Piscine di miele

da | 13 Feb 22

Il racconto della domenica

Lucia Alessi

Io non so scrivere. Non ho mai saputo scrivere storie e questa non ha neanche un finale. Almeno per ora. Ha solo due nomi. Anna e Mario. I nostri nomi.

Eppure era lì la mia storia. Scritta rigorosamente con inchiostro blu . Aspettava solo di essere raccontata .

Marrone

Era scritta in quegli occhi color marrone e in tutte le sue sfumature . Li vedevo riflessi nello specchietto mentre Mario guidava per arrivare in ospedale .

Se solo ripenso a qualche giorno prima. Tutto normale: casa , lavoro, soliti ritmi, solite abitudini. Mille impegni e poca attenzione a piccoli segnali di disagio .

Poi in meno di 10 minuti era cambiato il senso della vita. Una diagnosi. La peggiore. La più grave. Il medico decise che la prima persona a saperlo dovevo essere io e a me era delegato il compito di dirlo a Mario. Panico. Un sottofondo fatto solo di palpitazioni. Telefonate, silenzi, lacrime. Valigie. La scelta di partire. Per salvare il salvabile. Per affidarsi alla scienza. Per dare una spinta alla speranza dentro quei corpi congelati dalla paura .

Castano

Dentro quella macchina c’era un mondo incompleto e gli occhi di Mario cambiavano colore. Tre persone mute i cui silenzi esplodevano dentro come bombe. Un piccolo abitacolo pieno di punti interrogativi, di respiri corti e battute ironiche buttate a caso per sdrammatizzare le lunghe pause dense di terrore.

Provavo a guardare fuori dal finestrino. Bellissima la città. Una città amata da sempre. Vissuta da tutti e scelta come luogo di studio e di vita. Provavo a distrarmi dai pensieri ma loro si imponevano come più forti e mi  dicevano: “Guardalo, guardalo. Ha bisogno di vedere che lo stai guardando. Ha bisogno di incrociare i tuoi occhi per sentirsi a casa. Ha bisogno del tuo sguardo per sentirsi protetto”.

E anche se non volevo e mi costringevo a guardare la confusione della città, quegli occhi mi chiamavano.

Ambra

Era quel colore ambrato che mi attraeva come una calamita. Quel colore che sapeva di buono. Come tutto nella sua vita. Lui era così: candidamente uomo. Un cuore pieno di mille fragilità e perennemente in lotta con le sue debolezze.

Sincero fino a perderci il cuore e testardo tanto da superare ogni ostacolo, senza mai perdere la tenerezza. Perfettamente imperfetto .

Ho il ricordo di una sua foto da bambino. Avrà avuto forse un anno o due. Capelli con le codine e due occhi enormi, immensi che cercavano risposte e si ponevano mille domande già da allora.

Quel ricordo mi fece sorridere e fu proprio quel ricordo a farmi spostare lo sguardo in direzione dello specchietto. Una frazione di secondo e i nostri sguardi si incrociarono. Pieni di pudore e di tenera malinconia. Non duró tanto ma bastò per rassicurarci . Eravamo lì, non eravamo pronti a nulla, eravamo diretti verso un’incognita paragonabile ad una tempesta. La sensazione del “ senza ritorno” o di un “ritorno senza più certezze” si avvicinava man mano che la vista dell’ospedale diventava sempre più nitida.

Miele 

Cominciava una storia nuova, un racconto diverso, una narrazione lenta. Fu in quell’attimo che un raggio di sole accarezzó gli occhi di Mario intento a guidare. Non so spiegare a parole quello che accadde. Avete mai visto gli occhi marrone toccati dal sole? Diventano piscine di miele dentro cui costruire sogni. Colore d’incanto e riflessi dorati. Quel particolare cambio di colore stava cercando di riscaldare il cuore di entrambi, mentre gli occhi diventavano lucidi perché volevano scoppiare in un pianto folle, a dirotto, senza smettere per almeno mezz’ora.

Era uguale per me e per lui quella sensazione: lacrime da versare e voglia di scappare via da tutto. Ci sentivamo incapaci di affrontare quello che di lì a poco avrebbero comunicato. Eppure dentro quella piscina di miele ci sentivano al sicuro come nel ventre di una madre eterna.

Ruggine 

Arrivati in ospedale l’aria era cambiata. Tutto appariva più cupo. Avevamo sulla pelle la sensazione di un viaggio lunghissimo ma in realtà era durato poco. Il tempo di rievocare, assaporandoli, piccoli momenti del passato.

Una foto sulle scale. Il primo ricordo ospedaliero immortalato .

