Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non. Venti dall’Est

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Tutti in paese lo chiamavano il “Circolo dei cinque vedovi”.

Dietro il vecchio banco di legno scuro Antonio Scomazza era immerso in pensieri ancora più scuri del legno. Ogni tanto buttava un’occhiata preoccupata sui tre soci seduti al tavolo verde in fondo alla sala, l’unica ancora in uso delle diciotto fra stanzone, stanze e stanzette che costituivano il palazzotto nobiliare da tempo immemorabile sede del Circolo Unione. Ecco quello che restava del Circolo, vanto di San Gioacchino dei Normanni. Tutti in paese lo chiamavano “Il Circolo dei Cinque Vedovi” perché fino a pochi giorni prima i soci erano cinque, tutti tornati liberi in varie epoche per la dipartita della rispettiva compianta Signora. Poi il cavaliere Buttitta era stato ricoverato a Palermo per una aritmia cardiaca che le malelingue dicevano causata da un abuso di riviste osé, e la briscola in cinque era stata immediatamente sostituita dallo scopone scientifico.

E ora il sindaco Gioè, proprio lui, sempre puntuale come la morte, era in ritardo alla partita delle undici. Se moriva pure quello, era la fine: perché il sindaco era riuscito a fare dichiarare il Circolo Unione patrimonio storico del Comune, e ogni anno faceva stanziare in bilancio quello che bastava per fare campare il Circolo con annesso Scomazza. Morto il sindaco Gioè, morto anche il Circolo, e lui si sarebbe ritrovato a cinquant’anni solo e con il culo per terra.

Al tavolo c’era agitazione, e il motivo era lo stesso…

– Ma che minchia… fa… il signor sindaco? –  si lamentò l’ottantenne farmacista Fragalà, detto “Lampa” per via della testa calva a forma di lampadina, tirando furiosamente la pipa sempre in procinto di spegnersi.

– Mezz’ora di ritardo e poi ci scassa ù patri d’i piccirìddi a tutti quando ritardiamo di cinque minuti… sottolineò acido il dottore Mezzalira, medico, settantacinque anni, capelli marrone faidatè.

– Se ci lascia pure lui giochiamo con il morto. Io ci sono abituato… fece allegramente Filippo Vitrano, e tutti i presenti al di qua e al di là del bancone si grattarono immediatamente. Il magrissimo ragioniere Vitrano era proprietario dell’unica agenzia funebre di San Gioacchino dei Normanni, si vantava sempre con gli altri soci di essere in fondo alla lista d’attesa avendo solo settantatrè anni e si diceva che portasse iella. Lui ne godeva e si vestiva sempre di gessato scuro.

Fragalà gli puntò la pipa: – Statti zitto, che l’ultima volta lui ha detto che quest’anno non si era preso neanche un raffreddore e tu hai detto “Oggi stiamo bene ma domani non si sa”. Quando parli tu c’è da spaventarsi. Talìa, pure ’a pipa s’astutò.

– Pensa a te che chissà quanti clienti mi hai procurato con le schifezze che pesti nel retrobottega.

– La mia è una farmacia, non è una bottega–  rimbeccò offeso il farmacista –  e poi io non pesto più da un pezzo. Povero Circolo Unione con che soci ti sei ridotto…

La ragguardevole massa del sindaco Gioè irruppe nel Circolo quasi di corsa.– Scusate il ritardo!

– Finalmente!

– Con comodo, eh?

– A quest’ora si viene? Antò, le carte.

Antonio era già scattato fuori dal banco e aiutava il sindaco a liberarsi del cappotto e della sciarpa saltellandogli attorno, felice di vederlo vivo.

– Eravamo in pensiero, signor sindaco.

– Io no–  fece il ragioniere Vitrano provocando una furtiva grattata del Primo Cittadino che accomodò sbuffando i suoi novantacinque chili sulla sedia di fronte a Fragalà.

Antonio arrivò di corsa con le carte. – Che posso servire?

– Che abbiamo di forte?–  chiese il sindaco. Lo disse in un modo strano, e tutti lo guardarono.

– Ci sono novità di Totò Buttitta.

Pausa.

– Murìu? Senza passari ’nni mia?–  chieseVitrano.

– Peggio.

Pausa.

– Amunì Nofrio–  sbottò Mezzalira –  non ci fare stare così. Che è successo?

Il sindaco Onofrio Gioè si decise.

– Mi ha telefonato mezz’ora fa da Palermo. Gli hanno messo un pacemaker. Lo tengono un poco in osservazione e poi lo rimandano a casa.

– E questo è “peggio di morire”? Ma che vuole dire?

