Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non. Il mistero preistorico

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Il mistero preistorico è il secondo della fortunata raccolta di racconti umoristici di Carlo Barbieri che Malgrado tutto propone. Al libro “Pilipintò” è andato il premio speciale Umberto Domina.

– Palermo oggi non sarebbe Palermo senza monte Pellegrino, ma monte Pellegrino c’era già milioni di anni prima che Palermo esistesse.

I due sembravano interessati. Ripresi: – Quando, dopo una glaciazione, la terra si surriscaldò e i ghiacci si sciolsero, il livello del mare si alzò e il monte diventò un’isoletta, “isola” a tal punto che di un certo roditore che vi visse 800.000 anni fa, pensate, non s’è scoperta traccia da nessun’altra parte. E infatti lo chiamarono “Pellegrinia Panormensis”. Poi il mare si abbassò e venne l’uomo che abitò le caverne che le onde avevano scavato in milioni di anni, ormai alte sull’attuale livello del mare. E ci lasciò profetiche tracce della sua presenza. Profetiche, sì: pareva che i nostri antenati sapessero come sarebbero andate le cose qualche decina di migliaia di anni dopo… vi faccio due esempi: negli stupendi graffiti delle grotte dell’Addaura si vede chiaramente un uomo legato con la stessa tecnica dell’incaprettamento usata dai mafiosi di oggi… e, sempre nelle stesse grotte, gli speleologi trovarono una grande quantità di preistorica “munnizza” costituita da conchiglie di tutti i tipi. Erano i resti di pasti a base di frutti di mare, che evidentemente piacevano anche allora. E come oggi, la munnizza veniva buttata appena fuori la porta di casa.

Le ripidissime pendici del monte, che da certe angolazioni sembra una cassata, lo hanno sempre reso inespugnabile, come impararono perfino i romani presi in giro per ben tre anni da Amilcare Barca che vi si era arroccato. E i tanti cunicoli di questa strana montagna, scavati nei millenni dall’azione chimica e fisica delle acque piovane sulla roccia calcarea, ne hanno fatto da sempre un luogo magico, un posto dove da migliaia di anni si comunica con gli Dei e l’Aldilà… fino ad oggi. Se ci pensate, Santa Rosalia dove scelse di fare l’eremita?

– In una grotta di monte Pellegrino –  confermò Mariuccia, mentre il fratello più grande annuiva.

– E i Palermitani non ci hanno fatto poi un santuario?

Tutti e due fecero di sì con la testa.

– E qual è il più grande cimitero di Palermo?

– I… Rotoli…?–  disse Giovanni incerto.

– Esatto! E dove si trova il cimitero dei Rotoli? Alle falde del monte Pellegrino.

– Dove c’è la vista sul mare–  commentò Mariuccia

– Sì, così i morti se la godono–  la sfottè prontamente Giovanni.

Guardai soddisfatto i miei nipoti: Mariuccia di dodici anni, minuta e vispa, Giovanni di sedici, sornione e dalla battuta fulminante. Era un piacere raccontargli le cose.

– Una montagna davvero misteriosa, gelosa dei suoi segreti. Gelosa al punto che l’ultimo mistero è venuto alla luce in epoca relativamente recente, nel 1931. Un mistero preistorico di cui non sappiamo la soluzione. E che mistero!

Feci finta di interrompere il racconto e, come speravo, Mariuccia e Giovanni protestarono.

– E allora?

Ripresi. – Nel 1931 alcuni speleologi tentarono di esplorare il tratto più interno della Grotta del Ferraro, una grotta sulla parete prospiciente il parco della Favorita, a mezza costa. L’ingresso era agevole, ma dopo un po’ la grotta si restringeva fino a formare un cunicolo strettissimo. Procedere richiedeva coraggio, perché la possibilità di rimanere incastrati era reale. Pensate che alcuni passaggi erano così stretti che per andare avanti era necessario ridurre il volume del torace espirando l’aria contenuta nei polmoni.

Mariuccia e Giovanni erano in apnea.

