Quando al paese di Grotte volevano cambiare il nome

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Il 24 ottobre del 1863 il Consiglio Comunale aveva deliberato di chiamarlo Garibaldi

Foto storica di Grotte

Maggio che sprizza colori, con i suoi intensi odori, leopardiano, un omaggio all’arte. Sensazioni sollecitate visivamente, impressioniste, difficili da scrivere e da descrivere, terreno scivoloso, piacere e sofferenza per poeti. Solo altre arti riescono nell’impresa: la pittura, la musica, quella vera, per dirla con Conte, che sa far ridere e aiuta a piangere.

La musica con i suoi grappoli di note, le linee melodiche e la profondità dei bassi, le variazioni, le multiformi cadenze, le sue pause, e poi il silenzio finale che ne dà compiutezza: come la morte alla vita. Arte della contrapposizione dell’animo, espressione alta del sentimento, altrimenti inesprimibile o anche velleitarismo per gli autori o gli interpreti: linea sottile tra la genialità e la follia. La musica e i musicisti, che tanto amano quell’arte che li porta ad unirsi tra loro, a conoscersi e riconoscersi, a far gruppo, di ogni misura e levatura, fino a transustansiarsi, nei paesi, più ancora in un tempo passato, nella banda: con la sua sfavillante allegria e l’estrema tristezza delle sue marce, spesso compagnoneria, con mille difficoltà nell’iniziativa e con l’ostinata determinazione, magari aiutata da mille sottili astuzie, di chi vuol farsene artefice.

E nel maggio odoroso del 1874, al mio paese, il capo della banda municipale, Giuseppe Vitello, riceveva, con animo grato, dalla Prefettura di Girgenti la notifica dell’approvazione, da parte del ministro dell’Interno, dell’istanza, poco tempo prima formulata, per la nuova divisa, di foggia militare com’era in uso all’epoca, ornata di sciabola.

Ed è  proprio tale approvazione di guarnire la divisa da musicante con la sciabola, in quel particolare periodo della storia locale, che fu il tempo dello scisma dalla Chiesa e momento di turbato ordine sociale e del sentimento, vicenda nella quale si ricorse anche all’impiego dell’esercito, che muove a perplessità. Vinta soltanto accedendo all’ipotesi per la quale soltanto la forza che la musica ha in sé sia stata tale da far superare ogni possibile burocratica difficoltà.

Ma lo stesso fausto esito non ebbe, poco più di un decennio prima, l’altra istanza del 24 ottobre 1863, questa volta del Consiglio Comunale che aveva deliberato il mutamento del nome del comune: da Grotte in Garibaldi. Deliberazione perorata da Vincenzo Simone quale tributo al generale per i suoi meriti e perché il comune con tale denominazione non avrebbe potuto patire alcuna confusione con gli altri enti del regno.

Ciò che attira l’attenzione è il fatto che a quella seduta del consesso civico parteciparono soltanto la metà dei consiglieri, rimanendo  nebuloso il fatto della consistente assenza di quelli che non si unirono alla proposta in onore dell’ufficiale che, senza gradi e senza esercito regolari, rimaneva nella storia per il suo cimento nella battaglia che conduceva all’Unità.

Non ritardò l’esito della Prefettura di Girgenti del 10 dicembre 1863, che comunicava: “ Inoltratosi rapporto al Ministero dell’Interno relativamente alla deliberazione del Consiglio Comunale di Grotte per cambiamento di denominazione dello stesso Comune, il sullodato Ministero ha fatto conoscere, che se nello interesse delle amministrazioni si pubbliche, che private, il Governo ha creduto conveniente d’invitare i Comuni omonimi a mutare la loro denominazione, si è però sempre astenuto dall’autorizzare cambiamenti nelle denominazioni degli altri comuni per non suscitare maggiori imbarazzi.  Quindi il succennato Ministero non crede sia il caso di dar corso alla deliberazione tendente a mutare l’attuale nome di Grotte, perciocchè la proposta modifica non è fondata sull’omonomia di alcun altro Comune del Regno, quale deliberazione si ritorna al Sindaco per conoscere i motivi che ne impediscono l’approvazione. Ciò di replica alla emarginata nota”.

Venerando Bellomo

E resta anche qui nebuloso cosa fossero particolarmente quei “maggiori imbarazzi”, se non a  ricercarne ragione nel Tommaseo dove si legge al relativo lemma: “Impedimento, Intrigo, Qualunque cosa dia scomodo o impedimento”. E l’impedimento quindi altro non poteva essere se non il fatto che non vi fossero casi di omonimia nella denominazione del comune.

Il prefetto dell’epoca il era Cav. Carlo Alberto Bosi, che è ricordato quale l’autore del canto risorgimentale  “Addio mia bella addio”. A sapere ciò, forse i sostenitori del Generale avrebbero dovuto usare la stessa astuzia che dicevamo a proposito degli artefici delle bande musicali: forse sarebbe bastato combinare il primiero nome con l’altro di un autore di canti risorgimentali, magari a quello di Paolo Giorza autore della “bella Gigogin”. Forse, è il caso di ripeterlo, il mio paese si sarebbe chiamato Grotte della Giorza.

Si ringrazia per la preziosa consulenza il Dott. Gianni Lombardo

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