– Vuol dire che secondo me da questo momento Totò Buttitta si dovrà riguardare. Niente incazzamenti. Insomma, io dico che qui non si vede più. Finito. Niente più briscola in cinque.

– E vabbene, e che ci fa, pure lo scopone è bello… azzardò Antonio da dietro il banco.

Si girarono tutti a guardarlo senza una parola.

– Scusate, mi è uscito dal cuore–  mormorò il povero Antonio, rosso e confuso, dando inizio a una frenetica lucidata del banco.

– Che si fa?–  fece il dottore Mezzalira.

– E che… possiamo… fare? –  disse il farmacista Fragalà moltiplicando gli sforzi sulla pipa.

– Se questa è la vita, meglio la morte–  sospirò il ragioniere Vitrano dando il via a una salva di rimestamenti intimi.

Fu il sindaco Gioè a prendere le redini della situazione:– Lasciamo passare qualche settimana e se non si fa vedere lui lo andiamo a trovare a casa noi. E per sì e per no ci portiamo le carte.

Il cavaliere Buttitta non rispondeva al telefono, non usciva di casa, si faceva mandare la spesa. Quando i quattro amici gli fecero sapere con un biglietto che volevano andare a fargli visita, il cavaliere si limitò a comunicare con un biglietto ai Signori Soci del Circolo Unione che “causa i recenti fatti non voleva vedere nessuno”. Quando una brutta influenza colpì mezzo paese, migliorando notevolmente la posizione finanziaria del ragioniere Vitrano, si temette il peggio. Ma lo stesso ragioniere confermava ogni giorno agli altri soci con un secco “ancora da me non si è visto” che il cavaliere Buttitta rimaneva fra i vivi.

– E cu ci l’havi a ammiscari ’a ’nfluenza, ca stu poviru cristianu nun vidi mai a nuddu–  fu l’unico commento di Antonio.

Così quando, dopo sei mesi, arrivò al circolo un biglietto con cui il cavaliere Buttitta invitava “i Sigg. Soci ed Amici, nonché il fido Antonio, per importanti comunicazioni, Giovedì 18 p.v. alle ore 11:00”, la sorpresa fu generale. Importanti comunicazioni? E che c’entrava “il fido Antonio”, che va bene che era fido, ma sempre cameriere era? Il cavaliere non ci stava più con la testa? Forse sentendosi prossimo all’estremo viaggio voleva fare un lascito al Circolo? O si voleva fare solo una briscola in cinque come ai vecchi tempi, con Antonio che serviva l’aperitivo?

Il Giovedì 18 p.v. arrivò, le 11:00 pure, e i quattro Soci del Circolo Unione si ritrovarono schierati dietro la porta del cavaliere Buttitta. Un passo dietro ai Signori Soci, Antonio reggeva a due mani una cassata confezionata nell’elegante carta bianca e rossa del Bar Pasticceria Roma.

Il Primo Cittadino di San Gioacchino dei Normanni premette il pulsante di ottone lucidato dall’uso del vecchio campanello.

La porta si aprì.

Cinque bocche si spalancarono e dieci occhi rischiarono di uscire fuori dalle orbite.

Bionda, alta, occhi azzurri, incredibilmente bella, con due… insomma, bella come il sole, bella da tempesta ormonale, bella da fare perdere la testa. Sembrava uscita dal paginone centrale di uno dei Playboy su cui avevano investito i risparmi in gioventù.

La voce era calda e piacevolmente gutturale: – Buona sera, accuomodatevi.

La creatura richiuse la porta, sorrise, sospirò uno sconvolgente “Priego” e si avviò seguita da cinque maturi zombie con gli occhi puntati sul fondo schiena, due semisfere che ogni passo animava di vita propria.

Il cavaliere li aspettava nel salotto buono seduto in poltrona accanto ad un tavolo rotondo, in giacca e cravatta, la faccia tutta salute e un sorriso a trentadue denti troppo perfetti. Fotografie e ninnoli erano stati trasferiti per l’occasione su una credenza e attorno al tavolo sgombro c’erano sedie per tutti.

– Avanti, avanti, accomodatevi! Scusate se non mi alzo, tutti siete venuti, che piacere… pure il nostro Filippo Vitrano c’è… (mano sotto il tavolo). Guarda guarda, pure il nostro Antonio, Antò chissidici?

Antonio fece un cenno con la testa che poteva dire qualsiasi cosa intanto che guardava alloccuto l’incredibile visione scomparire dalla scena.

Il sindaco Gioè fu il primo a riaversi: – Antò dai la cassata al cavaliere. Antò. Antonio!