– A un certo punto, la sorpresa: il cunicolo si allargava all’improvviso in un ambiente semicircolare. A terra, ceramiche preistoriche, resti di pasti… e ossa umane di adulti, scheletri completi, tutti di maschi. Perché erano lì? Ma soprattutto, come c’erano arrivati? Era chiaro che non poteva trattarsi di corpi introdotti a forza dopo la morte, spingendoli in avanti o tirandoli dall’interno. Gli esploratori avevano appena constatato a loro spese come, per giungere fino a quel punto, avevano dovuto fare ricorso ad ogni muscolo, spingendo e contorcendosi. Impossibile riuscirci con un cadavere o uno scheletro. Quelle erano sicuramente ossa di persone entrate da vive. Forse non volontariamente, ma certamente con i propri piedi. Quale dramma si era svolto in quel posto molte migliaia di anni prima? Cacciatori che avevano inseguito una preda ed erano rimasti intrappolati dentro? No, non poteva essere. I cacciatori non si sarebbero portati dietro le ceramiche. Quella gente lì dentro c’era vissuta, almeno per un po’. Ma chi può voler vivere in queste condizioni? Si fecero diverse ipotesi. Forse si trattava di gente che si era nascosta per evitare la cattura e la morte. Uomini circondati da nemici, che uscivano a caccia di notte e di giorno si nascondevano. Difficile però immaginare che ogni giorno facessero un tragitto così difficile… forse c’era qualcuno che gli portava di nascosto il cibo. Magari un ragazzino, piccolo e agile. Ecco, si sarebbe potuto trattare di uomini condannati a morte dal villaggio per qualche delitto, che qualche familiare teneva nascosti così in attesa di tempi migliori… tempi migliori che non vennero mai. Latitanti sfortunati. O forse il villaggio era stato invaso da nemici, e i guerrieri scampati alla morte si erano rifugiati in fondo al cunicolo quasi inaccessibile, dove venivano tenuti in vita in gran segreto dalle loro donne? Chissà. Poi c’è l’ipotesi della reclusione. Gli scheletri appartenevano forse a responsabili di crimini che venivano imprigionati in fondo al cunicolo con poco cibo, lasciati ad impazzire di fame ed angoscia? O si trattava addirittura di offerte umane mantenute in vita nel ventre della montagna perché intercedessero con le divinità? E se è così, i poveretti venivano introdotti nella caverna da adulti o fin da ragazzi? Certo che in ogni caso finivano con il morire ciechi e fuori di testa… insomma un vero giallo preistorico, ragazzi, e la soluzione è impossibile a meno di non trovare il modo di fare un salto indietro nel tempo.

Giovanni e Mariuccia rimasero silenziosi, tutti e due nell’identica posizione, il mento poggiato sulla palma di una mano, gli occhi fissi su scene che vedevano solo loro, popolate di uomini pelosi ricoperti di pelli, cunicoli e sacrifici umani.

Anche i due del tavolo accanto erano silenziosi, e mi resi conto che avevo parlato a voce troppo alta, come al solito.

Chiesi il conto. Mariuccia attaccò: – Zio ma a quei tempi c’era Mondello?

– C’era e non c’era, Mariuccia. C’era la baia, ed era molto più profonda di adesso. Ma tutto il litorale era, per centinaia di metri verso l’interno, una grande palude.

– E gli uomini abitavano sulle palafitte–  affermò, più che chiedere, Giovanni.

– Io non ci avrei abitato, sai che piacere stare in una palude quando potevo stare su monte Pellegrino che c’è pure un bel panorama–  disse Mariuccia, che evidentemente attraversava un momento di interesse per le bellezze naturali.

Mi girai sorridendo verso quelli del tavolo accanto, ma se ne erano appena andati, la mancia era ancora sul tavolo.

Quando il conto arrivò, sotto c’era un biglietto da visita. Bloccai il cameriere, e mentre contavo i soldi gli chiesi – Ma  fate pubblicità ai filosofi ora?

– Ai filosofi? Quali filosofi?

Gli indicai il biglietto da visita. Era uno di quei biglietti che ti componi e stampi nelle macchinette alla stazione, “200 biglietti 5 euro”. C’era scritto:

Comm. Prof.

Massimo

Fil. Monaci ZEN

Niente indirizzo né telefono.

– Ah ma chistu ci ‘u lassò unu di chiddi ca eranu assittati ò latu a llei.

Uno di quelli seduti al tavolo accanto? Non capivo. – Ma a questo signor Massimo come gli viene in testa che mi può interessare la filosofia dei Monaci Zen che mi pare una minch… (immediato sorriso malizioso di Mariuccia) una fesseria?

– Io nun sacciu nenti di filosofia, però sacciu ca chistu, allo ZEN ci abbita. Ogni tantu veni e si prenota come Prufissuri Monaci.

Ora mi era chiaro: Massimo Filippo Monaci, indirizzo: quartiere ZEN… ufficialmente “quartiere San Filippo Neri”.

Dietro il biglietto c’era un messaggio scritto a penna. Solo tre parole:

SALTARE SI PUÒ

– Ma chi è ’sto Monaci? Che fa? E che vuole dire con questo biglietto?

Il cameriere aveva risposto già a troppe domande e la secolare prudenza scolpita nel DNA cominciava a inaridirgli la lingua. Cominciò a sparecchiare e passò all’italiano, due chiari segni che la conversazione era giunta al capolinea: – Non lo so, so solo che allo ZEN è conosciuto e ci va assai gente. Arrivederci.

