Profumo di limoni e di lavanda

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Un racconto di Daniela Cavone

Stretta nel palmo della sua mano rugosa c’è la mia.

La guardo: è vecchia, scheletrica e tremante. Ha gli occhi piccoli, nascosti dalla polvere del tempo negli incavi del viso grinzoso, e la bocca che ricama un sorriso stanco ma per nulla forzato.CAMPI DI LAVANDA

Le narici si dilatano a ingurgitare aria e vita e, nel silenzio del mattino, il respiro affannoso risuona rumoroso. Un brivido mi percorre la schiena quando d’un tratto chiude gli occhi e per qualche istante si assenta completamente da me e dal mondo. Ho paura, paura di perderla, ma passano alcuni attimi e il suo indice raggrinzito si solleva ad indicare la finestra.

E’ ancora viva e desidera che le tende vengano spostate per far entrare la luce naturale. Mi rincuoro e sospiro, entusiasta della sua richiesta e sicura che i caldi raggi del sole faranno bene ad entrambe.

Nonna Ines. Centoquattro anni e tanta voglia di vivere, perché non è mai abbastanza.

Una strada infinitamente lunga alle spalle, ma che ancora va diritta tra i guardrail di una vita che non vuol finire.

L’amore non ha forma e non ha età ed oggi, guardandola, ne sono più che mai convinta. Nonna Ines sembra consumarsi lentamente come una candela che non vuole spegnersi e la cui fiamma brucia ancora viva e forte. Credo non le basti la strada percorsa, credo abbia voglia di percorrerne ancora, se non a piedi, almeno col cuore.

Ed io voglio accompagnarla, tenendola per mano sino all’ultima fermata.

“Ti va di chiacchierare, nonna?”

I suoi occhi si incollano sui miei ed è uno scambio di tenerezza ed energia.

“Cosa vuoi che ti racconti, bambina mia? Tutto è uguale a ieri, io sono sempre qua, sospesa tra il desiderio di restare e la necessità di andare”.

“Resta ancora, nonna”, la imploro, accarezzandole la guancia pallida e fresca.

“Per ora sì, lassù non mi vogliono, non ti preoccupare. Non sono ancora pronti a sopportare una vecchia arzilla e polemica come me”.

Ecco, riesce sempre a farmi sorridere. Lucida di mente e perfettamente consapevole della sua situazione.

“Lì dentro cosa si dice?”, bisbiglia curiosa mentre allunga la mano tremolante per cercare la mia pancia.

“Va tutto bene, nonna. E’ una femminuccia. L’abbiamo saputo ieri”.

“Ma che bella notizia. Brava. Stai facendo un buon lavoro. Si comincia ad essere mamma dal giorno in cui si scopre di aspettare un figlio, forse anche prima, e non si smette più”.

“Ti va di raccontarmi della tua gravidanza, nonna?”

“Oh, certo, bambina mia. Sono passati sessant’anni, ma è come se avessi partorito tua madre solo ieri. Sai quanto l’ho cercata, vero? Non arrivava mai. Poi è successo tutto proprio quando io e tuo nonno avevamo deciso di gettare la spugna. Nella vita accade sempre così. Tutto si realizza quando meno te l’aspetti”.

Mi metto comoda, mi tolgo le scarpe e mi accoccolo accanto a lei. Respiro forte il suo profumo delicato: sa di lavanda.

Comincia un racconto forte e commovente, che per quanto abbia già ascoltato in parte dalla bocca di mia madre, adesso fa tutto un altro effetto. La sua protagonista è la donna ultracentenaria che abbraccio mentre parla e il nostro essere così’ vicine, quel viaggiare all’unisono a ritroso nel tempo ci fa sentire straordinariamente forti e determinate. Lei, con la sua secolare storia alle spalle; io, con la mia strada tutta spianata verso il futuro.

Nonna Ines aveva appena fatto in tempo a confidare a nonno Alberto di aspettare un figlio, quando la morte era sopraggiunta a strapparglielo per sempre.