Antonio si riscosse e poggiò il pacco sulla tavola.

– Ma perché vi siete voluti disturbare… grazie, vediamola sta cassata.

Antonio aprì il pacco e ne venne fuori una meraviglia di cassata, decorata a regola d’arte con un trionfo di frutta candita.

– Eh, c’è poco da fare, le cassate del bar Roma sono uniche. Che fa l’assaggiamo?

– No grazie, la glicem… –  fece il farmacista Fragalà, zittito da un calcio del dottore Mezzalira.

– No, grazie… e che facciamo? “L’asino porta la paglia e l’asino se la mangia?”–  aggiunse il sindaco, troppo lontano per essere raggiunto dal piede del dottore.

– E invece io l’assaggio–  fece Mezzalira guardando gli amici in faccia con intenzione e marcando le parole – io mi faccio portare un piattino e l’assaggio.

Capirono tutti. Antonio saltò in piedi – Ci vado io a chiamare la signorina…

– Non c’è bisogno Antonio. –  Il cavaliere prese un campanellino e lo agitò.

– Arrivuo Totò.

Ed eccola di nuovo apparire, bella da impazzire.

– Irina cara, porti paletta, forchette e piattini che assaggiamo un poco di cassata per favore?

– Subito Totò.

I Soci Attivi del Circolo Unione presero nota: “Totò”, “Irina cara”…

Quando Irina si sedette con loro, gomito a gomito con il cavaliere, strusciandosi pure un poco, i sospetti lievitarono come il pan di spagna.

E quando Irina imboccò il cavaliere con la sua stessa forchettina, i sospetti diventarono certezza.

Il cavaliere Totò Buttitta si faceva Irina.

Stavolta fu il farmacista Fragalà a prendere in mano la situazione e si rivolse ad Antonio, che era rimasto in piedi e si andava spostando impercettibilmente in modo da migliorare l’affaccio su una certa scollatura.

– Antò grazie di tutto, torna al circolo che non c’è nessuno.

– Appunto –  tentò di protestare Antonio –  Siete tutti qui, che ci vado a fare?

– Antò, magari viene il postino o un fornitore… Antò!

La taliata, ancora più che il tono, non ammetteva discussione, e Antonio avvolse Irina in un’ultima, struggente occhiata di addio.

Il cavaliere lo fermò: – Aspetta Antonio, non te ne andare.

Poi si rivolse agli altri: – Antonio deve stare qua. Ho le mie ragioni, e poi… –  guardò in faccia Antonio –  Antò, ci possiamo fidare di te, non è vero?

– Privo della vista degli occhi, cavaliere.

– Allora siediti lì. Bravo. Allora carissimi, le carte le avete portate?

– Ma quali carte e carte, non ne abbiamo carte–  mentì Fragalà che ce le aveva in tasca –  qui dobbiamo parlare seriamente.

– Eh sì, qui dobbiamo parlare –  disse il sindaco Gioè.

– Da amici–  fece Vitrano.

– E io pure da medico –  fece eco Mezzalira.

Irina era una ragazza intelligente, sussurrò – Io vaduo–  e si alzò con un sospiro che le sollevò il seno esagerato, una sfida alla forza di gravità.

Rimasti soli, il farmacista Fragalà riprese l’iniziativa.

– Totò ma che ci fai tu con quella?

– Vuoi i dettagli?–  sorrise malizioso il cavaliere.

– Eh macari… fece il sindaco, subito bloccato da Mezzalira: – Totò ma ti rendi conto che solo pochi mesi fa eri in ospedale e che ora hai il pacemaker? Ma sei pazzo?

– Ma come l’hai conosciuta? – Ma come è arrivata in paese? chiesero contemporaneamente il sindaco e il farmacista, seguendo pensieri meno altruisti, mentre l’impresario Vitrano, con la faccia funerea, mormorava “ti vedo morto, ti vedo morto”, notato solamente dal buon Antonio che, non potendosi grattare in presenza di soci, strinse convulsamente le chiavi del portone del Circolo.

– Un momento, calma, caaalma… Ora vi cuntu tuttu.

Il cavaliere prese una briciola di cassata con la forchettina e la portò alla bocca.

– Irina è la mia badante.

– E l’abbiamo capito a che cosa ti bada –  commentò ridendo il sindaco Gioè.

– All’uccello ti bada… –  chiarì Fragalà per non lasciare dubbi.

– Ma è pericoloso –  fece Mezzalira fra l’amichevole e il professionale. –  Quando si… insomma quando si fa “quella cosa”…

–  “Quella cooosa…” ripeterono in coro Fragalà, Gioè e Vitrano, accompagnado le parole con un gesto a stantuffo, così sincronizzati che pareva che avessero fatto le prove prima.