Erano passati due giorni e questa cosa non me la potevo togliere dalla testa. Io avevo detto che per risolvere il mistero preistorico sarebbe stato necessario fare un salto indietro nel tempo e lui mi aveva scritto “saltare si può”. Che voleva dire? Forse era un appassionato della preistoria? Un autodidatta come quel fenomeno di don Peppino ’u siggiaro di Caltabellotta, l’impagliatore di sedie archeologo che sapeva del monte Kronio e di Triocala più di quanto era scritto nei libri? O un tombarolo che voleva vendermi qualche reperto archeologico, magari fasullo?

La curiosità mi mangiava vivo e così, subito dopo pranzo, presi la macchina e andai allo ZEN. Il caldo estivo faceva bollire case e asfalto di quelll’enorme coagulo di cemento senza verde. Le strade erano quasi vuote, la gente doveva essere al mare, al lavoro, a casa di diavolo ma certamente non aveva nessun motivo valido per rimanere a cuocere in quell’inferno. Feci segno ad uno su un vespone di fermarsi e me ne pentii immediatamente. “Ora mi rapina” pensai. E invece quello si fermò e mi chiese gentilmente – Che desidera?

– Cerco il professore Monaci –  risposi dandomi subito del duplice cretino: “Cretino, ora fermi uno qualsiasi e ti aspetti che sappia per miracolo chi è il professore Monaci e magari dove abita? Cretino, ti aspetti che uno dello ZEN, ammesso che conosca questo Monaci, vada a dare informazioni al primo sconosciuto che gliele chiede?”

Doppio errore. – Ddà n’ faccia, taliassi–  e mi indicò l’ingresso del casermone di fronte – all’ultimo piano.

Attraversai la piazza dopo avere dato addio per sempre alla mia auto, cercai il nome sul campanello e prima ancora di trovarlo dal citofono venne un ronzio e una voce lontana:

– Ultimo piano, l’ascensore non funziona.

Mi aveva visto arrivare?

Mi aspettava in cima all’ultima rampa di scale. Faccia cotta dal sole, capelli bianchi, panza ragguardevole, occhiali scuri, pantaloni blu e camicia bianca.

– Si accomodi dottore, l’aspettavo.

Sorrisi distrutto e ansimai un “Grazie” mentre mi chiedevo se aspettava veramente me o mi aveva scambiato per un altro.

– Le porto un bicchiere d’acqua.

– Non si disturbi.

– Ma quale disturbo, piacere…

Due minuti dopo eravamo seduti uno di fronte all’altro sulle poltroncine di un salotto scompagnato, con il velluto che mi surriscaldava il posteriore. Fui io ad aprire la conversazione.

– Non so se si ricorda di me….

– Certo che mi ricordo.

– Al ristorante. Eravamo seduti vicino.

– Certo che me lo ricordo.

– Ero con i miei nipoti e gli dicevo…

– Lo sooo, lo sooo.

– E lei mi ha lasciato un bigliettino…

– Ci dissi che tutto mi ricordo.

– E ora mi aspettava?

– Certo che l’aspettavo.

Silenzio.

– Dottore, lei è di Palermo?

Aprii bocca, ma non mi diede tempo: – Sì e no, è vero?

– Esatto, sì e no.

– Ma lei si sente più sì o più no?

– Più sì.

– Bene, allora si può fare.

“Ma fare cosa?” pensai…

– Pensavo che l’avesse capito.

Sussultai sulla poltroncina. Mi aveva risposto, ma non mi pareva di avere parlato.

– Lei vorrebbe risolvere un giallo, è vero? Un giallo preistorico… e per risolverlo vorrebbe fare un salto indietro nel tempo, non è così? E io questo salto a lei glielo faccio fare.

Sorrisi preoccupato – Nel senso che lei ha trovato indizi…

– No dottore, nessun indizio, l’indagine la fa lei. Lei fa il salto nel tempo, si fa l’indagine di persona e ritorna.

Era pazzo. Non c’era dubbio. Mi trovavo al quinto piano di un palazzo deserto, allo ZEN, solo con un pazzo. Dio mio.

– Penso a tutto io. Si levò gli occhiali e mi puntò addosso due impressionanti occhi completamente bianchi. Il pazzo era pure cieco. Mi alzai lentamente. Lui si sporse verso di me con un sorriso: – Mi piglia per pazzo oltre che cieco? No dottore. Pazzo no, e cieco… dipende. Perché se è vero che non vedo tante cose che può vedere lei, è vero pure che ne vedo tantissime che lei non potrà vedere mai. Si fidi di me, dottore. Lei ha dentro una curiosità che non ho mai visto in una persona. Mi piace. Venga stasera. Stasera alle dieci.

Mi accompagnò alla porta e sapevo già che, pazzo o non pazzo, la sera alle dieci in punto sarei stato di nuovo lì.