Era il 1948 e lui aveva vissuto entrambe le Guerre. Era entrato nell’Arma giovanissimo e vi aveva prestato servizio fino al terribile giorno, quando un commilitone gli aveva sparato al cuore, scambiandolo per un bandito. Non c’era stato nulla da fare.

E alla nonna l’avevano detto senza tanti giri di parole: “Alberto è morto ammazzato”.

Daniela Cavone

Daniela Cavone

Lei da quel momento in poi avrebbe cresciuto da sola la creatura che aveva in grembo, così tanto desiderata, e lui invece non avrebbe mai neppure saputo che si trattava di una femmina.

“Ah, piccola mia. Tuo nonno era un gentiluomo tutto d’un pezzo, con gli occhi azzurri come i tuoi. Era stato partigiano e sapeva cosa volesse dire resistere. Amava tanto i bambini e si faceva carico come poteva di quelli rimasti orfani durante la guerra. Ogni tanto ne portava uno a casa e mi chiedeva di cucinare per lui. Io lo facevo con amore, pur avendo tanta paura di affezionarmi”.

“L’amore non è mai abbastanza, diceva tuo nonno. E a quanto pare, lo abbiamo imparato tutti”.

Si stropiccia gli occhi adesso, nonna Ines. Come avesse ancora nella pancia la sua bambina e invece sono trascorsi oltre sessant’anni. Sul suo viso segnato si spalanca la commozione ed io la guardo, quasi riesco a toccarla.

Una lacrima le sgorga dagli occhi. Non riesce a scivolare, per quante increspature incontra sul viso.

Sembra di cristallo e racchiude tutto il dolore di una vita, misto alla gioia di averla vissuta nonostante tutto. E’ piccola e fragile, la mia adorata nonna, in questo letto troppo grande, ma ha lo sguardo di un amore che dura da cent’anni.

“Il giorno in cui è nata tua madre è stato l’inizio di una nuova vita per me. Qualcuno ha provato a portarmela via, facendomi credere che da sola non ce l’avrei mai fatta ad allevarla”.

“Oh, nonna. Questo non mi è mai stato raccontato”, rispondo incredula sistemandomi meglio accanto a lei. “Chi e per quale motivo voleva strapparti la tua bambina?”

“E’ una storia d’altri tempi, piccola mia”, continua lei con la voce tremolante.

“In Spagna, negli anni ’40-’50, durante il regime franchista, s’era diffuso il macabro commercio di bambini dichiarati morti ai genitori in seguito alla nascita e poi venduti alle famiglie seguaci di Francisco Franco. A sostenerlo c’erano gli ospedali, gli istituti religiosi e persino quelli dello Stato e le vittime erano soprattutto ragazze madri, disagiate, vedove come me. Tuo nonno era stato in Spagna numerose volte e in tanti, troppi, conoscevano la nostra storia, il nostro spasmodico amore per i bambini. Qualcuno aveva osato addirittura coinvolgerlo nella malefica rete del furto dei neonati, promettendogli soldi e ricompense di ogni tipo. Lui non solo era rimasto inorridito da tutto questo, ma si era attivato in ogni modo e con ogni mezzo per sollevare un movimento di difesa e protezione delle donne sole. Quando poi tuo nonno è morto, qualcuno ha pensato bene di vendicarsi con me, ma io e tua madre siamo state più forti di tutto”.

“La mamma non mi ha mai raccontato nulla di tutto questo”.

“Tua madre non poteva saperlo, era ancora nella pancia quando siamo fuggite ed io non gliel’ho mai raccontato, perché tutto quello che volevo era metterla dinanzi ad una lunga strada da percorrere senza l’ombra di ostacoli. Questo, da mamma, desideravo, consapevole che le difficoltà le avrebbe certamente incontrate da sola. Io avevo conosciuto dolori troppo forti, di cui ancora mi porto addosso l’odore, e fino ad oggi non ho mai avuto il coraggio di fargliene annusare neppure un po’. Sono certa puoi capirmi, con la tua stella nella pancia”.