– Il cuore ha bisogno di aumentare i battiti, ma a te il pacemaker li mantiene fissi –  completò il medico.

– Vero è, caro il mio dottore. Ma io la frequenza me la sono fatta registrare un poco più alta del normale. Così quando arriva il momento di “quella cooosa…” e stavolta il gesto lo fece lui –  io sono a posto. La pompa pompa e pompo pure io.

– Totò, io sono medico generico però…

– Però, però… niente però, io di cardiologi ne ho consultato due oltre a quello che mi ha messo il pacemaker e tutti mi hanno detto che non ci sono problemi. Basta che non mi sforzi troppo. E Irina è bravissima a non farmi fare sforzi.

Dieci occhi si appannarono intanto che cinque menti cercavano di immaginare cosa era in grado di inventarsi Irina per non fare sforzare troppo il cavaliere Buttitta.

– Con Irina ho quasi tutto quello che voglio. Irina è giovane, è bella, è affettuosa. Le ho insegnato a cucinare e ora è più brava della mia povera moglie. Pure la pasta con le sarde mi sa fare. Sono sicuro che la mia Angelina approverebbe –  e mandò un bacio in punta di dita a una foto ovale su porcellana, dai contorni sfumati, che doveva essere la copia di quella appiccicata sulla lapide. Dalla foto, una buonanima dal volto quadrato guardava severa. Non pareva troppo contenta.

– Ma… e se… il sindaco alzò timidamente l’indice e il mignolo della mano destra.

– E chi se ne frega delle corna?… Potrei dirvi che Irina è clandestina e non ci tiene troppo a farsi vedere in paese, però lo so che dopo che l’avrò regolarizzata come badante non sarà più così… ma ripeto, chi se ne frega? Guardate forse pure contento sono se alla fine si trova qualcuno. E intanto io non sono solo.

– Mi scusi cavaliere –  mormorò Antonio –  gliela posso fare una domanda?

– Certamente.

– Lei ha detto “quasi”.

Il farmacista, infastidito dell’intrusione, chiese – Ma quale “quasi”, Antò?

– Il cavaliere ha detto… che con la signorina Irina ha quasi tutto quello che vuole.

Il cavaliere sorrise e puntò il dito su Antonio: – Bravo Antonio. Sveglio sei.  È proprio di quel “quasi” che vi volevo parlare. Vedete amici miei, il fatto è questo. Con Irina me la passo divinamente: è allegra, cucina benissimo, ho vicino una creatura meravigliosa di giorno e magari di notte. Uscire non mi interessa, a casa ci sto bene, ho le mie cose… una sola cosa mi manca.

– Ma che minchia ti manca, Totò, vorrei essere io al tuo posto!–  ruggì il dottore Mezzalira.

– E pure io –  sospirò il farmacista Fragalà.

– E io pure –  gemette il sindaco.

– Pure io–  confermò il ragioniere Vitrano con una espressione sognante che nessuno gli aveva mai visto.

Antonio si limitò ad emettere un lamento prolungato, appena udibile, un “aaaaaaaaaaaa”, intanto che si dondolava sulla sedia avanti e indietro con la faccia sofferente. Nel suo linguaggio personale quello era un intero discorso: voleva dire “ma come si fa a non essere completamente felici con una così, ma davvero la gente non si accontenta mai, io darei un braccio e una gamba per essere al posto suo, cavaliere Buttitta”.

Il cavaliere alzò la mano: –  Fatemi finire per favore. Qualcosa mi manca, e mi manca molto. Mi manca il Circolo. Mi mancate voi. E sapete che vi dico? Mi manca pure Antonio, vah.

Si misero a parlare tutti insieme, quasi gridando

– Ma che minchia dici Totò!

– Ma vuoi mettere il Circolo con un pezzo di fimmina come Irina, Totò!

– Totò io farei il cambio subito subito Totò, pure il pacemaker mi farei mettere!

– Totò tutto non si può avere Totò!

– Totò…

– E invece sììì!!!–  urlò il cavaliere Buttitta.

Si zittirono tutti.

– “Sì” che cosa? Stai calmo però, aah? –  chiese Mezzalira preoccupatissimo.

– Sì. Sì, si può avere tutto. Tutto vi dico. Io, voi, pure Antonio. Possiamo avere tutto. Il Circolo, i fimmini, gli amici, lo scopone e pure la briscola in cinque. Tutte le volte che ci va, mattina pomeriggio e sera. Pure di notte se abbiamo l’insonnia. Ora vi dico come. Ma prima ni pigghiamu ’u cafè. Irinaaa! Il caffè per favore.

