Porto Empedocle, Torre di Carlo V: una storia ancora da scoprire

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Costruita per difendere il commercio e quindi gli interessi della Corona, era la fortezza più importante di tutte quelle che componevano il sistema di difesa della Sicilia sud orientale. “La strage dimenticata” e i segreti che dovevano morire nella pancia della Torre.

Porto Empedocle, Torre Carlo V

Molo di Girgenti, Borgata Molo, Sottoposto Molo questi erano i nomi con cui gli agrigentini definivano quella borgata di poche migliaia di anime cresciuta a pochi chilometri dalla città alle spalle un costone marnoso che la proteggeva.

Fu il commercio a dar vita a questa borgata e dai nomi sopra elencati è facile comprendere come la pastosa burocrazia agrigentina avesse delle grossissime difficoltà a comprendere i cambiamenti in atto che da li a poco portarono ai moti insurrezionali e all’Unità d’Italia.

Porto Empedocle, così come ci scrivevano Dominique Vivant Denon e Luigi Pirandello a distanza di un secolo l’uno dall’altro, aveva un carattere totalmente diverso dal vicino capoluogo, un carattere che si è strutturato nel tempo grazie anche alla distanza che intercorreva con il suo centro e grazie anche a quella Torre che ne ha sempre difeso la costa e le attività umane.

La torre è il primo insediamento di Porto Empedocle, costruita per difendere il commercio e quindi gli interessi della Corona. La fortezza è la più importante di tutte quelle che componevano il sistema di difesa della Sicilia sud orientale. Il sistema di difesa siciliano era costituito da un corollario di piccole torri, bastioni e fortezze che occupavano tutti i promontori dell’isola e costruite per comunicare l’una con l’altra così da avvistare l’arrivo degli invasori. Nel tempo ha subito diversi interventi di manutenzione e proprio nella seconda metà del ‘400 era restaurata per ordine del Viceré Vega affidandone l’incarico all’Ing. Ferramolino morto prima dell’inizio dei lavori.

Nella seconda metà del ‘500 il Parlamento siciliano incaricava l’Ing. Camillo Camilliani di eseguire una verifica di tutto il sistema di difesa siciliano e lungo il suo viaggio, arrivato sulla rada empedoclina, scriveva di una torre, da poco restaurata molto solida e ben costruita, quindi è lecito presumere che il restauro dell’Ing. Ferramolino, nel frattempo, era stato portato a compimento.

All’interno della Torre Carlo V, nelle celle sotterranee, è possibile visionare i pannelli con i disegni del Camilliani che ne restituiscono un’immagine dettagliata e molto fedele di come poteva apparire il bastione in quel periodo.

Con il tempo ovviamente gli attacchi barbarici andavano diminuendo, il caricatore Empedoclino diventava sempre più sicuro e quindi chi vi lavorava non sentiva più la necessità di rientrare dentro le mura di Agrigento e cominciava a stanziarsi nei pressi del caricatore di legno che a quel tempo si trovava presumibilmente dove adesso c’è la Piazza Italia.

Un mediterraneo più sicuro dagli attacchi barbareschi finiva con il favorire i rapporti commerciali e in questa fase storica il Vescovo Gioeni sente la necessità di fornire la città di Agrigento di un porto adeguato alla mole del mercato del grano in piena crescita.

Il Vescovo individua il sito dove costruire il nuovo porto, li dove sorgeva il vecchio emporium greco, ossia nelle vicinanze del molo di San Leone. Ma il re Carlo III volle incaricare l’Ing. Savalsa di effettuare delle analisi al fine di individuare il sito più idoneo ad ospitare la struttura. Savalsa suggerì cosi al Re, di realizzarlo a 3km più a ovest dall’emporium, ovvero nel golfo difeso dalla Torre Carlo V. La costruzione ebbe inizio nel 1749 e fu inaugurato nel 1763 sotto Ferdinando I.

Le maestranze che giunsero da tutta Europa si stanziarono alle spalle della torre ai piedi del costone marnoso e diedero vita al primo nucleo abitato del Borgo di Girgenti, futura Porto Empedocle.

Danilo Verruso

Negli anni della Rivoluzione Industriale, la richiesta di zolfo di cui l’entroterra agrigentino ne era ricchissimo, trasformò radicalmente il nostro paese e se in Europa l’Ancient Regime e l’aristocrazia facevano i conti con una nuova classe sociale motivata e desiderosa di arricchirsi, la borghesia, al Molo di Girgenti, gli inglesi e i francesi iniziano a costruire nuovi stabilimenti di raffinazione dello zolfo. Il Sottoposto Molo comincia ad assumere maggiore autonomia rispetto ad una Agrigento clericale e governata dal potere borbonico. Tali tensioni causate dalla richiesta sempre maggiore di libertà dei borghesi empedoclini, così come in parte accadeva nel resto della penisola, porterà all’autonomia della Borgata dalla  sua città natale. Nel 1853 Porto Empedocle diviene Decurionato Autonomo per editto di Ferdinando I con il nome di Molo di Girgenti. Solo nel 1863 cambierà nome in Porto Empedocle e non è assolutamente un caso che il nostro piccolo centro anticipi di otto anni, con le sue battaglie indipendentiste, i moti rivoluzionari che portarono all’Unità D’Italia.

Durante le Guerre d’Indipendenza si verificano i drammatici fatti raccontati da Andrea Camilleri ne “La Strage Dimenticata”: nel 1848 i siciliani insorgono e pochi erano i baluardi borbonici rimasti a difesa del potere borbonico  tra cui la Torre di Carlo V. La torre fu cosi presa d’assedio dai rivoltosi ed era nelle mani di Sarzana con circa 117 detenuti che ribellandosi furono uccisi con dei mortaletti nelle fosse oggi stanze dei cannoni. Andrea Camilleri fa una attenta analisi dei fatti e dei motivi che probabilmente portarono a stendere un velo di silenzio sulla Tragedia. Così partendo dal Marullo che attribuisce ai fatti tragici ragioni di carattere incidentale, da “La strage dimenticata”, dello scrittore empedoclino trapelano, altre ipotesi di carattere politico da un lato e dall’altro, forse, la necessità di dover nascondere segreti, soprusi e misfatti che dovevano morire nella pancia della Torre Carlo V.

 

 

 

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