Quando lui ti dice: “Ti ho passato l’aspirapolvere”

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Gli uomini spesso non pesano le parole, le dicono e basta

Valeria Iannuzzo

È indiscutibile, le parole hanno un senso, un peso, un significato profondo, anzi profondissimo. Sorrisi ed emozioni non dovrebbero mai deviarci, facendocene sottovalutarne lo spessore, l’importanza, la capacità. Dunque state attente, siate concentrate, prestate la massima attenzione a ciò che i vostri fidanzati/compagni/patners/mariti vi dicono durante i primi mesi di convivenza, perché le loro parole potrebbero orientare il vostro futuro in una direzione piuttosto che in un’altra.

Gli uomini spesso non pesano le parole, le dicono e basta. Lasciano fluire i loro pensieri così come li hanno concepiti. In quello che esprimono c’è un solo senso. Difficilmente usano l’ironia. Pertanto se dicono che una cosa gli garba, vuol dire proprio quello e basta. Noi donne, invece, siamo più sottili, acute, complicate. Per cui quando diciamo qualcosa non è mai del tutto circoscritta, può sempre essere rielaborata, rivista, corretta, reinterpretata.

Se vostro marito, per esempio, vi dice: “Tesoro, ti ho passato l’aspirapolvere.” per la maggior parte del genere maschile questo potrebbe essere motivo di gioia, vanto, orgoglio. Per noi donne non è affatto così.

“Cosa hai fatto? Mi hai passato l’aspirapolvere? Spiegami, non ho capito bene. Forse l’aspirapolvere è di mia esclusiva proprietà visto che ogni mese le rate vengono accreditate sul mio conto corrente? Oppure, sul nostro contratto prematrimoniale c’è una clausola che specifica che in caso di separazione o divorzio l’aspirapolvere verrà affidata alle mie cure? O ancora meglio, considerato che da atavica memoria pulire il pavimento è un dovere delle donne, forse passando l’aspirapolvere mi hai concesso il tuo preziosissimo aiuto?”

Ecco, a questo punto, nella mente di qualsiasi uomo potrebbe ingenerarsi un blackout. Intanto perché in pochi secondi gli sono state poste troppe domande. Ricordatevi che gli uomini non hanno la capacità di elaborare più informazioni simultaneamente, non sono multitasking, riescono a rispondere ad un singolo quesito per volta. Potrebbero poi non capire affatto perché siete tanto arrabbiate, un po’ come fanno i cani quando tutti contenti vi portano in salotto l’osso dissotterrato in giardino: per loro è un’impresa eroica, non capiranno mai il danno che hanno causato al vostro tappeto persiano. Ed ancora, la furia delle vostre parole potrebbe condurli a chiudersi in un mutismo selettivo, che nel migliore dei casi amplificherebbe la vostra ira al punto da essere visualizzate come un toro che gratta le sue zampe sul pavimento mentre il fumo gli esce dalle narici.

Il caso più remoto è che vi dica che avete capito male, ovvero lui ha detto: “Tesoro, ho passato l’aspirapolvere.”, nient’altro. Ma neanche in questo caso gli andrebbe bene, perché la domanda più spontanea a questo punto sarebbe: “Hai passato l’aspirapolvere? Bravo! Adesso cosa facciamo? Facciamo partire un applauso?

Ma tu lo sai, mentre passavi l’aspirapolvere, cosa ho fatto io? No, te lo dico subito: ho svuotato la lavastoviglie, ho caricato la lavatrice, ho preparato la merenda ai bambini, ho pulito il bagno, ho messo sul fuoco il ragù e ho anche parlato al telefono con tua madre. Ecco, pensi proprio di meritartelo questo applauso?”

Vista così sembrerebbe che a questi poveri uomini non gliene vada bene una. In realtà le cose vanno in maniera diversa. Forse sono tante o troppe le cose che gli vanno bene. Forse sino a quando non comprenderemo a fondo il concetto di convivenza questi piccoli grandi drammi continueranno ad insinuarsi nelle nostre relazioni.

Convivere non vuol dire dividere spazi comuni, soccorrere chi è in difficoltà, prestare il proprio generoso aiuto. Convivere vuol dire condividere spazi, tempi, sogni, ansie, responsabilità, desideri. Non c’è nella convivenza una netta divisione di ruoli e compiti, c’è la collaborazione, c’è la tacita condivisione. Non è oggi stiro io e domani tu. Non è una settimana cucino e una tu. C’è un riconoscere il peso del lavoro e il sacrificio di ciascuno. C’è un venirsi incontro per affrontare al meglio i carichi domestici. Ciascuno fa ciò che sa fare meglio, cercando di alleggerire l’altro per non sovraccaricarlo. C’è il prendersi cura l’uno dell’altro.

Pertanto sino a quando un uomo penserà di concederti il suo prezioso aiuto in una qualsiasi faccenda domestica, che sia cucinare, lavare, stirare, aspirare, ricorda che non stai costruendo una relazione basata sulla condivisione, sul reciproco rispetto, sull’emancipazione. Stai scegliendo di stare accanto ad un uomo che ti vede ancora relegata ai ruoli domestici, indubbiamente utili e dignitosi, ma che solo le donne devono e possono svolgere.

Il tuo ruolo sarà paragonabile a quello di una matrona romana, madre di famiglia e regina della casa. Non credo che questa sia condivisione. Non credo che si tratti di convivenza. Dunque se un uomo in casa ti offre il suo aiuto, o peggio ancora sei tu a doverlo chiedere, hai due possibilità: accettarlo con rassegnazione o accompagnare il tuo uomo elegantemente alla porta.

Dimenticavo, c’è una terza possibilità: lo puoi rieducare. Non garantisco il risultato, ma ci puoi sempre provare.

 

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