La caffettiera doveva essere già sul fuoco perché un minuto dopo Irina entrava portando un vassoio con tazzine, zuccheriera, bottiglia d’acqua e bicchieri. Si muoveva lenta e concentrata nel timore di rovesciare qualcosa, e per tenere tutto sott’occhio teneva il vassoio decisamente scostato dal corpo, altrimenti il seno le avrebbe impedito la vista. L’insieme era notevolmente eccitante… ma Irina avrebbe fatto lo stesso effetto sfogliando un giornale, asciugandosi i capelli o rimescolando il minestrone.

Irina servì il caffè, rivolse un sorriso incantevole a tutti, flautò un “vi lasciuo” e uscì.

Il cavaliere assaggiò il caffè, si leccò le labbra, disse “Brava”, poggiò la tazzina e attaccò.

– Vi ricordate quando mi hanno ricoverato a Palermo?

Tutti fecero segno di sì con la testa.

– Quando mi hanno dimesso sono rimasto in città per qualche settimana. Ve lo ricordate?

Tutti fecero segno di sì con la testa.

– E vi ricordate pure di quella storia delle ballerine in turnèe?

Tutti invertirono il movimento della testa.

– Ma come no? La storia delle ballerine scappate?

Altro segno da sotto in su.

– Ma vero non vi ricordate? Erano venti. Tutte dall’Est.

– Mi paare… siiì… una cosa lontana… mormorò il farmacista stringendo gli occhi.

– Sssiiiì… me lo ricordo –  disse il sindaco –  me ne parlò il maresciallo dei carabinieri, disse che erano tutte senza visto e quindi erano cland… Minchia!

– Irina!–  disse sottovoce il dottore Mezzalira.

– Irina!–  ripetè piano il farmacista Fragalà.

Il ragioniere Vitrano si limitò a muovere le labbra in un silenzioso “Irina…”.

– E l’autri diciannove?–  chiese Antonio.

– Antò, te l’ho detto che sei sveglio–  sorrise ammirato il cavaliere. – Le altre diciannove le hanno rintracciate ed espulse quasi tutte. Tutte tranne cinque. Bionde e belle come Irina. Bisognose di aiuto e affettuose come Irina. E qui scatta il mio piano…

Sei mesi dopo il Comune di San Gioacchino dei Normanni deliberava la chiusura del glorioso Circolo Unione per scarso numero di soci. L’intero palazzotto veniva rilevato dallo stesso Comune che lo ristrutturava in sei comodi appartamentini e lo destinava a Casa di Riposo Comunale per Anziani. Per risolvere il contenzioso con i vecchi soci il Consiglio Comunale, capeggiato dal neo sindaco Ciccio Gioè, nipote del sindaco uscente Onofrio Gioè, offriva agli stessi, che accettavano, di essere i primi ospiti della Casa, con diritto a scegliersi una badante a testa regolarmente stipendiata dal Comune. Per evitare un’azione legale da parte del vecchio custode/cameriere del Circolo Antonio Scomazza, lo stesso veniva nominato Custode e Coordinatore della Casa di Riposo e vi andava ad abitare con sua moglie, una immigrata dell’Est Europa. Bellissima.

Bellissime erano anche le badanti degli anziani ospiti della Casa, anche loro regolarmente immigrate dall’Est Europa grazie all’interessamento del Comune.

Si dice che le badanti avessero imparato la briscola in cinque, lo scopone e un sacco di altri giochini con cui tenere gli anziani ospiti felici e contenti. E che vivere felici e contenti allunghi la vita lo testimonia il fatto che gli ex soci del Circolo Unione siano ancora tutti lì, vivi e in buona salute, alla Casa di Riposo Comunale per Anziani di San Gioacchino dei Normanni, un paese da qualche parte fra Palermo e…

A proposito, se ci passate, andate a trovarli. La casa di riposo si chiama VENTI DALL’EST

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Il racconto è tratto da Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non, il libro con cui Carlo Barbieri esordì nel 2011: una fortunata raccolta di racconti umoristici che ottenne il premio speciale della giuria al premio Umberto Domina.

Barbieri ha pubblicato, fino a questo momento, sette opere, cinque delle quali thriller ambientati in Sicilia; cura da anni la rubrica “La sdraio” su Malgradotutto e collabora con diverse altre testate, sia web che cartacee.

Nato a Palermo nel 1946 ha vissuto, oltre che nella città natale, a Teheran e Il Cairo; adesso risiede a Roma ma torna spesso nella sua Sicilia, con la quale ha mantenuto legami fortissimi. 

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