Grazie all’ora legale il vero buio era sceso da non molto. Lasciai l’auto nel punto più illuminato della piazza, proprio sotto un lampione, e mi diressi verso il palazzo. Ricerca del nome sul citofono, pulsante, ronzio con un “si accomodi” appena avvertibile, cinque piani a piedi. La porta di casa era aperta.

– Entri, entri… sono nella stanza in fondo al corridoio a destra… Segua la luce.

Mi aspettavo una messinscena di simboli magici, teschi, sfingi e chissà cos’altro. E invece era uno studiolo qualsiasi, con un calendario e due quadretti alle pareti, una scrivania e, di fronte, due poltroncine di stoffa con un tavolinetto basso in mezzo. A fianco della scrivania, una tenda che si muoveva pigramente lasciava intravedere una serranda appena sollevata.

– Mettiamoci in balcone–  disse il professore.

Scostò la tenda, spense la luce e sollevò la serranda. Imponente, familiare e inaspettatamente vicina, c’era la massa scura di monte Pellegrino.

– Ora le faccio un tè… disse spostando le poltroncine sul balcone dove c’era già un tavolinetto con l’occorrente. Sembrava che ci vedesse. Cominciò ad armeggiare con teiera e foglioline, e finalmente mi mise in mano una tazza di tè bollente.

– Mi dica se le piace, è la mia miscela.

– Sono certo che è buonissimo.

Figurarsi se lo avrei mai mortificato dicendogli che non mi piaceva… ma era veramente molto buono. Era un tè forte e dall’aroma insolito e complesso: chiusi gli occhi e, come in ondate successive, ci sentii per primo la zagara della mia infanzia, poi il gelsomino arabo… e poi le resine, e sapevo che erano quelle che romani e i greci adoperavano per speziare i loro vini… e mentre avvertivo altri odori mai sentiti prima cominciavo a rendermi conto che aromi e tempo erano diventati una cosa sola e che tutti e due scorrevano all’indietro… all’indietro…

Krlok…! Krlok!.. tick tick tickitickitick…

Un fastidioso sonaglietto nelle orecchie. E un sacco di fumo. Un fumo dall’odore forte, strano, gradevole… l’ultimo degli odori che avevo avvertito nel tè del professore Massimo Filippo Monaci.

Aprii gli occhi in una luce abbacinante… e finalmente lo misi a fuoco: eccolo lì il Professore, ad agitare un rumoroso aggeggino fatto di ossicini. Gli stessi occhi senza iride, lo stesso sorriso. Era proprio lui.

Solo che adesso sapevo di doverlo chiamare Sciamano.

Aveva i capelli bianchi lunghi fino alle spalle che si confondevano con una folta barba, ed era completamente nudo a parte un perizoma che, in quella posizione accosciata, non si vedeva nemmeno, sepolto com’era sotto l’enorme pancia. Raccolse rapidamente le decine di pietruzze bianche che formavano il cerchio all’interno del quale stavamo e le ripose in un grosso sacchetto di pelle che portava al collo. Solo dopo che il cerchio fu rimosso potei guardarmi veramente attorno. Monte Pellegrino era sempre lì, ma era e non era lui. La forma era quella, le dimensioni pure, ma questo era verdissimo, ricoperto di una vegetazione che neanche certi atolli del pacifico. Sparite le case, le strade, i pali, le auto.

Avrei dovuto essere sconvolto, terrorizzato… ma mi sentivo tranquillissimo. Provavo solo una grandissima curiosità.

– Msmok – disse toccandosi il petto. – Allora Krlok, sei pronto?

Capivo quello che diceva e stranamente la cosa mi sembrò naturale. Feci di sì con la testa, ero pronto.

– Bene, andiamo all’ingresso del cunicolo che ti interessa, e vediamo che succede lì.

Msmok spense il fuoco e gridò: – Xantuz!

Da una capanna di terra e rami intrecciati spuntò una ragazzina con un seno appena accennato, anche lei in perizoma. A parte qualche peluzzo di troppo nei punti canonici ma pure dove non avrebbero dovuto essercene proprio, era carina. Mi guardai per la prima volta: avevo un perizoma anch’io e lo spettacolo generale non era granché. Xantuz mi tolse dall’imbarazzo non degnandomi neanche di un’occhiata. Doveva essere abituata alle magie di Msmok ed io non ero certamente fra le più attraenti. Mi passò davanti, si mise al fianco di Msmok e partimmo in direzione della montagna. Xantuz portava a tracolla una bisaccia, probabilmente con i viveri, e solo raramente aiutava Msmok che procedeva velocemente aiutandosi appena con un bastone.