Primo piano, padiglione b. Sala d’attesa e poi il suo nome che risuonava tra le casse di un altoparlante. La visita medica. Io che forzo le rigide regole dell’ospedale ed entro a sentire la dottoressa . Ogni parola era pronunciata con generosa  competenza e delicata autorità. La diagnosi confermata. Impronunciabile la malattia. Ricovero previsto, lunghi mesi di terapia. Nessuna informazione su una possibile guarigione. Usciti da quella porta cominciava un mondo nuovo con un ritmo diverso: più lento, fatto di attese, di pause, di responsi. Era cambiato tutto. Quella tempesta era diventata un uragano. Forte, potente. Ti trascinava via come niente e ti faceva sentire niente. Senso di impotenza e solitudine. Era cominciata anche la paura del contatto. Eravamo diventati due cristalli fragilissimi. Ognuno temeva di poter mandare in frantumi l’altro anche con una semplice carezza. Restava solo lo sguardo . Quegli occhi che si guardavano e si capivano in un secondo . Quegli occhi che continuavano a cambiare colore per ogni emozione. Quegli occhi determinati e veri che avevano una fottuta paura di non rivedersi mai più. Quegli occhi che cercavano il sole per diventare piscine di miele ma adesso erano diventati di un colore simile alla ruggine.

Terra

Il ricovero due giorni dopo. Altro viaggio. Questa volta su un mezzo pubblico. Altra foto davanti le scale. Secondo piano, padiglione b.

Poche stanze, pochi ospiti, poche visite ( una volta al giorno per 15 minuti) .

Non mi fecero entrare per accompagnarlo in stanza . La pandemia non permetteva ingressi oltre un certo orario.

Dovevamo salutarci in corridoio. Non ne eravamo capaci . Farlo fu come strapparsi una parte del proprio corpo con la conseguenza di un dolore cosi profondo da togliere il fiato .

Vedevo solo i suoi occhi colore terra che cercavano i miei e si chiedevano se mai sarei tornata e se sarei riuscita a farlo ogni giorno, perché, forse, lui non ne sarebbe stato capace. A quella domanda risposi a voce alta dicendo che, non solo sarei tornata tutti i giorni ma, sarei anche rimasta in sala d’attesa fino a quando sarebbe servito. Non dovevamo smettere di vivere solo perché avevamo paura di morire .

Smeraldo

Adesso Mario era in stanza e mi descriveva tutto quello che stava facendo. Avevamo attivato la modalità video-chiamata. Io vedevo attraverso i suoi occhi che, per una strana combinazione di luci , sembravano color smeraldo. Una tonalità vicina al verde. Una coincidenza particolare che richiamava la speranza. Io stavo tornando a casa e a farmi compagnia la sensazione destabilizzante di essere inciampata nel vortice della solitudine .

Dovevamo imparare a dare senso al tempo anche in luoghi diversi . Non so se fu perché ci avevano separati ma quasi in automatico decidemmo di scriverci la veritá delle nostre emozioni. Quelle verità che ti salvano la vita quando sai di trovarti sul ciglio di un burrone.

Cominciai io come in ogni cosa:

– Ritornerai ad essere meglio di prima.

– Ce la metteremo tutta.- rispose.

– Ti devo riportare a casa. Promesso.

– Assieme. Sempre.

Sono passati mesi da quel messaggio. Io sono sempre qui nella sedia all’angolo della sala d’attesa, sto ancora provando a scrivere (ma non sono poi così capace) e la mia storia continua a non avere un finale. Ha solo i nostri nomi Anna e Mario e uno strano titolo color dei suoi occhi.

Piscine di miele.

6 Commenti

  1. Angela

    Bello e tenero come la tua anima.

    Rispondi
    • Alessia S.

      Un arcobaleno di emozioni. Complimenti

      Rispondi
      • Giuseppe Cuschera

        Passi di anime dentro un vortice inaspettato. In attesa della luce.

        Rispondi
  2. Luisa

    Tu tocchi l’anima, sempre. Sei speciale.

    Rispondi
  3. Antonio Liotta

    Carissima Lucia Alessi.. permettimi di dire che il tuo racconto è struggente, ricco di pathos, di sensazioni ed emozioni che vanno oltre il dato letterario, alla struttura del racconto. Questo racconto è testimonianza, è vita, è Amore. Grazie per avere condiviso con noi lettori questa tua ‘meraviglia’ narrativa.

    Rispondi
  4. Antonino

    Abbiate fede, andrà tutto bene. ❤️

    Rispondi

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