“Professoressa, lei al mattino mio figlio me lo deve rianimare”

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Pianeta scuola. Gli studenti e il ritardo abituale. 

Angela Mancuso

Ci sono studenti che consacrano tutto il loro essere al ritardo abituale. Ne studiano le modalità, ne calcolano i tempi, ne mettono a punto le strategie per poi elaborare, impacchettare, confezionare e servire decorate, fantasiose e sovrumane  giustificazioni. “C’era traffico, mi si è fermato il motorino, la mamma mi ha svegliato tardi, c’è il buco dell’ ozono, l’inquinamento, l’Isis, la droga,  ho perso tempo sotto la doccia, la casa è stata devastata da un incendio”. Le scuse più esilaranti sono quelle legate allo studio. “Ma prof, mi sono alzata alle cinque per ripassare Manzoni, e mica potevo venire a scuola senza sapere se i Promessi Sposi alla fine si sposano!”. “Professoressa, sono andata a letto alle due di notte per finire la versione di latino”.

In realtà io, madre di due adolescenti, so benissimo che trascorrono parte della notte a messaggiare, chattare, whatsappare e instagrammare con amici, compagni, fidanzatini e fidanzatine. Comunque, i più fantasiosi nel reperire giustificazioni sono senza dubbio i genitori.

Qualche anno fa (insegnavo in una  scuola Media) una madre che accompagnava ogni giorno  la figlia abbondantemente oltre l’orario di entrata, alle mie proteste ribatté, fresca come una rosa, “ma professoressa, che ci posso fare se prima di venire a scuola deve guardare i cartoni animati?”. Inspiegabile. Innanzitutto non si spiega cosa mai possa far perdere tempo a ragazzi che si alzano e trovano chi gli prepara la colazione, chi gli lava e gli stira i vestiti, chi gli riassetta la camera e chi gli allaccia le scarpe. Per non parlare del fatto che nella maggior parte dei casi frequentano un istituto a pochi metri da casa. La pigrizia, tuttavia, pare averli ormai dominati e  avvolti nella sua cappa fumosa e invalidante.

Altro che entusiasmo, vitalità culturale e passione per l’apprendimento. Li vedi lì, al mattino, a trascinare stancamente i piedi con gli occhi ancora appiccicati di sonno, i capelli disfatti e il cervello talmente disattivato che occorre aspettare almeno fino alle dieci prima che si ripristini il collegamento. Una volta una madre, riferendosi al figlio che non si riattivava neanche alle dieci, ebbe a dirmi: “E professoressa, lei al mattino me lo deve rianimare!”.

Comunque, io qualche soluzione ce l’avrei. Suggerisco, ad esempio, ai ritardatari cronici di  comprare casa proprio di fronte alla scuola e di fornirsi  di un dispositivo a propulsione che al mattino li lanci in classe,  direttamente sul loro banco. Per gli sconnessi e i disattivati, invece, occorre l’intervento della scuola. È sufficiente  acquistare uno di quei marchingegni clinici che inviano scariche elettriche e piazzarlo all’entrata a distribuire qua e là qualche salutare scossettina. Del resto, visto che dobbiamo rianimarli…

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