rimatori locali, le strofe satiriche sono una tradizione di Racalmuto che va avanti dal dopoguerra, se non da prima.

Con la fine del fascismo e la nascita della democrazia, la poesia politica racalmutese ha preso avvio e coraggio. Lunghe o brevi,  a volte infarcite di una buona conoscenza sia del dialetto in versi che delle tecniche metriche, le poesie hanno accompagnato – spesso mal tollerate – sindaci, assessori e consiglieri comunali. Già, perché gli strali in rima si concentrano quasi sempre verso gli amministratori locali.

Non appena qualcuno conquista una carica pubblica, l’anima racalmutese immediatamente lo strapazza, ne svela i peccati morali e privati, le meschinità personali. Insomma, un’operazione di demistificazione – a volte qualunquista, a tratti disfattista – ma sempre nutrita da uno spirito caustico che é proprio della gente di Racalmuto.

Sono, quelle di Racalmuto, pasquinate infarcite comunque di un grande senso civico. Il rimatore, quasi sempre parla a nome della gente comune, del popolo oppresso o illuso, in ossequio al buon senso collettivo. Due cose saltano agli occhi se si vanno a rileggere le poesie sui fogli dattiloscritti e ingialliti dal tempo. Da una parte c’è la passione per le vicende del paese, quasi a riconfermare che Racalmuto non è mai stato indifferente o apatico rispetto alle vicende politiche e civili della propria comunità. Il secondo elemento è un’attenzione partecipe alle cose che vengono dette, ai comportamenti, alle virtù etiche di chi amministra. Alcuni, soprattutto quelli che hanno retto per lungo tempo le sorti del Comune, possono fregiarsi di vere e proprie antologie.

È chiaro che le poesie erano più articolate negli anni della Prima Repubblica, quando il sistema proporzionale si prestava ad accordi sottobanco, capovolgimenti e alleanze in consiglio comunale sulle quali i poeti nostrani riuscivano a imbastire degli affreschi pieni di colore e sapore.

È stato detto dei racalmutesi che possiedono il “sale dell’intelligenza”. Un’intelligenza mai ferma, ma ricca di sottigliezze e sofismi, capace di sbucciare la realtà e vedere quel che vi si nasconde dietro. Una passione per il fuoco dialettico che non é mai mancata e che in parte ancora produce discussioni, giornali, blog, dibattiti televisivi e su facebook e poesie, appunto. La poesia dialettale e satirica è quindi il primo e più antico sistema di mettere nero su bianco la storia minore e non ufficiale del paese.

Ma chi scrive queste poesie? Fino ad alcuni anni fa, anche sull’onda di un linguaggio giornalistico diffuso, si è fatto riferimento a “un corvo”.

Ma non c’è un solo autore. I rimatori sono stati e sono tanti, ciascuno con il proprio stile e la propria “poetica”, se così si può dire.

Celebri sono stati il medico Achille Vinci e il professore Alfonso Scimè: le loro satire erano immediatamente riconoscibili, infarcite anche di studi umanistici e di un uso sapiente della metrica e di canoni come il sonetto o la terzina, insaporite da una conoscenza di termini dialettali che produceva effetti sorprendenti. E’ evidente che, per motivi di ritmo e di semplicità, in genere prevalgono le poesie a rima baciata.

Altro rimatore é stato l’avvocato Salvatore Garlisi, forse l’unico i cui versi, compresi quelli satirici, sono stati raccolti in volume. Nel 1996, dopo la sua morte, il nipote ha stampato a Milano il libretto “Il vento e la luna. Versi racalmutesi“, in omaggio allo zio. “Non era un poeta Totò Garlisi: ha raccontato in rima delle storie, ha affidato ai versi delle riflessioni”, scrive Lillo Garlisi nella breve prefazione. “Nei suoi scritti c’è l’amarezza e l’allegria, la solitudine e l’amicizia, l’affetto per le persone care e il disprezzo per i profittatori, il gusto e il piacere dell’osservazione e il lucido realismo della ragione. C’è un uomo. E c’è, immanente, Racalmuto: a volte attore protagonista, più spesso teatro innominato di storie che si dipanano tra malinconiche meditazioni e guizzanti, sarcastiche sferzate. C’è la storia del piccolo, grande paese con cui Totò ha vissuto, quasi in simbiosi, due terzi di questo secolo”.

Se “Le parrocchie di Regalpetra” sono il romanzo di un paese negli anni Cinquanta, segnato da quell’ironia sciasciana che attiene tanto allo spirito racalmutese, queste poesie, molte delle quali conservate nella biblioteca del Circolo Unione, rappresentano quasi la materia prima e originaria di quell’anima scettica e disincantata dei racalmutesi che ieri come oggi credono ancora nel colpo di penna, nell’inchiostro nero sulla nera realtà, che come un colpo di spada divide il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso.

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