Camminammo tutta la mattinata. Quando il sole fu alto, Msmok tirò fuori dalla bisaccia formaggio e frutta e ci fermammo a mangiare vicino a una piccola sorgente nascosta fra alte felci profumate.

Adesso la strada era in salita, e Xantuz cominciò ad aiutare Msmok sorreggendolo quando serviva. E finalmente ci trovammo davanti una radura proprio sotto una parete di roccia in cui si apriva una grotta. C’erano una ventina di uomini e donne, alcune con un bambino al collo.

Msmok mi spiegò: – Sono tutti qui per raccomandarsi alle preghiere dei Sacerdoti della Montagna e portargli doni.

Ed in effetti ognuno aveva in mano qualcosa, un volatile, una lepre con la zampa ancora presa in un cappio, del formaggio avvolto in larghe foglie, cestini pieni di frutta. Nessuno si avventurava dentro l’apertura, dalla quale appariva ogni tanto un ragazzo sempre diverso. Dal gruppo in attesa si staccava allora qualcuno, quasi sempre un uomo, che gli consegnava il suo dono, entrava nella grotta per qualche metro, si inginocchiava e urlava la sua richiesta. Dall’interno arrivava, lontanissima, una voce in risposta. Il ragazzo rientrava subito nella grotta con il dono e spariva. Rimanemmo a guardare per un bel po’, forse due ore o di più, difficile dirlo, e finalmente vidi ricomparire sull’ingresso il ragazzo che avevo visto per primo. Lo riconobbi perché zoppicava leggermente.

Mi rivolsi a Msmok: – Quel ragazzino che è uscito adesso è lo stesso che abbiamo visto entrare quando siamo arrivati.

Lui rispose con una punta di orgoglio: – È mio figlio.

– Ma il cunicolo è lungo, come si muovono lì dentro al buio?

– Conoscono la strada.

Il mistero sembrava risolto, e la verità era agghiacciante: nelle viscere della montagna c’erano, sepolti vivi, dei poveri disgraziati costretti a passare la loro vita nella più orribile delle prigioni. Tutta la vita, giorno dopo giorno. La cosa mi sconvolgeva. Altro è parlare di atrocità avvenute decine di migliaia di anni prima, altro è vederle di persona. Msmok era uno Sciamano, forse con la sua autorità poteva…

– Msmok, è una cosa veramente orribile! Quelli lì dentro sono uomini come te e me, condannati a non vedere il sole per tutta la vita, prigionieri in pochissimo spazio, non puoi fare qualcosa?

– E che vuoi che faccia io? E poi, hai visto quanta roba gli portano? Almeno non muoiono di fame–  rispose allegramente Msmok.

Al bastardo non gliene fregava niente di quei poveretti. Lo odiai con tutto il cuore.

Rimanemmo lì ancora per un po’, in silenzio. Poi il sole cominciò a tramontare e qualcuno diede ordine di chiudere l’ingresso della grotta per la notte, cosa che fu fatta con una cortina di rami intrecciati da cui pendevano contenitori di ceramica, forse ex voto. Mi avvicinai: per quanto rudimentale, il sistema di chiusura era molto più robusto di quello che sembrava, e venne ulteriormente rinforzato con corde e pali. Quattro uomini armati di arco, frecce e grossi bastoni cominciarono a trafficare per accendere il fuoco. Avrebbero passato la notte a protezione della grotta santuario. Impossibile entrare, ma anche uscirne.

Msmok finalmente annunciò: – È ora di andare.

Tese la mano e Xantuz accorse porgendogli il bastone.

I due si misero in cammino. Dopo un ultimo sguardo a quel posto maledetto, mi mossi anch’io. Xantuz stava come al solito vicino a Msmok che andava sicuro e veloce. Non stavamo rifacendo la strada dell’andata, ma non avevo nessuna intenzione di chiedere informazioni a Msmok: non volevo parlargli, e basta. Percorremmo un costone che, partendo dalla radura della grotta, faceva un giro seguendo il profilo della montagna che in quel punto formava una specie di promontorio di calcare che la luce del tramonto rendeva rosa, proteso su una distesa di verde. Era un sentiero molto stretto, con a destra un dirupo che si faceva sempre più pauroso nella oscurità che avanzava, in cui avrei voluto vedere precipitare Msmok, ben sapendo che se lo Sciamano fosse morto non avrei avuto più alcuna speranza di tornare al mio tempo. Già, tornare al mio tempo. Ma come? Non ne avevo la più pallida idea. Casa mia era a pochi chilometri di distanza, ma ventimila anni dopo. L’ansia montava, e fra poco sarebbe diventata panico.

“Tagliare i rapporti con Msmok”, mi dissi, “è la pensata più idiota di tutte”. Decisi di fare pace.

Parlammo contemporaneamente:

– Msmok…

– Siamo arrivati.

