Precari: 2000 in bilico

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Il recente emendamento approvato alla Camera non “sana” la situazione dei dipendenti a tempo determinato di quegli enti in dissesto o pre-dissesto finanziario. Se al Senato non si trova una soluzione anche per loro, rischiano di trovarsi, dal 31 dicembre, senza lavoro. L’articolo di Accursio Sabella su livesicilia.it

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Per loro, ancora, la proroga non c’è. Per la verità, ancora la proroga non c’è per nessuno dei 24 mila precari degli enti locali. Ma quantomeno, per la stragrande maggioranza di loro, lo spiraglio è stato ampiamente aperto da un emendamento presentato dal Pd e approvato alla Camera nei giorni scorsi, primo firmatario l’ex presidente della Regione Angelo Capodicasa.

Ma quell’emendamento alla legge di stabilità nazionale che interviene modificando alcuni passaggi del “decreto D’Alia” sulla pubblica amministrazione approvato nel 2013, ha un carattere generale. E consente, in linea di massima, di spostare alla fine del 2015 la scadenza inizialmente prevista per il 2014. Tra 25 giorni, infatti, sarebbero scaduti i contratti delle migliaia di lavoratori che in certi casi rappresentano l’ossatura di Comuni e Province. La proroga consentirà loro di respirare, in attesa di trovare la strada per la stabilizzazione.

Ma quella proroga, come detto, al momento non garantisce tutti. In particolare, circa 1.800 di questi precari, stando così le cose, non sono “coperti” dall’emendamento Capodicasa. Si tratta di tutti quei lavoratori che fanno parte dell’organico di enti locali che hanno già inoltrato al dipartimento regionale delle Autonomie locali, la domanda di “dissesto” o di riequilbrio, cioè di pre-dissesto.

Per questi Comuni, infatti, stando ai principi previsti dal decreto D’Alia, non è possibile procedere non solo alle assunzioni, ovviamente, ma anche al rinnovo stesso dei contratti. E proprio per questo motivo, si sta pensando a una soluzione da mettere nero su bianco a Palazzo Madama.

Tra i Comuni al momento impossibilitati a prorogare i contratti dei precari, anche un capoluogo come Catania, oltre a grossi centri come Bagheria, Cefalù e Augusta e Milazzo. Quest’ultimo è l’unico Comune del Messinese ad avere già avanzato domanda di dissesto finanziario. Gli altri sono quelli di Aci Sant’Antonio, Caltagirone e Santa Venerina in provincia di Catania, Bagheria in provincia di Palermo, Comiso e Ispica in provincia di Ragusa.

Oltre a questi, anche i comuni che hanno chiesto un “riequilibrio finanziario”. Che si trovano, insomma, in uno stato di “pre-dissesto”. Si tratta di Casteltermini, Racalmuto e Ribera in provincia di Agrigento; Giarre, Riposto, Scordia e Tremestieri etneo nel Catanese (oltre, come detto, al capoluogo); Capri Leone, Castelmola, Ficarra, Giardini Naxos, Militello Rosmarino, Mirto, Sant’Agata di Militello, Scaletta Zanclea, Terme Vigliatore e Tortorici in provincia di Messina; oltre a Palermo e Cefalù, poi, nella provincia del capoluogo i comuni in dissesto o pre-dissesto sono quelli di Caccamo, Monreale e Montelepre; infine, oltre ad Augusta, nel Siracusano è in difficoltà anche il Comune di Avola.

La situazione più pesante, come era prevedibile considerato il numero di residenti in quel Comune, a Catania, dove “rischiano” 196 impiegati precari. Ma, date le proporzioni, è un Comune assai più piccolo come quello di Casteltermini a rischiare di subire i contraccolpi di una eventuale mancata proroga: non solo per i 120 lavoratori che rischierebbero di trovarsi in mezzo a una strada dopo tanti anni, ma anche perché il Comune sarebbe pesantemente decimato. Molto critica anche la situazione di Calltagirone (118 i precari in bilico), Milazzo (150), Comiso (102). Per tutti questi, e tanti altri non c’è ancora proroga. E non c’è, a dire il vero, nemmeno un emendamento. Ci proveranno i senatori siciliani, a Palazzo Madama. Ma adesso il tempo stringe. E sia avvicina il baratro.

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