“Certo, nonna. So perfettamente cosa vuoi dire. Ma ti prego, continua, raccontami. Cos’hai fatto quando ti sei accorta che qualcuno voleva portarti via l’unica figlia che avevi in grembo e per la quale avevi atteso così tanti anni?”

“Non so se ci crederai, ma è stato tuo nonno ad indicarmi la strada. Lo ha fatto una notte, apparendomi in sogno. Mi ha detto che dovevo fuggire, che qualcuno si stava attivando per portarmi via la creatura alla nascita. All’epoca si partoriva in casa, eppure volevano convincermi a farlo in un istituto di suore. Era già tutto organizzato. C’era una religiosa, infatti, che un giorno si era intrufolata in casa mia, con la scusa di aiutarmi a superare il dolore per la perdita di mio marito. Io ero talmente ingenua, che non avrei mai potuto pensare ad un complotto. Poi una mattina mi sono svegliata quando era ancora buio ed ho sentito forte l’istinto di fuggire il più lontano possibile per proteggere tua madre, la mia bambina. Non mi importava allontanarmi dalle viscere di Palermo, la mia città, e non m’importava neppure di farlo da sola. Ero immune dalla paura. Il suono delle sirene, le esplosioni, il rumore degli scarponi dei militari durante la guerra mi avevano temprata abbastanza e poi il funerale di Alberto era stata la prova più importante. Se ero sopravvissuta alla sue esequie, se dopo quella sera avevo visto sorgere il sole di un nuovo mattino, allora ero certamente in grado di superare tutte le notti a venire”.

Resto incantata dinanzi alla serenità con cui racconta la sua storia. Guardo le sue labbra muoversi delicate, a raffigurare, come il pennello di un pittore, le scene di una vita andata, ma ancora viva. Chiudo gli occhi e immagino di camminare al suo fianco su una strada lunga e diritta, tra campi assolati e profumati di lavanda. Qualche anno fa, quando lei era ancora in grado di camminare, siamo state in Provenza e di allora ricordo alla perfezione la musica ininterrotta delle cicale e l’odore dei savon, i saponi fatti artigianalmente. E’ stata lei a scegliere la meta, più volte prima di partire le avevo chiesto il motivo per cui mi volesse condurre proprio lì e mi ero sentita rispondere: “Vorrei che un giorno, quando non ci sarò più, venissi qui a respirare forte l’odore di lavanda. Sarà il mio modo di accarezzarti”. Non ho mai dato importanza a questa frase, ma adesso, mentre continua a raccontare la sua, la nostra storia, tutto si fa più nitido e chiaro.ALBERO DI LIMONI

“Ero incinta di otto mesi quando decisi di scappare e di rifugiarmi in Francia. Non lo dissi a nessuno, neppure a mia madre che, all’epoca era gravemente ammalata. Avevo una carissima amica che abitava a Valensole, un piccolo villaggio immerso in campi di lavanda senza fine. Mi fidavo di lei come di nessun altro. Ero certa mi avrebbe aiutata. Mi presentai a casa sua dopo un viaggio durato davvero troppi giorni per una donna all’ultimo mese di gravidanza.

Quando bussai alla sua porta, era un giorno di fine estate e faceva tanto caldo. Avevo ricopiato il suo indirizzo su un foglio stropicciato nascosto in una scarpa ed avevo viaggiato come una ladra, come una delinquente, terrorizzata dall’idea che i malvagi potessero identificarmi e portarmi via quanto di più prezioso la vita mi avesse donato. Tuo nonno era stato al mio fianco passo dopo passo. Questo lo so per certo.
Emil, la mia straordinaria amica, mi aiutò come poteva. Mi accolse nella sua casa e si prodigò a cercare un’ostetrica di fiducia che potesse accorrere al momento del parto. Tua madre sarebbe nata a casa sua e nessuno, per il momento, avrebbe dovuto saperlo. Questo era il piano, ma poi si sa….bambina mia…a volte non serve far progetti, tutto accade quando deve accadere.