Eravamo davanti ad una caverna. Ci si vedeva ancora abbastanza per distinguere un ingresso ben protetto da una solida parete di rami intrecciati e legati fra loro alta tre metri, simile a quella che chiudeva l’ingresso della Grotta Santuario. Solo che in questa era ricavata una specie di porta, pure di rami, incardinata su rudimentali corde. Avevo visto qualcosa del genere da bambino, quando papà mi portava a prendere la ricotta dai pecorai fra le montagne, i recinti erano fatti così.

Msmok si portò le mani alla bocca a imbuto: – Rs’liuz!

L’eco rimbalzò dall’interno della grotta, subito sopraffatta da uno scoppio di grida di gioia che la caverna amplificava e rimandava.

Rs’liuz arrivò di corsa con l’ultimo nato in braccio, attorniata da una piccola folla di bambini e bambine di tutte le età fra i tre e i dodici anni. Due dei più grandi avevano in mano una torcia accesa che tenevano alta sulla testa. Rs’liuz era bruna, gli occhi neri e allegri, con un sorriso simpatico, anche lei in perizoma, con un seno maestoso che dal primo figlio in poi non aveva sicuramente mai smesso di produrre. E, come di regola, con un bel po’ di peli in più del necessario.

Msmok li indicò tutti con ampio gesto: – La mia famiglia.

Io avevo deciso che dovevo assolutamente essere gentile con lo Sciamano e chiesi il nome di ognuno: i maschietti si chiamavano Totok, Chichiok, Tanok, Pipok; le femminucce Cett’iuz, Gius’uz, Sar’uz con le gemelle St’fiuz e M’ariuz che erano le più grandicelle come segnalavano le pelosità ormai evidenti. Solo in quel momento mi accorsi di tre giovanotti che se ne stavano in disparte sorridenti ma silenziosi.

Msmok rispose al mio sguardo: – Anche loro figli miei.

L’interno della caverna era enorme, rischiarata da poche torce che proiettavano ombre gigantesche. Lungo le pareti nude c’erano in diversi punti cortine di rami e porte fatte con la solita tecnica. Certamente servivano a trasformare diramazioni e cunicoli in ambienti separati.

Masmok spinse una delle porte.

– Entra Krlok, entra.

L’interno era piccolo e accogliente, con il pavimento quasi interamente coperto di pelli. Alle pareti, due torce accese e un focolare posto sulla verticale di una apertura nella roccia da cui si vedeva il cielo ormai quasi notturno.

– Sediamoci qui. Sei arrabbiato con me, vero?

Non volevo dirgli di no, ma non volevo neanche riprendere le ostilità. Mi tolse dall’imbarazzo.

– Devo farti una domanda importante: vuoi rimanere qui per sempre o vuoi tornare nel tuo tempo?

Risposi anche troppo velocemente: – Voglio andarmene.

– È giusto. Fra poco andrai. Volevo solo essere sicuro della tua decisone perché…

– Perché?

– Perché voglio svelarti il Mistero della Montagna, e il Mistero della Montagna può essere svelato solo a chi se ne va per non tornare più.

Non capivo. Ma di quale mistero parlava? Ormai era tutto chiaro, che c’era da svelare ancora?

– Krlok, pensa che ero stato così sciocco da darti un indizio prima di sapere con certezza se te ne volevi andare. Ho rischiato molto, ma tu non hai capito.

Mi sentivo un imbecille, e sicuramente si vedeva. Msmok se la godeva un mondo a vedermi in quello stato. Lo Sciamano preistorico che pigliava in giro il Frutto Istruito di molte migliaia di anni di evoluzione.

– Ti ricordi per cosa ti sei arrabbiato?

– Certo –  risposi io –  è stato quando mi hai detto “Almeno non muoiono di fame”. Una risposta cinica che non mi aspettavo….

Msmok sorrideva in un modo strano. Qualcosa non funzionava. Annaspai. Aggiunsi meccanicamente:

– Certo che non muoiono di fame, con tutte quelle offerte di cibo…

Adesso rideva silenziosamente, il maledetto.

Proseguii, sempre più incerto, pensando ad alta voce – Ogni giorno vengono decine di persone e portano tutta quella roba…–

Mi vennero in mente le foto dei ritrovamenti. Gli scheletri non erano poi così tanti. E lo spazio era poco…

La mascella mi arrivò al petto.

MA ALLORA DOVE ANDAVANO A FINIRE TUTTE LE OFFERTE, QUEL BEN DI DIO DI CACCIAGIONE, DI FORMAGGI, DI FRUTTA? DOVE LA SISTEMAVANO E CHI LA MANGIAVA TUTTA QUELLA ROBA? E I RESIDUI DEI PASTI CHE FINE FACEVANO? NESSUNO DEI BAMBINI ERA USCITO DALLA GROTTA PORTANDO RIFIUTI… COME POTEVA ESSERE??

– Krlok, hai visto che bella famiglia numerosa che ho?

Improvvisamente capii tutto: – Che stupido! Che stupidooo! Ma certo! Uno Sciamano cieco vive di elemosine, non può andare a caccia per campare una famiglia. Non può proprio farsela, una famiglia. Ma metti che quello Sciamano un giorno scopra una grotta a cui si accede attraverso un lunghissimo cunicolo stretto e tortuoso… ma anche da una comoda “porta di servizio” sul retro!

– Bravo Krlok.

Continuai eccitatissimo:– E scatta l’idea geniale. Alcuni “Sacerdoti” dichiarano a tutti di volersi offrire come sacrificio vivente perenne agli Dei della Montagna, entrano nella grotta in presenza di molti testimoni e non ne escono più. La voce si sparge e la gente comincia a portare offerte ai Sacerdoti le cui preghiere saranno certamente ascoltate dagli Dei. Le offerte vengono deposte durante le ore del giorno ai loro piedi… e da lì passano, attraverso la porta di servizio, allo Sciamano che ci nutre la famiglia e forse ci commercia pure sopra.

Msmok annuì.

– Ovviamente i sacerdoti sono persone sicure… probabilmente i figli maggiori dello Sciamano stesso. E sono pure suoi figli i ragazzi portaofferta, iniziati all’intero “mistero” del culto! Quando l’ingresso del cunicolo viene chiuso per la notte, i Sacerdoti della Montagna che fanno magari i turni, smontano dal lavoro, lasciano la grotta e raggiungono la famiglia passando dal retro e… un momento! Qui c’è qualcosa che non quadra. Quando la Grotta del Ferraro è stata scoperta, nel mio tempo, non c’era traccia di un’altra uscita. La “porta sul retro” non c’era!

Stavolta fu lo Sciamano ad essere sorpreso:– Eppure c’è. Ti faccio vedere.

Si alzò, scostò una stuoia sulla parete e comparve una strettissima fenditura verticale nella roccia calcarea.

– Eccola. Entra tu, io sono troppo grasso ormai.

Staccò una torcia dalla parete e me la dette.

Strisciai dentro di fianco con un po’ di fatica. Il contatto con le pareti fredde ed umide mi diede un brivido. Appena due passi, ed ero già nel cuore del mistero della Grotta del Ferraro.

Era piuttosto piccola. La torcia illuminò, sulla sinistra, due scheletri umani e, accanto, alcuni recipienti di terracotta dipinti a colori vivaci. Di fronte c’era una apertura molto bassa, la parte terminale del cunicolo “ufficiale”, quello attraverso cui erano penetrati gli speleologi nel 1931. La parte destra della grotta era occupata interamente da stuoie e contenitori utilizzati evidentemente dai Sacerdoti della Montagna, che per quel giorno avevano smesso di lavorare.

“I tre giovanottoni che ho visto all’arrivo”, pensai.

La porta sul retro quindi c’era, ma come diavolo era scomparsa..? Come può sparire una fenditura nella roccia? Era  una cosa impossibile.

Una goccia mi cadde sulla testa. E un’altra.

Alzai gli occhi e trovai la risposta: l’acqua!

Goccia dopo goccia, in poche migliaia di anni l’acqua avrebbe depositato tanto calcare sulla fenditura da sigillare l’ingresso sul retro della Grotta del Ferraro nascondendolo per sempre.

Avevo solo un’ultima domanda. Tornai indietro.

– Msmok, perché gli scheletri? Erano ancora nella grotta quando è stata esplorata nel mio tempo. Che ci fanno lì? A che servono?

– Ah –  rispose Msmok –  quelli ce li abbiamo messi noi. Ho dichiarato la grotta tabù in modo da evitare che qualcuno scopra come stanno le cose. I tabù sono cose molte serie, fanno paura e tutti sanno che chi trasgredisce viene ucciso. Gli unici a potere entrare sono i piccoli figli dello Sciamano, i miei bambini. E così nessuno ha mai provato ad arrivare fin qui… ma non si sa mai. Se un pazzo o un fanatico dovesse provarci di giorno sarebbe probabilmente fermato dai presenti e se anche riuscisse a percorrere il cunicolo, si troverebbe alla fine davanti i Sacerdoti della Montagna in carne e ossa. Se invece dovesse provarci di notte, quando non c’è nessuno, troverebbe nella grotta i… “loro scheletri” che lo maledirebbero per il sacrilegio compiuto. Da quel momento il trasgressore vivrebbe nel terrore della vendetta degli Dei della Montagna… e comunque non racconterebbe niente a nessuno per non essere giustiziato dal Consiglio degli Anziani. E il Consiglio degli Anziani naturalmente lo presiedo io.