Un pomeriggio eravamo a passeggio in uno di questi campi di lavanda, quando avvertii le prime contrazioni. Non erano quelle preparatorie, come si pensava, ma indicavano l’inizio di un travaglio che sarebbe stato brevissimo. Partorii infatti nel giro di due ore, su un letto morbido dalle lenzuola lilla: era una distesa di lavanda in fiore, il cui profumo attraversava le narici ed arrivava dritto al cuore.

Mi ritrovai tua madre sul petto, sporca di sangue e con il cordone ombelicale ancora attaccato. Le cicale in sottofondo e il sole che tramontava ad ovest. Emil era con me e fu di grande aiuto, più di qualunque altra ostetrica. Tornai a casa sua con le mie gambe, stringendo tra le braccia un fagottino meraviglioso che nessuno avrebbe più potuto portarmi via. Attraversavo questa strada lunga che sembrava non finire mai e mi sentivo felice. Quella bambina è tua madre, amore mio, e tu per me hai la stessa identica valenza, esattamente come la figlia che porti in grembo. Siamo legate dallo stesso cordone, nessuno potrà reciderlo mai, questo lo sai, vero?”.

Non trattengo le lacrime adesso e mi accarezzo la pancia, cercando di immedesimarmi per un istante in quello che nonna Ines deve aver provato.
Non è una favola quella che ho appena ascoltato, ma la storia della mia famiglia e la sua protagonista è la mia straordinaria nonna di centoquattro anni, fiera di aver percorso da sola una strada lunghissima, tortuosa e sconnessa.

“Non avrei mai pensato di arrivare così lontano, sai? Sono nata a Palermo nel 1910, nella borgata dell’Acquasanta vicino al cantiere navale che, con l’arrivo della guerra, divenne un obiettivo militare. Fummo costretti a trasferirci in un altro posto, un buco piccolissimo dove dormivamo in nove. Per un periodo brevissimo anche io riuscii a fare la bella bambina con le treccine e il vestitino a righe. Ho sotto il naso il profumo delle arance, dei limoni, dei mandarini e delle nespole, che a quel tempo rubavo dagli alberi con i miei fratelli. Poi ad un certo punto non ho più potuto essere una bambina e non ho più nemmeno potuto avere fratelli. La guerra ha distrutto ogni cosa, tranne l’amore per la vita e per la strada da percorrere verso un futuro che volevo vivere a qualunque costo. Ed eccomi qui. Ancora qui, esattamente dove volevo arrivare. Avere te qui a accanto a me, oggi, è la testimonianza più vera di una vita che si è compiuta nella maniera più felice”.

Si commuove nonna Ines, adesso.

Non ce la fa più a parlare. Comincia a balbettare e gli occhi le si riempiono di lacrime. Io le stringo ancora la mano tremolante, sentendo pulsare le vene in rilievo su una pelle ormai consumata dal tempo e dalla vita. Nonna Ines ha percorso una lunga strada fatta di curve, salite, buche, passaggi segreti ed insidie; con grande sensibilità e nobiltà d’animo è arrivata fin qui. Madre Natura le ha fatto il dono della bontà e di un pezzetto di terreno fertile nel suo cuore, che lei ha saputo mettere a frutto con tanta dignità e tenacia. Con il cuore ancora gonfio di emozioni forti, si prepara a compiere un altro viaggio che questa volta non avrà profumo di limoni, né di lavanda, ma solo quello della cenere di una vita sbriciolata dal tempo ma per sempre viva nel cuore e nella memoria di chi è venuto dopo ed ha avuto modo di conoscerla.

Io sono in prima linea, prontissima a mantenerne vivo il ricordo, affinchè nulla di ciò che ha fatto vado perduto e affinchè i semi d’amore da lei piantati riempiano la lunga strada di alberi stracolmi di frutti.

Andrò in Provenza ad annusare l’odore della lavanda e più forte penetrerà nelle narici, più caldo e forte sentirò l’abbraccio di nonna Ines, ovunque lei sarà.

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One Response to Profumo di limoni e di lavanda

  1. Daniel Cavone Rispondi

    23/11/2014 a 17:48

    Dedicata a nonna Gina, ultracentenaria che ancora vive…..e che non ha alcuna intenzione di abbandonare la” lunga strada”….della vita

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