“Nulla di nuovo sotto il sole”, pensai.

La fatica e le emozioni di quella incredibile giornata fecero improvvisamente effetto. Adesso avevo solo voglia di tornare a casa, e lo dissi.

Msmok annuì serio. Si accovacciò vicino al focolare, smosse la cenere e soffiò sulla brace per ravvivarla. Poi versò dell’acqua in un recipiente di coccio che poggiò sulla brace e, dopo qualche minuto, ci buttò dentro qualcosa che tirò fuori dal sacchetto appeso al collo, mormorando qualche parola incomprensibile. Dopo un po’ mi fece sedere di fronte a lui e mi mise in mano una tazza e un grosso cucchiaio a forma di “S” ricavato da un osso di chissà quale animale.

– Riempiti la tazza e bevi. Buon viaggio.

Riempii la tazza e la sollevai davanti agli occhi, fra me e lui.

– Grazie Msmok. Grazie di tutto.

Bevvi… e di nuovo la sequenza di profumi mi prese, ma dipanandosi al contrario. Solo che adesso sapevo dare un nome anche agli odori più antichi. Il fumo di Msmok, le felci in riva al ruscello e il fiore fra i capelli di Xantuz… le resine… il gelsomino… e la zagara, e… e…

– Dottore! Dottore!

Il professore Massimo era lì che mi scuoteva delicatamente e mi sorrideva: – Che fa, dorme? Allora, le è piaciuto il mio tè?

Lo misi a fuoco con qualche difficoltà. Sì, era proprio identico a Msmok. Mi girai. Monte Pellegrino era lì, con la sua enorme massa sottolineata da poche luci: qualche auto sui tornanti, le antenne televisive, il castello Utveggio… l’unico punto fortemente illuminato era il Santuario di Santa Rosalia.

– Professore… –  dissi con la voce impastata – ho fatto un viaggio nel tempo e ho scoperto la soluzione del mistero preistorico. Ho conosciuto lo… Sciamano suo antenato, Msmok e la sua famiglia, Xantuz, Rs’liuz, Totok, Tanok…

Il Professore si fece una risata.

– Dottore, ma che dice? Si vede che lei non c’è abituato al mio tè.

E sottolineò la parola “tè” con una strizzata dell’occhio bianco.

Cominciò a inframmezzare il siciliano all’italiano, segno che ormai eravamo in confidenza: – Di gente che vuole fare viaggi nni mia nni veni assai, ma a nessuno il mio “tè” ci fici st’effetto… Certo però che visto che voleva andare nella preistoria almeno se li poteva inventare nomi più possibili… lei si inventò nomi ca parunu usciti d’u ZEN.

– Nomi inventati? Che vuole dire?

– Ma comu dutturi chi vogghiu diri: Xantuz assumighhia assai a Santuzza, Rs’liuz a Rosaliuzza, Totok a Totò, Tanok a Tano… a lei ’un ci pari stranu? O è normali sicunnu lei ca nna preistoria si chiamavano accussì? Ma puri Msmok, nun ci pari ca assumigghia troppu a Massimo?

Mi passai una mano sulla fronte: – Professore ma che… che c’era nel tè?

– Come che c’era? Ma ci l’haiu a diri io? Ma che è della polizia lei?

– No, no… che polizia… niente è che sono ancora un poco confuso.

Volevo andare a casa. Ero stanco come se avessi camminato tutto il giorno. O tutta la notte. In non so quale spazio e in non so quale tempo.

– Professore… quanto le devo?

– Cento euro, pirchì è lei.

Miracolo, la macchina era ancora dove l’avevo lasciata.

Misi la mano in tasca per prendere le chiavi e mi ritrovai a fissare uno strano cucchiaio d’osso a forma di S.

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Carlo Barbieri

Il racconto è tratto da Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non, il libro con cui Carlo Barbieri esordì nel 2011: una fortunata raccolta di racconti umoristici che ottenne il premio speciale della giuria al premio Umberto Domina. Barbieri ha pubblicato, fino a questo momento, sette opere, cinque delle quali thriller ambientati in Sicilia; cura da anni la rubrica “La sdraio” su Malgradotutto e collabora con diverse altre testate, sia web che cartacee. Nato a Palermo nel 1946 ha vissuto, oltre che nella città natale, a Teheran e Il Cairo; adesso risiede a Roma ma torna spesso nella sua Sicilia, con la quale ha mantenuto legami fortissimi. 

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2 Responses to Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non. Il mistero preistorico

  1. Salvatore Indelicato Rispondi

    20/01/2019 a 19:08

    Un racconto gustoso, che mi ha coinvolto fino alla fine.

  2. Salvatore Indelicato Rispondi

    20/01/2019 a 19:10

    Un racconto gustoso, ricco di atmosfera e sicilianità.

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